Gli scioperi dei lavoratori dell’ex ILVA contro la chiusura

A Taranto, Genova e Novi Ligure, dove gli stabilimenti si fermano per la decisione del tribunale di chiudere l'impianto più inquinante

Gli operai dell'ex ILVA di Genova durante una manifestazione a dicembre (ANSA/LUCA ZENNARO)
Gli operai dell'ex ILVA di Genova durante una manifestazione a dicembre (ANSA/LUCA ZENNARO)

Per oggi è previsto uno sciopero di 24 ore dei lavoratori dell’ex ILVA per protestare contro la chiusura dello stabilimento di Taranto, avvenuta venerdì, e la sospensione della produzione anche in quelli di Genova e Novi Ligure, in Piemonte, che avverrà entro la fine della settimana. Lo sciopero è stato proclamato dai sindacati di settore FIM, FIOM e UILM: a Taranto lo sciopero è già cominciato e i lavoratori si sono riuniti davanti ai cancelli dell’azienda; a Genova ci sarà un corteo verso la prefettura, in cui è prevista anche la partecipazione della sindaca Silvia Salis; a Novi Ligure ci sarà un’assemblea con la partecipazione del sindaco Rocchino Mulier.

Le chiusure dei tre impianti erano state annunciate venerdì da Acciaierie d’Italia, come si chiama ora la società che possiede gli impianti e in amministrazione straordinaria col controllo di commissari del governo. La decisione è stata presa dopo che alla fine di luglio la Corte d’appello di Milano aveva deciso la chiusura entro il 28 ottobre dell’area a caldo, che è la parte più importante dell’impianto ma anche la più inquinante.

Dopo la sentenza di luglio Acciaierie d’Italia aveva provato a chiedere per due volte la sospensione della chiusura, ma la Corte aveva respinto entrambe le richieste, l’ultima volta la scorsa settimana. Per il 20 ottobre è fissata l’udienza in Corte di Cassazione, che potrà confermare o annullare la decisione della Corte d’appello.

Nel fine settimana Acciaierie d’Italia ha fatto sapere che a Taranto erano finite le materie prime per la produzione, e per questo ha chiuso in anticipo. Lo stabilimento poteva restare in funzione fino al 20 ottobre, ma l’azienda ha voluto evitare l’accumulo di materie prime che poi probabilmente sarebbero rimaste in magazzino. Non c’è infatti una data prevista per la riapertura.

La chiusura di Taranto ha avuto conseguenze sugli altri stabilimenti del gruppo. L’area a caldo di Taranto è dove le materie prime vengono fuse negli altiforni e trasformate nell’acciaio che poi viene trasportato e lavorato negli stabilimenti nel Nord Italia, che non hanno una loro area a caldo. Senza l’acciaio da lavorare non può proseguire l’attività nemmeno degli stabilimenti di Genova e Novi Ligure.

I sindacati, però, si aspettavano che l’interruzione dell’attività in questi stabilimenti sarebbe arrivata più tardi, dato che gli impianti avevano ancora diverse tonnellate di materiale da lavorare. Per evitare la sospensione della produzione anche negli stabilimenti del Nord i sindacati avevano chiesto all’azienda di provare a comprare dall’estero l’acciaio da lavorare. Acciaierie d’Italia ha però fatto sapere che ci sarebbero voluti comunque mesi per trovare l’acciaio adeguato e farlo arrivare. L’azienda ha fatto sapere che «ogni possibile strada per scongiurare la fermata è stata percorsa».

Acciaierie d’Italia ha chiesto la cassa integrazione a tempo pieno per i lavoratori degli stabilimenti interessati dalle chiusure. Per molti lavoratori dell’ex ILVA, sia a Taranto che negli impianti del Nord, la cassa integrazione è ormai la normalità da anni, anche se finora non aveva mai sostituito del tutto il lavoro in fabbrica.

Venerdì c’è stato un incontro tra sindacati e azienda al ministero delle Imprese e del Made in Italy, in cui il governo ha annunciato un decreto per stanziare i fondi necessari per gli ammortizzatori sociali e l’impegno per arrivare in futuro a produrre acciaio meno inquinante. Questa prospettiva vaga è stata ritenuta insufficiente dai sindacati, che protestano contro l’assenza di un piano industriale concreto e di garanzie sulla ripresa della produzione negli stabilimenti dell’ex ILVA.

L’ex ILVA è l’azienda siderurgica più grande d’Italia e il governo sta tentando da anni di venderla a un privato che possa investire per il suo ammodernamento e per la riconversione dell’area a caldo in un impianto meno inquinante. La sua chiusura comporta una crisi per tutto il settore e l’indotto.

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