Come la pensa Meloni sull’inviato europeo per l’Ucraina

Per capirlo bisogna prima sapere che cos'è il formato E3, e perché l'Italia ne è rimasta quasi sempre esclusa

di Valerio Valentini

Giorgia Meloni insieme ai leader di Francia, Germania e Regno Unito durante una riunione dei Volentersoi a Parigi, il 17 aprile 2026 (Jeanne Accorsini/Pool Photo via AP)
Giorgia Meloni insieme ai leader di Francia, Germania e Regno Unito durante una riunione dei Volentersoi a Parigi, il 17 aprile 2026 (Jeanne Accorsini/Pool Photo via AP)

Da mesi l’Unione Europea discute vanamente sulla necessità di avere un proprio inviato speciale per la guerra in Ucraina. L’idea è di individuare una figura autorevole, che possa rappresentare gli interessi europei – compresi quelli del Regno Unito e degli altri paesi non membri dell’Unione – nei negoziati tra Russia, Ucraina e Stati Uniti. Sono stati fatti vari nomi, senza che tuttavia si arrivasse a un accordo.

Il governo italiano si è tenuto un po’ defilato, in questo dibattito inconcludente. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha a lungo evitato di prendere una posizione; poi ha suggerito di scegliere un rappresentante di uno Stato europeo minore, per evitare gelosie e competizioni tra i paesi più importanti. Infine, ha prima alluso e poi detto in modo sempre più chiaro che il principale ostacolo alla nomina sono soprattutto i leader di Francia, Germania e Regno Unito, riuniti nel cosiddetto formato diplomatico E3.

Già a giugno Meloni aveva detto che «formati improvvisati e trattative disorganizzate rischiano di portare scarsi risultati». Mercoledì, intervenendo in Senato alla vigilia del Consiglio Europeo, è stata più diretta: «Continuo a chiedere che i 27 individuino una figura autorevole, con il mandato di tutti, capace di portare al tavolo la voce dell’Europa. Se su un nome non si trova convergenza, siamo pronti anche a valutare soluzioni diverse. Se, ad esempio, Francia, Germania e Gran Bretagna, nel famoso formato E3, ritengono di poter fare da sole e meglio di quanto potremmo fare tutti insieme (finora è la scelta che hanno fatto), allora almeno lo facciano a nome di tutti e con un mandato ufficiale dato da tutti».

I formati diplomatici sono accordi che i singoli paesi definiscono tra loro per fare squadra su alcune questioni, nel tentativo di esercitare una maggiore influenza su certe zone del mondo o in alcune dispute internazionali. Alcuni vengono creati in modo un po’ estemporaneo; altri, se sono efficaci, resistono più a lungo e si strutturano, e condizionano in modo più significativo le strategie e le prassi di quei paesi che ne fanno parte.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky durante l’incontro a Palazzo Chigi, Roma, Mercoledì 15 aprile 2026 (Roberto Monaldo/LaPresse)

Il formato E3, quello criticato da Meloni, nacque nel 2003, quando i principali paesi europei cercarono di stabilire relazioni diplomatiche dirette con l’Iran, innanzitutto sul tema dell’energia nucleare, senza passare dalla mediazione degli Stati Uniti, ritenuti troppo ostili nei confronti del regime iraniano.

Francia e Germania, i due paesi dell’Unione con il peso politico ed economico maggiore, erano state coinvolte nei decenni precedenti, attraverso alcune loro aziende, nella costruzione e nella gestione di centrali nucleari in Iran, e così il presidente francese Jacques Chirac e il cancelliere tedesco Gerard Schröeder decisero di prendere l’iniziativa. Coinvolsero però anche il Regno Unito: all’allora primo ministro Tony Blair Blair fu sostanzialmente chiesto di mediare con il presidente americano Geroge W. Bush, per evitare che l’operazione apparisse come un affronto verso gli Stati Uniti.

L’Italia si chiamò fuori da questo formato. Un po’ perché il presidente del Consiglio di allora, Silvio Berlusconi, si risentì per non essere stato coinvolto per tempo. Un po’ perché, per vecchia e consolidata consuetudine, la diplomazia italiana ha ottime relazioni con l’Iran, perciò si pensò che potesse avere un ruolo più efficace restando autonoma. Sempre per questa ragione, quando tra il 2012 e il 2013 ci fu una concreta possibilità di essere ammessi in questo formato, i governi di Mario Monti e di Enrico Letta decisero di non farlo.

Benché nato per gestire la complicata faccenda iraniana, il formato E3 è poi diventato, come talvolta capita in questi casi, un’alleanza con cui di fatto Germania, Francia e Regno Unito prendono l’iniziativa quando ritengono che questa alleanza possa essere utile, specie quando si tratta di affermare interessi europei che confliggono con quelli statunitensi. È successo spesso anche sull’Ucraina, soprattutto da quando, col ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, gli Stati Uniti hanno progressivamente ridotto il loro impegno economico e militare a sostegno della resistenza del paese aggredito.

Uno dei momenti più significativi, da questo punto di vista, fu l’incontro ospitato a Londra dal primo ministro Keir Starmer col presidente francese Emmanuel Macron, il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, lo scorso 7 giugno. In Italia, le immagini delle quattro bandiere affisse fuori dalla residenza di Starmer, a Downing Street, furono utilizzate dalle opposizioni per criticare la marginalità e l’irrilevanza del governo di Meloni nelle trattative internazionali.

Meloni si difese appunto dicendo che quelle iniziative erano state prese in virtù del formato E3, da cui l’Italia è sempre rimasta esclusa, e che dunque era inutile prendersela con lei. Si venne comunque a sapere che Meloni in realtà aveva contestato le iniziative di Macron, Starmer e Merz, alimentando il malcontento tra gli altri leader rimasti esclusi da quei colloqui e lamentandosene in particolare col primo ministro polacco Donald Tusk, che poi riferì di questa irritazione.

Durante un dibattito al Senato, l’11 giugno scorso, Meloni replicò a Renzi, che la incalzava su questo punto, dicendo che non era mai esistito un formato diplomatico europeo che coinvolgesse anche l’Italia (l’E4), e che durante il governo dello stesso Renzi Francia, Germania e Regno Unito fecero iniziative nel formato E3 anche riguardo alla crisi in Libia, che è un tema estremamente importante per l’Italia.

Renzi ricordò invece di quando nel 2014, a Milano, fu organizzato un incontro a cui parteciparono il primo ministro britannico David Cameron, il presidente francese François Hollande e la cancelliera Angel Merkel, e in cui Vlaidimir Putin e l’ex presidente ucraino Petro Poroshenko discussero di varie questioni intorno a cui c’erano dissidi tra i due paesi, fondamentalmente per l’aggressività russa nelle regioni orientali dell’Ucraina. Fu un parziale successo diplomatico di Renzi, quell’incontro, anche se non contribuì granché a risolvere le tensioni tra Russia e Ucraina.

In effetti, non si arrivò mai alla creazione di un vero formato E4. A seconda della forza e del protagonismo dei governi italiani in politica estera, l’Italia è riuscita in questi anni – con Renzi e poi soprattutto con Mario Draghi – a essere inclusa nelle discussioni più importanti che si sviluppavano tra Germania, Francia e Regno Unito, facendo insomma in modo che il formato E3 si allargasse in maniera più o meno formale e più o meno estemporanea.

Con Meloni è successo assai meno. Ma più che il protagonismo e l’autorevolezza, nel suo caso c’entra una precisa presa di posizione: Meloni non ha mai apprezzato la postura di Macron in politica estera, e ha sempre ritenuto che avesse una volontà di primeggiare e di apparire pericolosa per la stabilità europea. C’entra in parte una consolidata opposizione ideologica di Fratelli d’Italia nei confronti della Francia, a cui si è unita una antipatia personale tra Meloni e Macron. Ma c’entra anche il rapporto che Meloni ha cercato di avere con Trump.

Meloni e Macron durante il vertice franco-italiano ad Antibes, in Francia, il 25 giugno 2026 (Manon Cruz/Pool Photo via AP)

Il formato E3, infatti, è tornato centrale in questi ultimi due anni proprio perché il disimpegno statunitense nei confronti dell’Ucraina, e le ostentazioni di sintonia tra Trump e Putin, hanno indotto gli europei a cercare di prendere in mano la situazione, pur consapevoli che, senza la presenza militare e di intelligence americana, l’Europa faticherebbe moltissimo a garantire la protezione dell’Ucraina. È nell’ambito del formato E3 che si è sviluppata la cosiddetta “coalizione dei volenterosi”, quella con cui l’Europa prova a farsi carico del sostegno politico e militare dell’Ucraina a prescindere degli Stati Uniti: un’iniziativa promossa innanzitutto da Francia e Regno Unito, a cui poi si è unita, con maggiori cautele, anche la Germania.

Meloni si è sempre tenuta ai margini di questa alleanza, e anzi spesso l’ha criticata. In parte perché Francia e Regno Unito si sono impegnate a impiegare i propri soldati per garantire il rispetto di un’eventuale tregua, mentre Meloni ha sempre escluso l’impiego di militari italiani, dicendo invece di preferire un accordo che porti anche gli Stati Uniti a offrire garanzie di sicurezza all’Ucraina.

Ma più in generale, Meloni ha sempre guardato con scetticismo alle iniziative con cui i principali paesi europei provavano a rendersi autonomi dagli Stati Uniti, perché è convinta che queste iniziative dividano l’Occidente, ma anche per la sua ambizione, a lungo coltivata, di porsi come mediatrice tra l’Europa e gli Stati Uniti, proponendosi quindi come interlocutrice privilegiata di Trump. Questo suo atteggiamento ha irritato i partner europei, che hanno considerato certe scelte del governo italiano quasi come un atto di sabotaggio.

Alle varie riunioni promosse da Macron e Starmer nel 2025 ha partecipato quasi sempre da remoto oppure aderendo all’ultimo minuto per poi criticarne gli esiti. Lo scorso dicembre, quando Francia e Regno Unito hanno promosso un’operazione europea contro la cosiddetta “flotta fantasma” che aggira le sanzioni sul gas e sul petrolio russi (Clean Seas Initiative), l’Italia si è sfilata e ha collaborato poco.

A febbraio, quando i leader di Francia, Germania e Regno Unito hanno utilizzato la Conferenza annuale sulla sicurezza di Monaco come un’occasione per contestare l’atteggiamento ostile di Trump nei confronti dell’Europa, Meloni non è andata, preferendo partecipare al vertice Italia-Africa ad Addis Abeba, in Etiopia.

Da metà giugno, da quando Emanuela D’Alessandro ha terminato il suo incarico a Parigi, l’Italia non ha un ambasciatore ufficiale in Francia, cosa senza precedenti nella storia delle relazioni tra i due paesi.

Tutto ciò rivela insomma la profonda sfiducia che Meloni nutre nei confronti delle iniziative del formato E3, specie quando avvengono su impulso di Macron. Ma dimostra anche la difficoltà italiana a incidere sull’Ucraina, in un contesto di generale difficoltà e inconsistenza diplomatica della stessa Unione Europea. L’intervento di mercoledì in Senato mostra chiaramente questa ambiguità di fondo: pur contestando il formato E3, Meloni accetta comunque l’ipotesi che Francia, Germania e Regno Uniti negozino, proprio con quel formato, «a nome di tutti e con un mandato ufficiale dato da tutti» i paesi europei.