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  • Sabato 3 ottobre 2026

Il primo campionato di calcio nazionale, vinto da nessuno

Iniziò un secolo fa senza divisioni tra Nord e Sud, e fu il primo a essere segnato da un grande scandalo

L'attaccante del Bologna Angelo Schiavio sfugge ai difensori della Juventus Virginio Rosetta (destra) e Luigi Allemandi (sinistra), 27 marzo 1927 (Wikimedia)
L'attaccante del Bologna Angelo Schiavio sfugge ai difensori della Juventus Virginio Rosetta (destra) e Luigi Allemandi (sinistra), 27 marzo 1927 (Wikimedia)
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Il 3 ottobre 1926, cento anni fa, iniziò il campionato di calcio 1926/27. Fu il primo campionato italiano davvero nazionale: per la prima volta le squadre smisero cioè di essere divise in due gironi geografici, uno per l’Italia del Nord e uno per quella del Sud. Restavano comunque due gironi, ma senza criteri geografici così stringenti. Soprattutto, però, quel campionato è ricordato perché non lo vinse nessuno: lo Scudetto, simbolo della vittoria, fu revocato e mai più riassegnato.

L’organizzazione di quel campionato fu soprattutto una questione di propaganda. Nel 1926 era da poco iniziata la dittatura del Partito fascista, che non voleva che uno sport già molto popolare come il calcio fosse sostanzialmente spaccato a metà tra Nord e Sud.

Negli anni precedenti si erano giocati di fatto due campionati: la Lega Nord e la Lega Sud, che erano spesso divise a loro volta in gironi e le cui vincitrici si incontravano in una finalissima.

La finalissima aveva però poco valore sportivo, perché le squadre del Nord erano nettamente più forti e vincevano sempre. Nella finalissima del 1926 l’Alba Audace di Roma perse 7 a 0 la partita d’andata e 5 a 1 quella di ritorno contro la Juventus.

Ma c’erano anche altri problemi nel calcio italiano: le squadre che partecipavano al campionato (noto come Prima divisione) erano troppe (nel 1925 erano 44). C’era inoltre l’obbligo del dilettantismo, che portava a posti di lavoro fittizi e stipendi clandestini, e c’erano stretti vincoli territoriali per il passaggio dei calciatori da una squadra all’altra, quello che oggi chiamiamo calciomercato. Nel giugno del 1926 iniziò anche un grosso sciopero degli arbitri, che portò i principali dirigenti della FIGC (la federazione italiana di calcio) a dimettersi e delegare i propri poteri al CONI, il Comitato olimpico italiano.

Il fascismo approfittò subito di questo vuoto di potere.

Il presidente del CONI, Lando Ferretti, era un deputato iscritto al Partito fascista e, anziché indire nuove elezioni per la Federcalcio, convocò due dirigenti sportivi e un arbitro a Viareggio per riorganizzare il calcio italiano secondo le idee del regime.

Da quell’incontro nacque la Carta di Viareggio, un documento che, tra le altre cose, introdusse di fatto il professionismo in Italia, eliminò i vincoli territoriali già citati e riorganizzò tutti i campionati.

La Prima divisione divenne così la Divisione Nazionale: fu ridotta a 20 squadre, 3 prese dalla vecchia Lega Sud e 17 prese dalla Lega Nord. Di queste 17, 16 vi entrarono di diritto e una sola tramite un breve torneo di qualificazione tra le otto retrocesse della stagione precedente. Il nuovo campionato era “nazionale” più nel nome che nei fatti.

Le squadre del Sud furono scelte per ragioni politiche, più che sportive. Per garantire la presenza delle città più importanti, furono ammesse due squadre romane – l’Alba e la Fortitudo – e il Napoli (erede dell’Internaples, una squadra che aveva un nome troppo inglese e internazionale perché potesse essere approvato dal regime fascista).

A vincere il torneo di qualificazione fu l’Alessandria, che sconfisse in finale i rivali del Novara (Guerin Sportivo, 1° settembre 1926)

Le 20 squadre della Divisione Nazionale furono divise in due gironi da 10; ma essendo solo tre quelle da Roma in giù il criterio non fu geografico. Le prime tre di ogni girone si sarebbero qualificate al girone finale, dove la prima classificata avrebbe vinto lo Scudetto. Le ultime due di ogni girone sarebbero invece retrocesse. Era comunque una soluzione temporanea: l’obiettivo era arrivare a un campionato a girone unico, ma non c’erano ancora i mezzi per poterlo organizzare

Per le squadre di Roma e Napoli, quel campionato fu un disastro. Tutte e tre finirono retrocesse, insieme alla Cremonese. Il Napoli fece addirittura un solo punto in 18 giornate. Fu una figuraccia anche per la FIGC e il regime, che l’anno dopo avrebbero allargato il campionato a 22 squadre così da poter ripescare qualche squadra del Sud.

Anche squadre che erano state forti lo erano sempre meno. Come la Pro Vercelli, che aveva vinto l’ultimo dei suoi sette Scudetti nel 1922 ed era ancora molto amata, per quanto in evidente calo. Nel novembre del 1926 il giornale fascista L’Impero scrisse:

Lo spostamento della Pro Vercelli è sempre seguito con incredibile interesse. Le bianche casacche hanno avuto giornate dure, hanno subito sconfitte dolorose, hanno attraversato lunghi periodi di oscuramento di forma, hanno vivacchiato talvolta sulla gloria di un passato meraviglioso. Ciononpertanto non sono mai cadute nell’estimazione delle folle. Dove giocava la Pro Vercelli là si accorreva anche se la squadra la si sapeva non formidabilmente attrezzata, senza titubanze, poiché là era la prima autentica aristocrazia italiana del calcio che si poteva ammirare.

Per il girone finale si qualificarono Bologna, Genoa, Torino, Juventus, Inter, Milan.

A vincere quel girone e di conseguenza il campionato fu il Torino, che in quegli anni poteva contare sul “Trio delle Meraviglie”: Adolfo Baloncieri, Julio Libonatti e Gino Rossetti. In La Grande Storia del Calcio Italiano lo stesso Baloncieri ricorda i passaggi rapidi e stretti con cui lui e i suoi compagni d’attacco superavano le difese avversarie.

I calciatori Adolfo Baloncieri, Julio Libonatti e Gino Rossetti (Wikimedia)

La storia di Libonatti, arrivato al Torino nel 1925 da una squadra argentina, è anche esemplare del calciomercato di quel periodo. Per ovviare alle richieste esorbitanti delle squadre italiane, l’allora presidente del Torino, il conte Enrico Marone Cinzano, aveva infatti iniziato ad acquistare in Sudamerica i cosiddetti “oriundi”, cioè i figli o nipoti di italiani che solo per questo avevano diritto alla cittadinanza italiana. Fu una scelta previdente: la Carta di Viareggio, da lì a poco, avrebbe vietato alle squadre italiane di tesserare giocatori stranieri.

Pochi giorni dopo la conclusione del campionato un giornale romano dell’epoca, Il Tifone, uscì con un articolo dal titolo “C’è del marcio in Danimarca”, citando l’Amleto di Shakespeare. L’articolo contestava la regolarità della vittoria del Torino, sostenendo che avesse pagato un giocatore avversario – il difensore Luigi Allemandi – con l’intento di garantirsi la vittoria nel derby di ritorno contro la Juventus, giocato il 5 giugno 1927, quando il Torino si trovava in testa con tre punti di vantaggio su Bologna e Juventus, le sue due grandi rivali di quell’anno. Viste ora, le circostanze in cui il giornalista del Tifone scrisse l’articolo, Renato Farminelli, sembrano perlomeno fantasiose, diciamo.

In seguito all’articolo del Tifone, la FIGC presieduta da Leandro Arpinati, podestà (cioè capo del comune) di Bologna e vicesegretario del Partito fascista, aprì un’indagine, al termine della quale decise di revocare lo Scudetto al Torino senza però assegnarlo al Bologna, secondo classificato, dato che con una scelta del genere Arpinati si sarebbe attirato critiche e accuse. E non ne aveva voglia, visto che fra le altre cose tifava Bologna e stava per diventare sottosegretario al ministero dell’Interno.

Il “caso Allemandi”, come venne chiamato in seguito, fu il primo grande scandalo del calcio italiano e fece molto scalpore. E lo fa ancora, in un certo senso: negli ultimi anni, sia il Torino sia il Bologna hanno chiesto di ricevere quello Scudetto. Ma inutilmente.

– Leggi anche: La storia e le incongruenze del caso Allemandi

Il Torino, comunque, riuscì a vincerne un altro l’anno dopo, nel 1928, sempre grazie al suo Trio delle Meraviglie. E ci arrivò vicino anche nel 1929, quando lo perse in seguito a uno spareggio, proprio contro il Bologna.