Il bolsonarismo è lì per restare
La corrente populista e religiosa dell'ex presidente – e probabilmente pure del prossimo – è diventata egemonica nella destra brasiliana
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Il primo turno delle elezioni presidenziali in Brasile, che si è tenuto domenica, ha mostrato che il movimento politico dell’ex presidente Jair Bolsonaro è sopravvissuto alla sua uscita dalla scena politica. Bolsonaro infatti è stato condannato a 27 anni di carcere e all’ineleggibilità per il tentato colpo di stato del 2022. Le sue proposte sono state portate avanti dal figlio Flávio, che ha vinto il primo turno delle elezioni contro il presidente uscente di sinistra Luiz Inácio Lula da Silva, detto Lula. Flávio Bolsonaro è il favorito al ballottaggio del 25 ottobre.
Il bolsonarismo è la corrente di destra, populista, religiosa e trumpiana che si è consolidata nel campo conservatore brasiliano: i risultati elettorali di domenica mostrano come sia ormai egemonica.
Alle elezioni si votava anche per rinnovare il parlamento, e il Partito Liberale dei Bolsonaro ha aumentato i seggi in entrambe le camere. Al Senato li ha quasi raddoppiati, arrivando a 28 su 81 totali, il numero più alto mai ottenuto da un solo partito dal ripristino della democrazia in Brasile alla fine degli anni Ottanta. Alla Camera ne ha 121 e, contando anche gli altri partiti di destra e centrodestra, il blocco conservatore si avvicina a 250 seggi su 513.
Un’eventuale presidenza di Bolsonaro, insomma, disporrebbe di una maggioranza che potrebbe assisterla nei piani di dare la grazia a Jair e nello scontro istituzionale che quasi sicuramente ne conseguirebbe con la Corte Suprema, l’organo che ha guidato il processo contro l’ex presidente. Al contrario, se Lula fosse rieletto, dovrebbe di nuovo fare i conti con un parlamento ostile, come accaduto durante questo mandato.
A riprova della sua forza elettorale, Flávio Bolsonaro ha vinto con cinque punti di distacco in Minas Gerais, lo stato del sudest che riproduce in piccolo l’intero Brasile e dove dal 1989 chi vince lì viene eletto presidente. Questi livelli di consenso segnalano anche l’ormai definitivo sdoganamento in Brasile della destra radicale, un tempo associata alla dittatura militare, finita nel 1985.
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Il nome di Bolsonaro, e dei Bolsonaro, è diventato un sinonimo della nuova destra brasiliana, e questo paga elettoralmente. Numerosi parenti dell’ex presidente erano candidati alle elezioni di domenica: sono stati eletti tutti, tranne la prima moglie Rogéria Bolsonaro, madre di Flávio, che è comparsa spesso accanto a lui nei comizi.
I familiari di Jair stanno facendo le sue veci e sono nei fatti tra i principali dirigenti del bolsonarismo, in modo non dissimile da quanto avviene negli Stati Uniti con i familiari di Trump. Hanno avuto funzioni diverse e parlano a pubblici diversi.
Flávio ha agganci nei circoli politici e imprenditoriali. Michelle Bolsonaro, la terza moglie di Jair, è stata eletta al Senato: è la carismatica leader dell’ala femminile del Partito Liberale e, da pastora, ha molto sèguito nella comunità cristiano-evangelica, triplicata negli ultimi anni e importante nell’ascesa politica dei Bolsonaro. Tra Flávio Bolsonaro e Michelle Bolsonaro c’era stato un litigio, ma è stato ricomposto durante la campagna elettorale.
Il figlio Eduardo è il membro della famiglia più vicino all’amministrazione statunitense di Donald Trump, nonché il più attivo nelle attività di lobbying a favore della causa del padre: vive negli Stati Uniti dopo una condanna in Brasile per aver provato a influenzare il processo al padre attraverso uno stato straniero (gli Stati Uniti). Il figlio più giovane Jair Renan, che ha 28 anni, ha avuto un ruolo importante nella comunicazione sui social.

Manifesti elettorali a San Paolo, in Brasile, il 4 ottobre (AP Photo/Ettore Chiereguini)
Questa destra bolsonarista, fatta a immagine e somiglianza del fondatore, ha continuato a ripeterne la retorica, tenendo in vita il suo messaggio politico. È stata costruita per tornare, e per durare.
Il generale spostamento a destra dell’elettorato e della politica brasiliana, da solo, non basta a spiegare il risultato di Flávio Bolsonaro, assai meno carismatico del padre e comunque divisivo. Ha inciso molto anche la delusione dell’elettorato verso Lula e la voglia di cambiamento, o di votare contro il “sistema” con cui l’attuale presidente è identificato. Lula ha quasi 81 anni e questa è la sua settima candidatura alla presidenza dal 1989, per il quarto mandato non consecutivo.
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La carica anti-establishment di Bolsonaro è passata anche dalle critiche alla Corte Suprema, l’organo che lui accusa di perseguitare il padre, e da come ha sfruttato un enorme scandalo finanziario per sostenere la presenza di conflitti d’interessi nella classe dirigente.
Lo scandalo è quello per l’enorme frode bancaria di Banco Master, che si era ingigantito per i consolidati rapporti del presidente della banca Daniel Vorcaro con esponenti del potere politico, giudiziario ed economico del Brasile, incluso Alexandre de Moraes, il giudice più famoso e influente della Corte Suprema, che si è occupato delle indagini su Bolsonaro ed è ritenuto un alleato di Lula (nonostante non sia stato nominato da lui).
Secondo le ricostruzioni dei media, due giorni prima di essere arrestato Vorcaro chiese a de Moraes informazioni sulle indagini sulla banca, e se era il caso che lasciasse il paese. Inoltre in passato lo studio di avvocati della moglie di de Moraes aveva avuto un contratto da oltre 20 milioni di euro per occuparsi della difesa della banca. Un altro giudice della Corte, Dias Toffoli, a febbraio aveva rinunciato alle indagini quando la polizia aveva scoperto i suoi legami con Vorcaro.
In parte lo scandalo si è ritorto anche contro Flávio Bolsonaro, quando negli scorsi mesi sono emersi pure i suoi legami con Vorcaro. In particolare, gli chiese di finanziare un film agiografico sul padre, ricevendo almeno l’equivalente di 10 milioni di euro. Bolsonaro si era difeso sostenendo che fosse prima delle indagini e dello scandalo, e di non aver ricevuto tutti i finanziamenti promessi. Per la vicenda è comunque indagato per corruzione.
Infine, anche per via del parlamento ostile, Lula ha puntato sempre più su proposte vicine alla sua area politica di sinistra, rinunciando all’idea di compiacere gli elettori centristi che l’avevano votato nel 2022. Ha fatto una campagna elettorale basata sulla tesi di essere meglio dell’alternativa e sull’efficacia con cui si era opposto a Trump.
In Brasile dal 1985 nessun candidato ha perso le elezioni dopo aver vinto il primo turno. Una rimonta di Lula comunque non è impossibile: per entrambi i candidati, si tratta anzitutto di mobilitare un pezzo degli oltre 33 milioni degli aventi diritto che non hanno votato al primo turno.



