Le aziende che comprano se stesse
Il "buyback" – cioè comprare le proprie azioni sul mercato, come sta facendo Nvidia – è una strategia finanziaria sempre più diffusa e criticata
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L’azienda tecnologica statunitense Nvidia ha annunciato lunedì di aver stanziato 150 miliardi di dollari (più di 13o miliardi di euro) che investirà per comprare sul mercato azioni di Nvidia stessa. La pratica si chiama buyback ed è sempre più diffusa fra le società quotate in borsa; quello di Nvidia è il più ricco annuncio di buyback mai fatto da una società statunitense, superiore anche a quello da 110 miliardi di dollari annunciato da Apple nel 2024.
Il buyback è una strategia finanziaria molto discussa. In questi anni le aziende che hanno adottato simili misure sono state accusate di usare la liquidità per gonfiare artificialmente il proprio valore, allo scopo di arricchire gli azionisti o di raggiungere obiettivi ai quali sono legati i bonus di manager e dirigenti, invece che investire quelle risorse dentro l’azienda o sui propri lavoratori. Le aziende si difendono sostenendo che la pratica, oltre a essere formalmente legale, permette di consolidare l’azionariato della società e quindi rafforzarne il controllo, facendo allo stesso tempo gli interessi degli azionisti.
Ricomprare azioni proprie permette innanzitutto di aumentarne il prezzo, visto che cresce la domanda sul mercato mentre si riduce l’offerta (anche perché in genere le azioni comprate durante i buyback vengono ritirate dal mercato). Ridurre il numero delle azioni e far crescere il loro valore migliora alcuni dei parametri finanziari con cui si valutano le aziende, come il rapporto fra utili e azioni e quello fra il prezzo delle azioni e l’utile dell’azienda.
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Inoltre, i buyback permettono di remunerare gli azionisti con maggiore flessibilità rispetto al metodo classico, che sono i dividendi, cioè la distribuzione di una parte degli utili (senza che questi debbano vendere le loro azioni). In finanza c’è infatti un detto secondo cui «il buyback è come gli appuntamenti, mentre i dividendi sono come il matrimonio». Perché con il buyback è l’azienda che decide quando muoversi e quanto spendere, con molta libertà e meno conseguenze, mentre i dividendi creano aspettative, sono una mossa impegnativa.
I dividendi infatti sono considerati un indicatore della salute generale di un’azienda, e per questo vengono studiati con attenzione dagli analisti di borsa, mentre l’importo dei buyback non è soggetto a valutazioni altrettanto approfondite. Inoltre i buyback vengono eseguiti su un ampio arco temporale: in Italia, per esempio, un piano di acquisto delle proprie azioni può durare fino a 18 mesi. Il dividendo viene pagato a tutti gli azionisti nello stesso momento.
Spesso le aziende fanno un buyback quando i manager ritengono che il prezzo delle azioni sia sottovalutato rispetto alle loro aspettative, e sia quindi un momento conveniente in cui comprarle. I buyback in genere avvengono attraverso la liquidità che l’azienda ha messo da parte, ma a volte possono essere fatti contraendo debito. In questi casi l’azienda emette delle obbligazioni per raccogliere denaro in prestito e con i proventi compra le proprie azioni. Questa modalità fino a qualche anno fa era molto utilizzata, perché i tassi di interesse molto bassi rendevano poco costoso prendere soldi in prestito.
I buyback sono un fenomeno abbastanza recente: negli Stati Uniti fino al 1982 erano addirittura vietati, poiché considerati un modo per manipolare i prezzi di mercato. Il divieto venne cancellato dalla Securities and Exchange Commission, l’organismo che si occupa di vigilare sui mercati finanziari statunitensi, secondo cui era necessaria una deregolamentazione. Da allora si sono diffusi sempre più.
Il valore aggregato dei buyback negli Stati Uniti, il mercato finanziario dove sono più comuni, ha superato i 1.000 miliardi di dollari tra settembre del 2024 e settembre del 2025, considerando unicamente le aziende quotate che fanno parte dell’indice azionario S&P 500, cioè quelle col maggior valore. Ma il fenomeno non è soltanto americano: in Europa lo scorso anno sono stati annunciati buyback per un valore di 182 miliardi di euro, un aumento del 142 per cento rispetto a dieci anni prima. Sempre in Europa circa il 44 per cento delle aziende quotate ne ha fatto uno.

Il logo della Borsa di Londra in uno dei suoi edifici, 17 marzo 2025 (AP/Kin Cheung)
Questa strategia nel tempo è stata criticata perché farebbe un cattivo uso delle risorse dell’azienda, impiegando soldi che si potrebbero altrimenti investire in ricerca e sviluppo, o in nuovi macchinari, o per migliorare le condizioni dei lavoratori. Altri sostengono che un buyback mostri che una società non sa più come spendere il proprio denaro, e decide quindi di darlo agli azionisti, oppure che i manager sono interessati a inseguire innanzitutto le performance finanziarie.
Tra chi condivide queste critiche ci sono anche gli azionisti che hanno investito puntando a ottenere un guadagno su un arco di tempo di almeno 5-10 anni, e che sono quindi interessati allo sviluppo dell’azienda a lungo termine anche a costo di rinunciare a benefici monetari immediati. Al contrario, gli azionisti che hanno investito sperando di realizzare un guadagno in un periodo più breve, tra uno e cinque anni, apprezzano i buyback perché gli permettono di vendere e monetizzare i guadagni in meno tempo.
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L’efficacia di questa pratica dipende anche dal momento in cui avviene. Nvidia, per esempio, è oggi così ricca che l’avvio di un buyback, per quanto molto ingente, non toglie capitale agli investimenti interni. In altri casi un buyback comporta il rischio di privarsi di risorse finanziarie che in caso di crisi sarebbero state utili. Accadde per esempio con alcune compagnie aeree statunitensi, che nei mesi della pandemia si ritrovarono con poche risorse per affrontare la crisi anche perché ne avevano investite molte per comprare le proprie azioni.
Per cercare di ridurre il ricorso al buyback, nel 2022 negli Stati Uniti è stata introdotta una tassa pari all’1 per cento della somma impiegata nel riacquisto delle proprie azioni. È una quota troppo piccola perché disincentivi le aziende dall’avviare i buyback, tanto che l’allora presidente Biden aveva cercato di fissarla al 4 per cento, senza riuscirci.
In Italia sui buyback vigila la Consob, l’autorità garante della Borsa. Secondo le norme questi non possono coinvolgere più del 10 per cento del capitale sociale dell’azienda e devono essere approvati dall’assemblea degli azionisti, oltre a non poter durare più di 18 mesi.



