• Libri
  • Mercoledì 14 ottobre 2026

L’omicidio preppy

In "La tragedia del true crime" John J. Lennon racconta uno dei processi più seguiti e discussi a New York negli anni Ottanta, e il suo incontro con l'assassino

Robert Chambers viene preso in consegna per essere portato in carcere dopo la condanna per l'omicidio di Jennifer Levin (NY Daily News Archive via Getty Images)
Robert Chambers viene preso in consegna per essere portato in carcere dopo la condanna per l'omicidio di Jennifer Levin (NY Daily News Archive via Getty Images)

Nel 1986, a 19 anni, Robert Chambers strangolò e uccise una ragazza diciottenne, Jennifer Levin, in Central Park a Manhattan. I due ragazzi frequentavano ambienti e famiglie benestanti newyorkesi (la madre di Chambers lavorava come infermiera presso ricche famiglie, lui frequentava una scuola molto ricercata). L’indagine e il processo durarono molto a lungo, con cambi di versione e giurie divise, e tutto fu seguito con accenni morbosi e grandi contrapposizioni da parte del pubblico, alimentate da una intensa copertura mediatica che soprannominò il caso “L’omicidio preppy”, dal termine che definiva una tendenza estetica tra i giovani ricchi americani.

La storia di Chambers è una delle quattro raccontate da John J. Lennon in La tragedia del true crime, il libro pubblicato da Altrecose che è da oggi nelle librerie italiane nella traduzione di Federica Aceto, e con una postfazione di Stefano Nazzi. È una storia che si attaglia molto al lavoro che Lennon ha voluto fare per descrivere le biografie di persone condannate per omicidio – e non solo il loro crimine – e considerare il rapporto del pubblico con il “true crime”, il genere sempre più popolare di racconto documentaristico di omicidi e crimini violenti.

Ma soprattutto, a Lennon – a sua volta condannato per omicidio e protagonista di una delle quattro biografie che si intrecciano – capita di incontrare e conoscere Chambers in carcere. E, come con gli altri due e con se stesso, farlo diventare la fonte del suo racconto, parallela a quello che del suo crimine si è conosciuto attraverso i processi e i media.

*****

All’inizio del 2020, dopo una serata passata a intervistare Milton nella sala ricreativa, tornai al mio piano. Il mio vicino mi disse che in tv davano un documentario true crime su Robert Chambers. The Preppy Murder: Death in Central Park era una docuserie breve che trasmettevano per tre sere sulla tv A&E, inclusa nel pacchetto via cavo di Sing Sing (i detenuti hanno la tv via cavo? Ebbene sì, ma l’abbonamento lo paga la popolazione carceraria con raccolte fondi e con una percentuale dei profitti dei distributori automatici in sala colloqui). All’epoca quello era stato un caso enorme: nel 1986 Chambers aveva strangolato la diciottenne Jennifer Levin sotto una quercia, vicino a una pista ciclabile di Central Park. Il suo nome mi era familiare, perché da quando ero in carcere detenuti e agenti mi dicevano che gli assomigliavo.

Nel 1988 non si faceva che parlare di quel processo. Io avevo undici anni e ricordo mia madre che ne parlava con mia zia, con un’empatia per la madre di Chambers che si sarebbe rivelata quasi profetica. Rispettando le regole non scritte del genere true crime, il documentario ripercorreva la saga del delitto, le indagini, il processo, e in questo caso anche la frenesia sensazionalistica dei media. Rosanna Scotto, conduttrice di Fox 5 che all’epoca seguì il caso, disse che Chambers sembrava «un Adone di Hollywood». Secondo altri aveva qualcosa della famiglia Kennedy. Il fatto che Chambers fosse un preppy boy uscito da una scuola privata dell’Upper East Side aggiungeva quel tocco d’ironia macabra alla storia: in certi ambienti privilegiati i crimini violenti semplicemente non accadevano, no? Ben presto il caso si trasformò in un monito sull’etica degli anni Ottanta, un’epoca di eccessi ed ebbrezza, di giovani in preda alle dipendenze, disinibiti e intorpiditi. Certo, girava il crack e la città era una polveriera (nei primi dieci mesi del 1986, nella sola città di New York ci furono 1309 omicidi; nel 2023 ce ne sono stati 391), ma quella violenza restava perlopiù confinata nei ghetti, dove la vita sembrava avere poco valore e ci si uccideva per poche decine di dollari. L’omicidio di Jennifer Levin spinse la gente a interrogarsi sulla cultura della dissolutezza e sulla sua capacità di penetrare l’isola di superiorità morale dell’alta società. Quella serie ora stava ricordando al mondo, nel 2020, come più di trent’anni prima Robert Chambers fosse stato al centro di tutto questo. A braccia conserte sulla copertina del New York Magazine nel novembre del 1986, appariva sprezzante, forte della propria posizione.

Intanto una ragazza di diciotto anni aveva perso la vita e la possibilità di avere un futuro, ed era stato Chambers a portargliele via. The Preppy Murder si chiedeva se nell’odierno contesto post #MeToo le cose sarebbero andate allo stesso modo. Alex Kapp, la ragazza con cui Chambers usciva all’epoca, che non aveva mai parlato del caso prima di allora, era protagonista in tutta la serie. Durante le indagini, negli anni Ottanta, i genitori le trovarono subito un avvocato e lei non entrò mai davvero nel caso: si trasferì a Hollywood, diventò attrice di sitcom e stava scrivendo un romanzo sugli anni Ottanta quando i produttori della serie la contattarono. E lei accettò di parlare.

La serie mi ricordò che Chambers aveva patteggiato per omicidio preterintenzionale e si era preso quindici anni con la possibilità di accedere alla libertà condizionale dopo cinque. Molti ritennero che gli fosse andata di lusso. Alla fine si fece tutti e quindici gli anni e uscì nel 2003, ma non riuscì a tenersi lontano dalle droghe e qualche anno dopo fu arrestato per spaccio e condannato ad altri diciannove anni. Verso la fine della serie c’era una ripresa dall’alto del Sullivan Correctional Facility, un piccolo carcere di massima sicurezza nei Catskills, dove Chambers era detenuto.

Mesi dopo la messa in onda di The Preppy Murder, in una torrida giornata dell’estate 2020, stavo viaggiando su un furgone blu della polizia penitenziaria coi vetri oscurati, con addosso la divisa verde da detenuto; ero ammanettato, incatenato e portavo la mascherina, poiché eravamo in pieno periodo Covid. Mi stavano trasferendo da Sing Sing. Con me portavo le storie di Shane e Milton, e in uno dei borsoni c’era la mia macchina da scrivere elettronica Swintec (non mi è permesso possedere un computer, e la Swintec è una delle poche aziende che ancora producono macchine da scrivere: la mia ha una memoria di settemila caratteri e si può trovare per 350 dollari). Il resto dei miei effetti personali – vestiti, scarpe da ginnastica, pile di appunti, riviste e libri – era dentro altri tre borsoni. Ero l’unico detenuto nel furgone, un trasporto con misure di sicurezza speciali: un mio articolo sul gioco d’azzardo in carcere pubblicato su Sports Illustrated, infatti, aveva attirato parecchia attenzione tra i detenuti e due tizi avevano messo in piedi un piano per estorcermi dei soldi. Il direttore di Sing Sing mi aveva prima fatto sparire in un’unità di protezione coatta, poi aveva deciso di trasferirmi in un altro carcere. Guardavo il mondo scorrere dietro le grate dei finestrini: passammo per Scarborough, una delle cittadine più ricche dello Stato di New York, e tra gli alberi rigogliosi s’intravedevano ville splendide. Mi chiedevo se qualcuno avesse mai letto le mie parole, lì, se sui tavolini dei loro salotti ci fossero le riviste per cui avevo scritto. Pubblicare stando in carcere ti dà quel particolare tipo di libertà: il corpo e la mente sono qui dentro, ma i pensieri e le parole riescono a uscire.

Ci stavamo avvicinando alla mia nuova casa. Il furgone lasciò la strada di campagna ed entrò in una deprimente cittadina nei Catskills, circa centosessanta chilometri a nord di New York. Ed ecco il carcere, acquattato alla fine di un vialetto in salita, simile a un ragno di cemento, con le finestre bordate d’arancione. Costruito a metà degli anni Ottanta, Sullivan era più nuovo e più piccolo degli altri istituti in cui avevo scontato parte della mia pena, con blocchi beige a due piani che sembravano tante tessere del Tetris. Ospitava circa 450 detenuti maschi, molti dei quali avevano bisogni speciali per via di gravi patologie mentali, problemi di udito, cecità. Altri erano affiliati alle gang e negli anni si erano cacciati in così tanti casini da non poter più essere ospitati in carceri più grandi. E poi c’erano i detenuti mediaticamente esposti, che in un posto del genere erano più facili da sorvegliare: per esempio Ronnie DeFeo Jr., che nel 1974 aveva ucciso sei membri della sua famiglia ad Amityville, fornendo materiale per un’intera generazione di film di culto. Per molti anni quello era stato anche il carcere di David Berkowitz, “il Figlio di Sam”, che nel 1977, l’anno in cui sono nato, aveva ucciso sei persone con una calibro 44 terrorizzando l’intera città di New York.

La cosa buona delle prigioni piccole è che le pratiche d’ingresso si sbrigano velocemente. L’infermiera mi misurò la temperatura e mi diede il via libera per il Covid; poi mi scortarono al D Nord, un blocco di celle su due piani a pianta ottagonale. Pareti grigie e bianche e ringhiere arancioni circondavano un’area comune con tavoli, due televisori, quattro telefoni e un chiosco per i tablet JPay (dal 2019 i detenuti di New York hanno a disposizione dei tablet elettronici che consentono di scaricare musica e inviare e ricevere a pagamento email, immagini e video. Io li usavo per fare tutto questo, e anche per scrivere articoli, ma l’amministrazione di Sing Sing a un certo punto cominciò a trattenere tutti i miei messaggi JPay in entrata e in uscita – sto parlando di settimane intere – rendendo di fatto inutilizzabile quella tecnologia. Quando arrivai a Sullivan fui chiaro con il direttore, assicurandogli che sarei sempre stato corretto e che lo avrei avvisato in anticipo riguardo ai miei articoli. Da quel momento i messaggi JPay ripresero a funzionare. Sempre tramite JPay ho ordinato una tastiera di gomma e ho iniziato a buttare giù questo libro trascrivendolo in una serie di email da seimila caratteri, grazie al fatto che la modalità «modifica» del tablet permette di fare copia e incolla. Questo mi ha reso le cose più facili). Le celle di Sullivan erano le migliori che avessi visto in quasi vent’anni di vita in carcere. Dai lavandini usciva acqua calda, c’era una finestra e potevo allargare entrambe le braccia senza toccare le pareti. Dal primo piano la vista era quella di un posto in galleria a teatro: vedevo l’area comune e le celle di fronte a me su entrambi i piani. I sessanta uomini del D Nord sarebbero stati i miei vicini.

Arrivare in un nuovo carcere ti dà una strana sensazione di gioia: l’eccitazione di cambiare posto, facce nuove, storie nuove, una tregua dalla tristissima monotonia del carcere da cui vieni. Ma entrando a Sullivan ero nervoso, perché a Sing Sing non tutti apprezzavano quello che scrivevo e mi chiedevo come me la sarei cavata qui.

Un uomo che veniva chiamato “Midget”, di nome Frank Sepe, stava piantato davanti a una fila di celle; era dentro da quando aveva diciassette anni e io l’avevo conosciuto anni prima a Clinton. Adesso, alla soglia dei sessanta, aveva più di quarant’anni di carcere alle spalle, un pacemaker nel petto e una voce roca che lo faceva sembrare un malato di cancro alla gola. Era davanti alla cella di Mike Antinuche, un gangster quarantanovenne del Queens tarchiato e rude che sulla schiena aveva tatuate le parole «Young Guns» e due revolver sovrapposti a un volto con un ghigno da folle. Lo chiamavano Mikey Meatballs.

«Ah sì, tu sei quello che scrive. Ho letto il pezzo su Men’s Health sugli allenamenti all’aria», mi disse Meatballs. «L’anno scorso l’abbiamo letto tutti in isolamento».

Mentre parlavamo vidi entrare in sezione una versione più anziana di me stesso, un uomo bianco alto e snello. Aveva una barbetta incolta e un volto bello e inconfondibile. «Ma quello è Robert Chambers?» chiesi.

«Sì, Bobby», rispose Midget. «È uno a posto. È qui da anni».

«Ho appena visto il documentario su di lui. Non riuscivo a credere che si parlasse ancora del suo caso».

«Sì, pure qui se lo sono guardato», disse Midget. «Bobby no. Odia la stampa. Gli arrivano in continuazione lettere di gente che chiede se può venire a trovarlo, ma lui non risponde mai».

Robert Chambers lanciò un’occhiata nella nostra direzione, fece un mezzo cenno con la testa e poi salì senza fretta al piano di sopra, alla cella 247. Aveva passato tutto il giorno a tagliare l’erba, doveva farsi una doccia e prepararsi per il turno successivo: servire lo sformato di pasta al tacchino (turkey tetrazzini: nome elegante, sapore immondo) dalla cucina della sezione.

A cinquantaquattro anni, Chambers appariva esausto e diffidente. Era ancora un bell’uomo, alto quasi un metro e novanta, asciutto e con le spalle larghe. Aveva la mascella lunga e affilata, il mento squadrato e gli occhi azzurri e penetranti, ma la massa di capelli era più rada e più grigia. Non era affatto l’incarnazione del privilegio che avevo visto in tv: portava Skechers nere sporche e una camicia verde a maniche corte fornita dal carcere, troppo larga, che gli stava appesa addosso come a un manichino. Sopra il taschino c’era l’etichetta attaccata a caldo: «Chambers 08A4763».

Ci parlai per la prima volta due giorni dopo il mio arrivo a Sullivan. Era seduto con un uomo mezzo cieco al centro della sezione a guardare un televisore enorme pensato per gli ipovedenti. Mi presentai e lui mi disse subito che Mikey Meatballs gli aveva detto che scrivevo.

«Facevi il giornalista fuori?» mi chiese.

«No, fuori spacciavo. Facciamo così: ti porto qualche mio articolo».

«Mi farebbe piacere».

*****

La tragedia del true crime di John J. Lennon, nella traduzione di Federica Aceto e con la postfazione di Stefano Nazzi, è uscito oggi in libreria e si può acquistare anche sullo Shop online del Post, con spedizione gratuita. È il quattordicesimo libro di Altrecose, il progetto editoriale del Post con Iperborea dedicato a libri che raccontano e spiegano la realtà.