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  • Mercoledì 14 ottobre 2026

In Indonesia vogliono usare le moschee per dare l’allarme sui terremoti

Perché ce ne sono centinaia di migliaia in tutto il paese, anche nelle zone più remote: per ora è un progetto sperimentale

Altoparlanti della moschea di Banda Aceh, sull'isola di Sumatra, in Indonesia, 25 febbraio 2025 (Khairu Syukrillah/ZUMA/ansa)
Altoparlanti della moschea di Banda Aceh, sull'isola di Sumatra, in Indonesia, 25 febbraio 2025 (Khairu Syukrillah/ZUMA/ansa)
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In Indonesia è stata avviata una sperimentazione che usa gli altoparlanti delle moschee per diffondere messaggi di allerta alla popolazione durante un terremoto e avvisarla il prima possibile di mettersi al riparo. Sono state scelte le moschee perché ce ne sono centinaia di migliaia in tutto il territorio, anche nei luoghi più remoti, e tramite gli altoparlanti trasmettono già quotidianamente messaggi alla comunità locale, tra cui i richiami alla preghiera cinque volte al giorno: l’Indonesia ha infatti la popolazione musulmana più grande al mondo.

Le isole che compongono l’arcipelago dell’Indonesia si trovano lungo la cosiddetta “cintura di fuoco”, l’area a ferro di cavallo che abbraccia l’oceano Pacifico e dove si concentra circa il 90 per cento dei terremoti del pianeta. Il disastroso tsunami che nel 2004 uccise 167mila persone solo in Indonesia fu provocato da un terremoto di magnitudo 9.1 al largo di Sumatra, la seconda isola più popolosa del paese.

La sperimentazione con gli altoparlanti delle moschee è parte di un progetto più esteso, che prevede un sistema di allerta sismica precoce: una rete di sensori che rilevi il terremoto in pochi secondi, un sistema di avviso ai residenti e linee guida su come mettersi al riparo.

Le moschee sono una parte centrale di questo sistema, ma i ricercatori stanno valutando anche l’uso di altoparlanti nelle scuole, oltre che della radio e della televisione, per dare l’allarme. Al momento alcune moschee sono già collegate alla rete di sensori sismici del progetto, ma si tratta di un prototipo che per ora non manda allerte al pubblico.

Un uomo con due altoparlanti di una moschea distrutta da un terremoto a Lombok, in Indonesia, 7 agosto 2018 (EPA/ADI WEDA/ansa)

Il progetto è guidato dall’Istituto di ricerca per la prevenzione dei disastri dell’Università di Kyoto, in Giappone (un altro paese con estesa esperienza con i terremoti) e dall’agenzia nazionale indonesiana per la ricerca e l’innovazione (BRIN); è stato avviato nel 2025 e durerà fino ad aprile del 2030.

È nato da un’idea del ricercatore Hiroshi Inoue, che ha raccontato di averci pensato studiando i terremoti del 2009 a Sumatra. Il modello è simile a quello del Giappone, dove il sistema di allerta invia messaggi a telefoni, televisori e radio poco prima che arrivino le scosse più forti.

I terremoti non si possono prevedere con precisione: non è possibile sapere in anticipo quando si verificheranno, dove e con quale magnitudo. I sistemi di allerta precoce non sono infatti in grado di prevederli, ma sfruttano il fatto che le scosse più significative sono sempre precedute da onde sismiche più rapide e di di minore intensità.In questo modo si possono guadagnare da pochi secondi a qualche decina di secondi, un intervallo breve ma sufficiente, in alcuni casi, per mettersi al riparo o fermare macchinari e trasporti.

Anche altri paesi stanno sperimentando sistemi simili. In Uzbekistan il ministero delle Emergenze e il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP) hanno avviato quest’anno un progetto sperimentale: dispositivi per gli avvisi di emergenza sono già stati installati in 272 moschee, soprattutto per allertare su alluvioni, frane e valanghe.