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  • Lunedì 12 ottobre 2026

L’Arabia Saudita ha poche opzioni contro gli Houthi

Ogni possibile risposta contro gli attacchi del gruppo yemenita porta con sé problemi di sicurezza, economici e di immagine

Passeggeri all'estero dell'aeroporto King Khalid di Riyad dopo l'attacco, il 10 ottobre 2026 (AP Photo)
Passeggeri all'estero dell'aeroporto King Khalid di Riyad dopo l'attacco, il 10 ottobre 2026 (AP Photo)

L’attacco all’aeroporto King Khalid di Riyad di sabato è stato il più grave subìto dall’Arabia Saudita in almeno dieci anni: dodici persone sono state uccise e più di 300 ferite. Un missile lanciato dagli Houthi, gruppo alleato dell’Iran che governa buona parte dello Yemen, ha parzialmente distrutto due terminal dell’aeroporto internazionale, che da allora è chiuso. L’attacco ha mostrato la vulnerabilità del regno saudita, impegnato nella guerra civile in Yemen a fianco del governo yemenita internazionalmente riconosciuto.

L’intensificarsi dei lanci di droni e missili delle ultime settimane sta mettendo in difficoltà le difese dell’Arabia Saudita. Ne sta condizionando l’economia e ne sta compromettendo l’immagine di centro sicuro di affari, di viaggi e turismo. Sta anche lasciando il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman con poche opzioni.

Un’immagine dalle telecamere del circuito di sicurezza dell’aeroporto durante l’attacco (Saudi Media Ministry via AP)

L’Arabia Saudita sta combattendo una cosiddetta “guerra asimmetrica” contro gli Houthi dal 2014: “guerra simmetrica” perché ha una superiorità netta in termini di armi e tecnologia, ma non riesce comunque a prevalere. I sauditi forniscono appoggio aereo al governo yemenita, organizzano e sostengono varie milizie e compiono attacchi con missili.

Nel 2022 era stato raggiunto un cessate il fuoco tra le parti, dopo una gravissima crisi umanitaria. La guerra però è ripresa quest’estate, quando gli Houthi hanno conquistato alcune importanti città sulla costa, consolidando il loro controllo sullo stretto di Bab el Mandeb, che collega il mar Rosso e l’oceano Indiano. Da lì passa buona parte del petrolio saudita: gli Houthi dicono di voler bloccare le loro navi e petroliere.

L’Arabia ha quindi aumentato il suo impegno, con oltre 100 aerei da guerra, e guidato una controffensiva. Gli Houthi hanno risposto con attacchi sempre più frequenti in territorio saudita.

A settembre hanno danneggiato l’oleodotto Est-Ovest, fondamentale per esportare il petrolio, mentre negli ultimi giorni hanno colpito vari aeroporti, e più volte quello di Riyad. La capitale saudita è stata di fatto coinvolta nella guerra, con gli allarmi missilistici che suonano e che costringono le persone a nascondersi nei bunker. Il traffico aereo è stato sospeso e alcuni importanti eventi commerciali che si dovranno tenere in città nei prossimi mesi sono in dubbio.

Missili e droni lanciati dagli Houthi stanno arrivando in territorio saudita con relativa facilità, per diverse ragioni.

Anzitutto lo Yemen condivide un confine con l’Arabia Saudita lungo 1.200 chilometri, cosa che rende il territorio saudita ancora più vulnerabile agli attacchi. Le dotazioni militari degli Houthi sono inoltre notevolmente migliorate in questi anni grazie al sostegno dell’Iran, che li ha finanziati e appoggiati come parte di un più ampio piano di rafforzamento del cosiddetto “Asse della resistenza”, la rete di gruppi e milizie filoiraniane attive in diversi paesi del Medio Oriente. C’è infine da considerare che l’Arabia Saudita in questa fase ha una disponibilità limitata di missili intercettori, molto utilizzati negli scorsi mesi per rispondere agli attacchi iraniani.

Una rappresentazione della Kaaba, edificio sacro all’interno della Mecca durante una manifestazione degli Houthi a Sana’a il 9 ottobre 2026 (AP Photo/Osamah Abdulrahman)

La vulnerabilità dell’Arabia Saudita mette fortemente in crisi la sua immagine internazionale e la sua economia.

Gli investimenti internazionali nel paese sono molto diminuiti nei primi otto mesi dell’anno, ed è a rischio anche il progetto di diventare un centro del business legato all’intelligenza artificiale, perché i data center sono diventati possibili obiettivi di attacchi.

La necessità di concentrare risorse sulla difesa priva ulteriormente di fondi gli ambiziosi progetti del principe ereditario Mohammed bin Salman per trasformare l’Arabia Saudita in una destinazione turistica, superando entro il 2030 la dipendenza totale dal petrolio: i lavori per la città futuristica Neom e il resort sciistico nel deserto sono stati interrotti e ridimensionati, quelli per un grattacielo a forma di cubo a Riyad procedono con lentezza.

Il principe ereditario Mohammed bin Salman a Parigi il 24 agosto 2026 (Julie Sebadelha/Pool Photo via AP)

Ogni risposta all’attuale crisi porta con sé rischi consistenti. Di fronte all’avanzata di settembre degli Houthi il governo saudita ha cercato inizialmente la via diplomatica, per evitare di essere nuovamente coinvolto in una guerra su larga scala, dopo quella contro l’Iran dei mesi scorsi. Questo ha lasciato senza sostegno l’esercito yemenita, quello che risponde al governo internazionalmente riconosciuto, permettendo agli Houthi di consolidare le proprie posizioni e diventare una minaccia maggiore.

Dopo avere esplorato la via diplomatica, l’Arabia Saudita è tornata più attivamente nella guerra, col rischio però che ogni attacco provochi una ritorsione degli Houthi sul proprio territorio. Bin Salman sta valutando un intervento militare di terra, ma eliminare definitivamente la minaccia degli Houthi può essere molto complesso e può bloccare per anni il regno in una sanguinosa e costosa guerra.

Bin Salman sta quindi cercando di coinvolgere paesi alleati in azioni militari contro gli Houthi: dopo un primo tentativo senza successo a settembre, è tornato a chiedere il sostegno di Donald Trump.

Trump ha detto di considerare la possibilità di attacchi aerei e negli ultimi giorni c’è stata anche la prima attivazione del patto militare di mutua difesa firmato ad agosto fra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan. Il governo pachistano ha confermato di avere inviato militari, la Turchia ha promesso aiuti difensivi, come anche il Regno Unito e la Francia.

Ma la vera soluzione per ora dipende dall’esito della guerra civile in Yemen: nonostante la riorganizzazione delle milizie e dell’esercito yemenita, gli Houthi sembrano aver resistito agli attacchi e potrebbero prolungare la situazione di instabilità in Arabia Saudita per tempi lunghi.