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  • Sabato 17 ottobre 2026

Il peggior alleato dell’Ucraina

Gli Stati Uniti di Trump sono stati tanto indispensabili quanto inaffidabili, e lo si è visto anche negli ultimi giorni

Donald Trump e Volodymyr Zelensky a Mar-a-Lago nel 2025 (AP Photo/Alex Brandon)
Donald Trump e Volodymyr Zelensky a Mar-a-Lago nel 2025 (AP Photo/Alex Brandon)
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La rielezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, alla fine del 2024, è stata un momento cruciale per la guerra in Ucraina. L’amministrazione precedente, quella di Joe Biden, aveva inviato agli ucraini aiuti militari per oltre 66 miliardi di dollari, una cifra considerevole: un impegno che Trump ha dimostrato fin da subito di non essere disposto a mantenere, perlomeno non in quelle dimensioni.

Negli ultimi due anni il governo statunitense si è trasformato in un alleato imprevedibile e inaffidabile per l’Ucraina. Trump non ha approvato nuovi aiuti significativi e ha più volte sospeso l’invio di quelli approvati da Biden, usandoli come strumento di pressione sul presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

E quando ha proposto dei piani per mettere fine alla guerra, sono stati spesso sbilanciati verso la Russia, verso cui ha mantenuto un approccio assai più accondiscendente.

Prima dell’invasione russa dell’Ucraina
Già prima di insediarsi per il suo secondo mandato da presidente, Trump si era mostrato aperto a fare accordi con la Russia del presidente Vladimir Putin, diversamente da molti suoi predecessori, che avevano invece mantenuto un approccio ostile o diffidente.

Quando nel 2014 la Russia invase la penisola ucraina della Crimea, la reazione dell’allora presidente Barack Obama fu tutt’altro che conciliante: gli Stati Uniti imposero sanzioni alla Russia e la esclusero dal G8. Quando arrivò, Trump propose di riammetterla nell’organizzazione e disse che avrebbe considerato di riconoscere ufficialmente la Crimea come territorio russo (cosa che poi non fece).

Verso l’Ucraina, Trump invece ha sempre tenuto un approccio transazionale: appoggio, ma solo ad alcune condizioni.

Nel 2019 per esempio, a un anno dalle elezioni presidenziali in cui cercava la rielezione sfidando il Democratico Joe Biden (che poi vinse), Trump usò gli aiuti militari all’Ucraina per ottenere un vantaggio elettorale.

Prima sospese l’invio di 400 milioni di dollari in aiuti già approvati dal Congresso, poi chiamò Zelensky e li usò come strumento di ricatto. Minacciò di non riattivarli se non avesse aperto un’indagine su Biden e su suo figlio Hunter, che era nel consiglio di amministrazione di un’importante azienda energetica ucraina. Trump accusava Biden di aver abusato del suo potere per far ottenere il posto al figlio Hunter, e pretendeva che Zelensky lo facesse indagare, per screditarlo così alle elezioni.

Il secondo mandato di Trump
Durante la campagna elettorale che portò alla sua rielezione, alla fine del 2024, Trump promise di porre fine alla guerra «in 24 ore», e a febbraio dell’anno successivo avviò già i primi negoziati diretti: si tennero in Arabia Saudita e coinvolsero solo la Russia. L’Ucraina venne esclusa.

Quello stesso mese Zelensky andò alla Casa Bianca per firmare un accordo negoziato nelle settimane precedenti, che avrebbe dato agli Stati Uniti accesso privilegiato alle risorse minerarie ucraine. L’incontro si trasformò in una specie di imboscata. Davanti ai giornalisti presenti il vicepresidente statunitense JD Vance accusò Zelensky di essere irrispettoso e Trump lo screditò, dicendo che non era nella posizione di imporre condizioni nei negoziati. La scena fu raccontata dalla stampa di tutto il mondo, per la sua eccezionalità.

Pochi giorni dopo Trump sospese per circa una settimana l’invio di armi all’Ucraina, così come la condivisione di informazioni d’intelligence. Secondo più ricostruzioni nei mesi successivi, la CIA aiutò comunque l’Ucraina a colpire le infrastrutture energetiche russe, oggi tra le campagne militari di maggior successo dell’Ucraina.

Il disastroso incontro del febbraio 2025 alla Casa Bianca (AP Photo/ Mystyslav Chernov)

A luglio l’amministrazione Trump sospese anche le consegne di missili intercettori Patriot, prodotti negli Stati Uniti e fondamentali per difendersi dai missili balistici russi, veloci e difficili da intercettare. Poco dopo Trump cambiò idea di nuovo: disse che gli Stati Uniti avrebbero continuato a inviare armi all’Ucraina, ma che a pagarle sarebbero stati i paesi della NATO.

L’incontro in Alaska con Putin
Ad agosto del 2025 Trump fece qualcosa di ancora più notevole: incontrò Putin in Alaska, negli Stati Uniti, rompendo l’isolamento a cui era sottoposto il presidente russo dal 2022 e legittimandolo pubblicamente.

Dall’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina, nessun altro leader del G7 lo aveva incontrato, in Russia o all’estero. Anche perché nel 2023 la Corte penale internazionale aveva emesso contro Putin un mandato d’arresto internazionale per i crimini di guerra commessi in Ucraina. Se Putin avesse varcato i confini di un paese che riconosceva la giurisdizione della Corte, le autorità di quel paese avrebbero dovuto arrestarlo (gli Stati Uniti non la riconoscono).

Tra la fine dell’estate e l’autunno del 2025 i rapporti tra Trump e Putin toccarono il punto più basso.

Trump si mostrò spazientito verso il presidente russo e la sua indisponibilità ad accettare compromessi ragionevoli. Putin infatti non ha mai ceduto sulla possibilità di ritirarsi dal Donbas, e anzi, ha sempre insistito affinché gli accordi gli concedessero di espandersi anche in territori che la Russia non aveva conquistato.

A settembre del 2025 Trump arrivò a criticare pubblicamente Putin. A margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite appoggiò per la prima volta l’istanza ucraina di riprendersi tutti i territori occupati. Anche in questo caso però cambiò idea in fretta.

Il piano in 28 punti
A novembre del 2025 l’inviato speciale di Trump, Steve Witkoff, rese noto un programma in 28 punti per mettere fine alla guerra. Di nuovo, il piano era stato negoziato con la Russia, ma non con il governo ucraino.

Il piano di Witkoff era sbilanciatissimo verso la Russia: in primo luogo sulla questione dei territori occupati dai russi, a cui l’Ucraina avrebbe dovuto rinunciare completamente. Zelensky chiese a Trump di fare modifiche sostanziali, e Trump lo accusò di mostrare «zero gratitudine». In seguito il piano venne ammorbidito, ma i negoziati entrarono in una fase di stallo che dura ancora oggi.

Alla fine di febbraio del 2026 Stati Uniti e Israele avrebbero iniziato la guerra in Medio Oriente, e le priorità dell’amministrazione Trump sarebbero cambiate completamente.

Donald Trump e Volodymir Zelensky a San Pietro (Ukrainian Presidential Press Office via AP)

L’impatto della guerra in Medio Oriente
Nel 2026 gli aiuti statunitensi all’Ucraina si sono ridotti ulteriormente, soprattutto i missili intercettori Patriot, di cui gli Stati Uniti hanno consumato le scorte a causa della guerra in Medio Oriente. A luglio Trump ha promesso che avrebbe concesso all’Ucraina le licenze per produrseli da sola, cosa comunque non facile, ma se l’è rimangiato neanche un mese dopo.

Nel 2026 il grosso degli aiuti è arrivato dall’Unione Europea (oltre che da Norvegia e Regno Unito): solo tra maggio e giugno, paesi e istituzioni europee hanno stanziato per l’Ucraina quasi 11 miliardi di euro.

La scorsa settimana, per contrastare la crisi energetica innescata dalla guerra in Medio Oriente e l’aumento dei prezzi del carburante, Trump ha concluso un accordo con Putin per sospendere le sanzioni statunitensi sul gasolio russo: in cambio la Russia si è impegnata a immettere più gasolio sul mercato. Ha poi dato a Zelensky e agli attacchi ucraini alle raffinerie russe la responsabilità dell’aumento dei prezzi, e sostenuto che sia «ora che l’Ucraina abbia un nuovo presidente». Venerdì Trump ha sospeso l’entrata in vigore di un grosso pacchetto di sanzioni statunitensi contro la Russia, che aveva approvato lui stesso e che era stato sostenuto sia dai Repubblicani sia dai Democratici. Prevedevano l’imposizione di dazi del 500 per cento sul valore delle merci russe importate, e di dazi del 100 per cento sui cinque principali paesi importatori di petrolio e gas russi.

Zelensky ha inoltre accusato gli Stati Uniti di aver interrotto la condivisione di informazioni di intelligence sui missili balistici russi. Anche la decisione di limitare l’uso di Starshield in Ucraina potrebbe essere stata presa dalla Casa Bianca.

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