Ricordi dalle frontiere della Cina

«Con la Corea del sud, il Vietnam, il Kazakistan, ma soprattutto quella tra Tibet e Nepal, spazzata via dall'esondazione di agosto. Sono fra i posti più intensi da cui sia mai transitata e che oggi tutto sia sepolto dal fango e dal dolore è per me inconcepibile»

Sul Passo di Zhangmu e Kodari-Tatopani (foto Ilaria Maria Sala)
Sul Passo di Zhangmu e Kodari-Tatopani (foto Ilaria Maria Sala)
Ilaria Maria Sala
Ilaria Maria Sala

Vive dal 1988 in Asia – dopo Pechino, si è spostata a Tokyo, poi Hong Kong, Shanghai, Katmandu, e ora di nuovo a Hong Kong. È autrice di diversi libri, l'ultimo, L'eclissi di Hong Kong. Topografia di una città in tumulto, è stato pubblicato da Add Editore nel 2022. Fa parte dell'associazione di giornalisti Lettera22. Scrive in italiano e inglese, parla una decina di lingue (più o meno bene a seconda della lingua) ed è poetessa e ceramista.

Continuo a ripensare alle città nepalesi stravolte dalla mostruosa esondazione del 26 agosto al confine fra Rasuwagadhi, in Nepal, e Gyirong, in Tibet, e a quella più a sud, a Kodari-Tatopani (dal lato nepalese) e Zhangmu (dal lato cinese, che era la frontiera principale fra la Cina e il Nepal fino al terremoto del 2015). Erano fra i posti più intensi da cui sia mai transitata, città di frontiera piene di possibilità, che suscitavano una curiosità appiccicosa, quando ci si chiedeva che cosa questi passi montani d’alta quota, circondati da picchi così immensi, avessero potuto vedere nel corso dei secoli.

In parte è una caratteristica universale delle città di frontiera, dove diventano più acuti e irrisolvibili i nostri interrogativi sulle identità nazionali e sulla consistenza delle differenze culturali, qualunque esse siano. Basta un metro per essere diversi? Nelle capitali e nelle grandi città le diversità si stemperano, nei villaggi di frontiera invece si acuiscono, come se la transizione faticasse a essere graduale.

Vista di Rasuwagadhi e Gyirong (foto Ilaria Maria Sala)

In Nepal, in questo paese a forma di strategico cuscinetto fra la Cina e l’India, o meglio, fra il Tibet controllato dalla Cina e l’India, gli intrighi politici vanno avanti da tempo immemorabile, e molti erano condotti con tale segretezza da essere ancora oggi avvolti nel mistero. E in questo brulicare di intrighi, le vette himalayane si impongono per la loro immensità, che ispira o porta con sé moti di devozione: a Rasuwagadhi, non a caso, ai piedi del monte sacro Kailash, mentre è avvenuto l’orrore, erano in pellegrinaggio hinduisti, buddisti, jainisti e anche seguaci del bon, la religione tibetana pre-buddista.

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L’aria con meno ossigeno, i tempietti, le bandierine tibetane di preghiera multicolori, dette lungta, volti che testimoniano provenienze disparate, l’odore di tè al latte e riso e crema di lenticchie alle spezie e momo (i ravioli tibetani, rotondi), tutto si mescolava e mi lasciava perplessa e in silenzio, impegnata a capire il più possibile, come se fossero proprio le frontiere stesse a interrogarmi. Senza alcuna metafora, le frontiere sono i veri luoghi liminali, dove anche in insediamenti di piccole dimensioni si intrecciano storie talmente numerose che nemmeno la metropoli più grande potrebbe contenerne di più.

Valico di Zhangmu e Kodari/Tatopani (foto Ilaria Maria Sala)

Ho un ricordo preciso della prima frontiera di cui sono stata consapevole. Risale a un viaggio in macchina estivo che ho fatto con i miei genitori da bambina, un viaggio in cui mi sono svegliata nel sedile di dietro mentre, nel passaggio fra l’Italia e la Svizzera, la polizia di frontiera guardava cosa ci fosse nel portabagagli. La divisa degli ufficiali aveva uno stile sartoriale spiccatamente diverso da quello indossato dai loro colleghi pochi passi più in là. Io stringevo l’orso, e mi chiedevo perché bastassero pochi passi per fare di loro degli svizzeri mentre quelli alle nostre spalle rimanevano italiani. Conclusi che le frontiere sono reali ma incomprensibili.

Passo di Zhangmu e Kodari/Tatopani (foto Ilaria Maria Sala)

Da adulta le frontiere a cui ho pensato di più sono quelle che determinano dove finisce la Cina e dove cominciano i Paesi che la circondano. Per entrare in Vietnam in treno, per esempio, fino a qualche anno fa si poteva salire alla stazione di Kunming e arrivare nella cittadina di Lao Cai, e nell’attesa che venissero fatti tutti i controlli curiosare con gli occhi nel treno sul binario parallelo, che faceva il tragitto opposto.

Capivi che milioni di oggetti venivano trasportati da una parte all’altra, cibo, ciotole di plastica, sgabellini, materassi, in un’andata e ritorno quotidiana lungo binari stesi per la prima volta dai francesi nel 1910. Dopo aver colonizzato il Vietnam, speravano di accedere alle risorse e al mercato cinese passando da sud-ovest, estendendo la “loro” Indocina con la connessione ferroviaria Kunming-Haiphong. Fu un disastro: per costruirla persero la vita più di 100mila lavoratori, sia cinesi che vietnamiti, al punto che, dopo un iniziale entusiasmo agli inizi di questo secolo, furono abbandonati i tentativi di riaprirla per farne un tragitto turistico a causa delle frequenti frane e alluvioni. Oggi lo stesso tragitto si può fare in autobus.

Rasuwagadih/Gyirong (foto Ilaria Maria Sala)

Anche in Corea del Nord ci si può andare in treno, come in Kazakistan. Sono stata in entrambi i posti. Chi usciva dalla Cina per andare in Corea del Nord portava cibo, alcolici, sigarette e medicine (valuta utile anche a piccole corruzioni); chi andava in Kazakistan, invece, trasportava abiti ed enormi pupazzi, che venivano messi a sedere sui sedili, da dove guardavano immobili gli altri passeggeri attraverso sacchetti di plastica trasparenti. Sono frontiere dove i controlli sono lenti, e dove c’è tutto il tempo di guardarsi intorno e farsi idee approssimative su quel che succede dall’una e dall’altra parte nel quotidiano commerciare e nel contrabbandare un po’.

La città di Khorgos, da dove si entra in Kazakistan, è chiamata «il più grande porto secco del mondo», un enorme luogo di smistamento commerciale non marittimo. Quanto a me, passeggiavo su e giù davanti ai binari, determinata ad approfittare della lentezza delle procedure burocratiche per guardarmi intorno, quando il mio treno è ripartito. Ho cominciato a rincorrerlo affondando nella neve, con ottimismo a prima vista incomprensibile fin quando invece, per fortuna, gli altri passeggeri, nel non vedermi risalire, hanno azionato l’allarme per farmi ripescare.

Benché non ci siano treni, nella mia esperienza nessuna frontiera è stata più intensa, più carica di significato di quella fra la Cina e il Nepal, dove ho passato quasi un anno prima del Covid, in due periodi diversi, a Katmandu e a Patan. I punti da cui si può transitare da un paese verso l’altro sono due, sempre ammesso che la situazione in Tibet sia sufficientemente tranquilla da tenere aperti entrambi i varchi.

Il primo è il valico di Rasuwagadhi/Gyirong, dove la Cina aveva deciso di costruire la prima linea ferroviaria per connettere il Tibet con il Nepal, prima che l’orrore del 26 agosto causasse ripensamenti. Il secondo è Kodari-Tatopani/Zhangmu che oggi, dopo i danni per il terremoto, opera in modo ridotto (il 31 agosto le autorità cinesi hanno detto che resterà chiuso a tempo indeterminato, per timore di una nuova esondazione). In entrambi, però, man mano che si camminava per avvicinarsi ai controlli dal lato nepalese, si veniva assorbiti da un’atmosfera straordinaria, in cui viaggiavano informazioni frammentarie su quel che non possiamo sapere sulla quotidianità in Tibet.

Non sono frontiere sicure, da questo punto di vista: non ci si può certo mettere a intervistare per strada chi arriva, chiedendo come hanno trovato il Tibet, quanta polizia c’è, quante telecamere, quanto sia possibile pregare in santa pace se si è tibetani devoti al buddismo, quanto il turismo abbia tolto di torno la devozione, quanto le persone si siano rassegnate a quello che è stato loro imposto.

E così si cerca di interpretare quello che si vede, aggiungendo brandelli di cose lette, racconti di persone incontrate in Nepal, che siano rifugiati tibetani intorno al monastero di Swayambunath, a Katmandu, spavaldi turisti cinesi a Pokhara o guide alpine nepalesi che hanno visto le città di frontiera dall’alto e fanno discorsi seri pieni di non-detti, perché sanno valutare se i cammini clandestini di chi scappava a piedi siano ancora attivi e utilizzati. Ci si fida di questi frammenti di informazioni, lì per lì, ma ripensandoci si soppesano con più cautela: a meno che non fossero delle spie, a meno che non fossero dei mitomani, a meno che non fossero degli imbroglioni o dei fantasiosi.

Kodari/Tatopani-Zhangmu (foto Ilaria Maria Sala)

Del Tibet oggi sappiamo poco: a parte Lhasa divenuta città turistica e sinizzata, a parte i monasteri chiusi e quelli monitorati, cosa succede davvero sull’altipiano, nella sua vastità? Il controllo sulle informazioni e su chi le desidera, già forte nel resto della Cina, nelle zone di frontiera diventa estremo. Ancora di più dal luglio scorso, dopo che è stata introdotta in Cina la Legge sull’unità etnica, volta a imporre un’identità etnica “condivisa” – che si basa, ovviamente, sulla maggioranza, non su chi è numericamente minoritario.

A Kodari, come a Rasuwagadhi, prima di tutti i disastri, passavano trekker con addosso ogni bendidio della tecnologia vestiaria. Camminavano diritti e un po’ superbi, dopo aver attraversato a piedi la frontiera con i loro scarponi di marca, pronti ad affrontare nuovi panorami. Ma intorno a loro vedevi un’umanità in infradito che aveva fatto lo stesso percorso, con in braccio o sulle spalle carichi di vario tipo: tornare dalla Cina è come tornare dal più grande e conveniente supermercato. Ma per quanto si vogliano scacciare dalla mente le letture sul Great Game centrasiatico e himalayano – quello che veniva giocato da emissari della corona britannica, di Mosca, di Parigi, di Berlino, per il controllo sia di queste vette che dei Paesi a cui danno accesso, descritto, fra gli altri, da Kipling – queste città mantengono un’aria un po’ losca.

In lontananza si vedono le inavvicinabili città tibetane tenute fuori dalla rotta turistica dove si muovono camionisti e commercianti capaci di parlare nepalese, inglese e mandarino, ma anche un po’ di newari e di tibetano, come deve fare chi ha a che fare con tutti, anche se non è poi chiaro che tipo di fare sia il suo. Vuoi un visto per la Cina? Ci sono modi. Un permesso per le scalate? So da chi mandarti. Qualcuno che ti spieghi qualcosa del buddismo che ti confonde? Ho l’uomo giusto per te.

È da questi passi montani che l’artista tibetano Tenzing Rigdol, nato in esilio in Nepal e ora a New York, riuscì a trasportare 20 tonnellate di terra tibetana fino a Dharamsala, la città del Dalai Lama nel nord dell’India, uno dei più importanti centri della diaspora tibetana, aumentata con il susseguirsi delle tensioni e della repressione sull’altipiano. Il suo progetto voleva consentire agli esiliati di camminare sulla “loro terra”, inaccessibile ai tibetani in esilio, documentando sia il trasporto della terra che la reazione di chi la calpestava.

Bringing Tibet Home, il film nato dal progetto, mostra l’effetto stravolgente che può provocare un po’ di semplice terra su chi vive nel dovere di ricordare un luogo a cui non ha accesso. Erano posti di frontiera così trafficati, vivaci e miracolosi, da consentire un’operazione tanto improbabile. Che oggi tutto sia stato spazzato via, sepolto dal fango, dall’acqua e dal dolore è per me inconcepibile.

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