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  • Giovedì 8 ottobre 2026

Il più grande problema del tennis contemporaneo

Gli infortuni

(AP Photo/Kin Cheung)
(AP Photo/Kin Cheung)
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Quando il 12 aprile Jannik Sinner e Carlos Alcaraz si sono affrontati al Masters 1000 di Monte Carlo, sembrava quasi scontato che la maggior parte dei restanti tornei di quest’anno sarebbe finita con una finale tra loro due. E invece da quel momento non hanno più giocato l’uno contro l’altro, e non lo faranno per il resto del 2026. Prima Alcaraz ha saltato quasi cinque mesi per un infortunio al polso; poi è stato Sinner a fermarsi, per un problema al ginocchio: non gioca dal 12 luglio e ha detto che non tornerà in campo prima del 2027.

Non è un caso che Alexander Zverev chiuderà l’anno al primo posto del ranking mondiale: seppur meno forte e talentuoso di Sinner e Alcaraz è uno dei pochi che non si sono mai fatti male, e che è riuscito a essere costante.

Infortuni, problemi fisici e ritiri improvvisi hanno colpito infatti quasi tutti gli altri migliori tennisti al mondo: Lorenzo Musetti, Jack Draper, Holger Rune, Novak Djokovic e Arthur Fils. Si può dire che questo sia il più grande problema del tennis contemporaneo, che ormai troppo di frequente perde i suoi protagonisti principali.

Non è solo una percezione: ci sono numeri a sostegno della tesi secondo cui il tennis ha raggiunto un punto di rottura (che ironicamente in inglese suona simile a break point, come si chiamano i punti cruciali nel gioco). Secondo uno studio fatto dall’Universitat Central de Catalunya, negli ultimi 25 anni le occasioni in cui i tennisti si ritirano da una partita, cioè la abbandonano prima di finirla per un infortunio o per l’eccessiva stanchezza, sono aumentate del 25 per cento. Nel circuito femminile addirittura del 50 per cento.

In un approfondimento uscito dopo il ritiro di Musetti in una partita degli scorsi Australian Open contro Djokovic, nella quale il tennista italiano si era infortunato quando era avanti 2 set a 0, il magazine specializzato The Catcher on the Line commentava che «la cosa non fa quasi più notizia. Il circuito ha normalizzato l’idea che le grandi partite possano essere decise da tendini, schiene e cosce con la stessa frequenza con cui possono essere decise dai dritti».

Musetti lascia il campo dopo essersi infortunato e ritirato contro Djokovic agli Australian Open dello scorso gennaio (AP Photo/Dita Alangkara)

I motivi sono tanti, e quasi tutti hanno a che fare con il concetto di troppo.

Si gioca troppo, a un’intensità troppo elevata, con scambi troppo lunghi e materiali sempre più performanti. I tennisti viaggiano tanto (troppo?) e riposano poco, tra jet lag e partite che finiscono a tarda notte. Guadagnano pure tanti soldi, sostiene chi organizza i tornei e la stagione tennistica, ma il gioco vale la candela?

Per chi guarda il tennis, sicuramente no: otto mesi senza Sinner e Alcaraz assieme, è evidente, peggiorano le cose. Se uno dei due è assente, o ancor più se lo sono entrambi (e oltre a loro altri forti tennisti), è più difficile costruire e far crescere rivalità, e sia i tornei che le vittorie perdono un po’ di valore e importanza.

E gli stessi tennisti faticano a trovare una loro dimensione, ad avere costanza: Draper era diventato il numero 4 al mondo nel giugno del 2025; oggi è il numero 158 e nel 2026 ha giocato appena 15 partite, saltando tutti e quattro i tornei del Grande Slam.

La stagione tennistica è tra le più lunghe nello sport professionistico: dura 11 mesi, da inizio gennaio a fine novembre, e sia all’inizio che alla fine ha alcuni tra i suoi eventi più importanti, gli Australian Open a gennaio e le ATP Finals a novembre. Al suo interno i tennisti possono scegliere quali tornei fare, ma ce ne sono alcuni di fatto “obbligatori” per accumulare punti nel ranking (o meglio, per non perderli rispetto all’anno precedente): in particolare i Masters 1000, che sono i secondi per importanza dopo i quattro tornei del Grande Slam e che sono anche uno dei motivi per cui oggi si gioca più di prima.

Da qualche anno infatti quasi tutti sono stati allungati da una a due settimane, principalmente per ragioni economiche, e questo ha aumentato il numero di partite, soprattutto per i tennisti che vanno avanti nei tornei. Ha aumentato anche il periodo in cui sono in viaggio, lontano da casa, rendendo più estenuante la stagione e, paradossalmente, abbassando (o comunque diluendo) la qualità generale dei Masters 1000. L’ex tennista Andy Roddick, oggi apprezzato commentatore nel suo podcast Served, diceva di non aver ancora trovato, tra quelli che non ne hanno beneficiato economicamente, una sola persona che reputasse una buona idea l’estensione dei 1000.

– Leggi anche: C’era bisogno di allungare i tornei 1000 nel tennis?

Nel 2024 Sinner aveva giocato 79 partite (con 73 vittorie), l’anno scorso 64; quest’anno “solo” 47, con appena 3 sconfitte. Zverev è già a 73 partite fatte quest’anno, e ne giocherà altre.

Un tweet abbastanza polemico dell’ex tennista Paolo Bertolucci, oggi commentatore per Sky

Non è comunque solo un tema di quanto si gioca, ma anche di come. I tennisti di oggi sono più potenti, più atletici, più resistenti di un tempo, e quindi tirano più forte con maggior costanza. Oltre ai loro miglioramenti fisici e tecnici, sono cambiati molto anche gli strumenti: le racchette e le palline. Le corde di oggi consentono di fare colpi più potenti e con maggiore rotazione, ma sono meno elastiche e smorzano meno l’urto, sollecitando di più i muscoli e le articolazioni del braccio.

Gli scambi poi sono diventati sempre più lunghi ed estenuanti, favoriti anche da una generale uniformazione (e, secondo alcuni giocatori, da un leggero rallentamento) delle superfici su cui si gioca. Oggi pochissimi tennisti fanno con costanza il serve and volley, una tattica che prevede di servire e di seguire subito la pallina a rete, per cercare di chiudere lo scambio in fretta. Tutti i migliori tennisti al mondo devono sapere sostenere scambi anche di 10, 15 colpi tirati al massimo della potenza negli ultimi metri del campo.

Considerando che, soprattutto nei tornei del Grande Slam, una partita può durare tre, quattro o anche cinque ore, e che logicamente non si può essere sostituiti, il tennis diventa spesso uno sport molto logorante.

Molti degli infortuni, tra i quali quello al ginocchio di Sinner, in effetti non sono traumatici, ma più che altro “da sovraccarico”, o “da stress”, dovuti cioè all’eccessiva e perenne sollecitazione di muscoli e articolazioni. Come hanno scritto i ricercatori dell’Universitat Central de Catalunya:

Le sollecitazioni fisiche del gioco, comprese le azioni ad alta intensità ed esplosive, sono aumentate progressivamente negli ultimi anni, comportando un analogo incremento delle richieste atletiche e mentali imposte dal tennis.

Inoltre, a differenza di altri sport, le partite di tennis non prevedono un limite di tempo prestabilito; ciò significa che tali sollecitazioni fisiche e mentali possono portare a livelli elevati di esaurimento.

Jack Draper, 24 anni, da oltre un anno ha problemi al braccio sinistro (AP Photo/Aurelien Morissard)

Capita inoltre che, soprattutto durante i tornei del Grande Slam, dove gli uomini giocano al meglio dei 5 set, le partite si prolunghino fino a tarda notte. Il mese scorso Alcaraz e Ben Shelton hanno finito di giocare alle 3 e mezza di notte agli US Open: «Scusate ma il tennis alle 3:33 non è figo, è ridicolo», ha scritto Jason Gay nella sua rubrica sul Wall Street Journal. Gay parlava di come per la maggior parte delle persone fosse impossibile seguire partite che finiscono così tardi nei giorni infrasettimanali, ma anche di quanto fossero problematiche per la salute dei giocatori. «È tutto assurdo. È dannoso per il fisico, compromette il recupero e condiziona le partite successive, quando si trovano di fronte un giocatore che ha finito all’ora di cena e uno che è andato a letto mezza giornata più tardi».

Anche il clima non aiuta: le temperature continuano ad aumentare, e i tennisti giocano spesso sotto il sole nelle ore più calde della giornata. Oggi molti tornei hanno protocolli per affrontare il caldo estremo, ma spesso non sono sufficienti per evitare che i tennisti si disidratino. Durante una partita degli US Open del 2023, che si giocarono in un caldo ai limiti della sopportazione, il tennista russo Daniil Medvedev guardò la telecamera e disse: «Un giocatore morirà, e poi vedranno».

– Leggi anche: La crisi climatica renderà impraticabile il tennis all’aperto?

È difficile che le cose cambino, perché questo implicherebbe qualche passo indietro del tennis. La prima cosa da fare potrebbe essere accorciare di nuovo i Masters 1000, cosa che però penalizzerebbe i tennisti di fascia media, che con l’allargamento hanno maggiori possibilità di qualificarsi (e quindi di fare esperienza, salire nel ranking e ottenere guadagni maggiori). E ora che i vari tornei si sono abituati ad avere più partite e quindi più introiti, è difficile che decidano di tornare indietro. Non bisogna dimenticare che i quattro Slam non sono organizzati dall’ATP, il circuito maschile del tennis, che quindi ha nei Masters 1000 i tornei più importanti e da cui può generare maggiori ricavi.

L’alternativa potrebbe essere ridurre il numero di tornei che concorrono a formare il punteggio nel ranking (oggi per ogni tennista sono i 19 migliori che ha giocato in una stagione), per consentire ai tennisti di giocare meno; si rischierebbe però di rendere ancor meno importanti tornei come gli ATP 500. Cambiamenti e ritorni al passato sul modo di giocare sono ancora più complicati da immaginare.

Tag: tennis