Lo “Stabilicum” rischia di portare molta instabilità politica

La nuova legge elettorale pensata per garantire governi duraturi potrebbe avere l'effetto opposto: dipenderà quasi tutto dal premio di maggioranza

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni in Senato, 11 Giugno 2026 (Roberto Monaldo/LaPresse)
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni in Senato, 11 Giugno 2026 (Roberto Monaldo/LaPresse)
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La ragione fondamentale con cui Giorgia Meloni sta giustificando la sua ansia di approvare la nuova legge elettorale è la necessità di garantire maggioranze stabili e governi duraturi, di un chiaro orientamento politico: Stabilicum, il nome dato alla riforma, vuole proprio enfatizzare questo aspetto. Eppure tra gli esperti in materia sono piuttosto diffuse previsioni secondo cui questa legge elettorale potrebbe generare, fin dalla prossima legislatura, un parlamento senza una maggioranza chiara, imponendo la ricerca di larghe intese trasversali (cioè accordi tra partiti politicamente molto distanti).

Non sono in realtà proiezioni concrete, ma sono utili a mostrare potenziali effetti perversi di alcuni meccanismi inseriti nella riforma. Lo Stabilicum si prefigge di garantire maggioranze solide essenzialmente attraverso il premio di maggioranza: alla coalizione che arriva prima con almeno il 42 per cento dei voti sia al Senato che alla Camera vengono attribuiti 35 senatori e 70 deputati, in aggiunta a quelli eletti in modo proporzionale. Vincendo col 42 per cento, dunque, una coalizione potrebbe contare su una maggioranza parlamentare di circa il 55 per cento.

Il problema, però, è arrivare al 42 per cento. I sondaggi di queste ultime settimane prevedono, con qualche variazione, che il centrosinistra possa andare leggermente oltre quella soglia (tra il 42 e il 44), e il centrodestra un po’ sotto (intorno al 40 per cento), senza considerare il contributo di Futuro Nazionale di Roberto Vannacci. Ovviamente gli equilibri potrebbero variare anche parecchio da qui alle elezioni. La sostanza insomma è che le due coalizioni oscillano intorno al 42 per cento, leggermente sopra o leggermente sotto, col centrosinistra in lieve vantaggio.

Ci sono però molte variabili da tenere in considerazione. La compattezza del centrosinistra è la prima tra queste, dato che il conflitto tra Giuseppe Conte ed Elly Schlein, leader dei due maggiori partiti della coalizione (M5S e PD), potrebbe peggiorare in vista delle primarie per scegliere chi dovrebbe essere il candidato alla presidenza del Consiglio. Per certi versi è fisiologico, ma su alcune questioni le divisioni sono profonde, su tutte il sostegno militare all’Ucraina nella guerra contro la Russia. Lo stesso Conte in certi momenti ha dato l’impressione di poter sottrarsi agli obblighi di coalizione se dovesse perdere le primarie. È un’eventualità temuta da vari dirigenti del PD.

C’è poi una grande confusione al centro. I vari partiti che si collocano nell’area moderata del centrosinistra faticano ad aggregarsi, e anzi in certi casi escludono categoricamente di associarsi tra loro. Alla lunga questa conflittualità potrebbe compromettere il progetto di una componente centrista nel campo progressista: sarebbero pochi punti in meno, ma indispensabili per aggiudicarsi il premio.

C’è poi una questione politica che potrebbe influire significativamente: la debolezza del centrodestra. Al momento, con la Lega in grave e costante crisi e una Forza Italia molto indebolita, l’unica possibilità affinché la coalizione raggiunga il 42 per cento sembra essere un accordo con Futuro Nazionale. Meloni lo ha escluso, accusando Vannacci di fare il gioco della sinistra nel tentativo di logorare il suo governo. Al momento, l’ipotesi che Futuro Nazionale non faccia parte della coalizione è dunque assai concreta.

Questo significa però, almeno sulla base delle proiezioni attuali, che per il centrodestra l’ipotesi di raggiungere il 42 per cento è piuttosto improbabile. Se questa consapevolezza si affermasse in modo definitivo, verrebbe meno anche quella forza aggregante che negli ultimi tempi ha spinto un centrosinistra piuttosto frastagliato a stare insieme, proprio in virtù del timore di una nuova vittoria della destra, nel 2027, in una legislatura in cui peraltro si dovrebbe anche eleggere il nuovo presidente della Repubblica, nel 2029.

Se ora questa prospettiva perdesse consistenza, alcuni dei leader del centrosinistra potrebbero sottrarsi ai vincoli dell’alleanza. Vale anzitutto per Conte, che a quel punto avrebbe interesse a prendere le distanze da Schlein e a giocare in autonomia; e vale ovviamente anche per un pezzo di quei partiti di centro che, venendo meno l’ipotesi del premio di maggioranza, potrebbero ritenere più conveniente creare un polo centrista indipendente dai due schieramenti, magari insieme ad Azione di Carlo Calenda: in questo scenario ipotetico, il polo centrista potrebbe risultare decisivo dopo le elezioni, alleandosi o con la destra o con la sinistra.

Sono ipotesi molto fumose, descritte in questo modo. Ma sono ipotesi su cui molti dirigenti politici nazionali stanno ragionando. Per questo a settembre nel centrodestra si era pensato di abbassare la soglia del premio al 41 per cento, oppure di introdurre un ballottaggio nel caso in cui nessuna delle due coalizioni raggiungesse il 42 per cento. Idee poi accantonate per evitare di snaturare ancor più il testo di una riforma che ha già avuto vari rimaneggiamenti.

Al di là che poi si realizzino oppure no, sono ipotesi che illuminano una anomalia della legge elettorale: nata per garantire stabilità di governo e maggioranze definite, potrebbe produrre uno scenario del tutto opposto. Se nessuna coalizione raggiungesse il 42 per cento, infatti, ci sarebbe un’elezione puramente proporzionale, come avveniva nella cosiddetta Prima Repubblica, cioè tra il 1948 e il 1993. E a quel punto inizierebbero complesse trattative tra i vari partiti per creare delle maggioranze, anche ricorrendo ad accordi trasversali, che difficilmente garantirebbero una stabilità di governo.

E tutto ciò ovviamente non varrebbe solo per il voto nel 2027. Una legge elettorale dovrebbe avere l’ambizione di disciplinare la competizione politica per decenni, e il fatto che in Italia negli ultimi trent’anni la si sia cambiata in continuazione è un’anomalia in tutto l’Occidente. Pensando al futuro, lo Stabilicum non dà in questo senso grosse garanzie sul fatto che il premio di maggioranza verrà attribuito in modo agevole.

Giovanni Amoroso, presidente della Corte costituzionale, il 23 aprile 2026 a Roma (Francesco Ammendola/LaPresse)

C’è anche un altro aspetto di cui bisogna tenere conto: la possibilità che la Corte costituzionale possa intervenire a rendere ancora meno plausibile l’attribuzione del premio di maggioranza. Lo Stabilicum prevede un sistema sostanzialmente uguale per l’assegnazione degli eletti in sovrannumero alla Camera e al Senato: i 70 deputati e i 35 senatori, quelli che si aggiudica chi ottiene il premio, vengono scelti da un listone unico, nazionale, comune a tutti i partiti di quella coalizione. Per evitare di incorrere nelle obiezioni della Corte, che avrebbe facilmente ritenuto troppo ampio quel listone, e dunque troppo difficile per l’elettore sapere chi stava concorrendo davvero a eleggere col proprio voto, la destra ha deciso di ripartire in modo un po’ virtuale quel listone in distinti raggruppamenti territoriali.

Chi vota a Torino, per esempio, vedrà riportati sulla propria scheda solo i candidati del listone riferibili alla sua circoscrizione del Piemonte; e saranno diversi da quelli riportati sulla scheda di chi vota a Salerno. Ma alla fine, quando il premio scatterà, non ci sarà una effettiva distinzione tra le varie circoscrizioni (che sono 28 alla Camera e 20 al Senato): la coalizione vincitrice eleggerà tutti i candidati inseriti nel listone, anche quelli delle regioni in cui non ha vinto, o in cui non ha raggiunto il 42 per cento.

Questo sistema, per quanto cervellotico, non è un problema per la Camera, ma potrebbe esserlo invece per il Senato, che secondo l’articolo 57 della Costituzione è eletto su base regionale. Per questo vari esperti di diritto, non solo ostili al governo, sospettano che nei prossimi mesi la Corte costituzionale, tra le varie cose, potrebbe correggere o eliminare questo elemento: il che renderebbe ancor più difficile la creazione di una maggioranza ampia almeno al Senato.