Perché il disegno di legge sull’antisemitismo sta creando tanta agitazione
Soprattutto nel centrosinistra: il merito riguarda una definizione da adottare, ma c'è anche la tattica politica
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Nel centrosinistra c’è da mesi agitazione intorno a un disegno di legge per contrastare l’antisemitismo. Il testo era stato approvato al Senato nel marzo scorso dopo discussioni molto animate. Nelle scorse settimane, quando anche la Camera ha iniziato a occuparsene, nel PD si sono esacerbate le tensioni, e la segretaria Elly Schlein il 22 settembre scorso ha annunciato l’intenzione di votare contro. E questo ha ulteriormente peggiorato la situazione.
Tutto origina da perplessità riguardanti la definizione di antisemitismo adottata nel testo, una questione di merito un po’ sfuggente. Ma oltre a queste obiezioni si sono andati poi sviluppando tatticismi e opportunismi vari.
Formalmente il disegno di legge era stato promosso dal capogruppo della Lega al Senato, Massimiliano Romeo. Ma il testo in realtà recepiva sollecitazioni e proposte formulate anche da altri partiti: da Maurizio Gasparri di Forza Italia, da Ivan Scalfarotto di Italia Viva e da Graziano Delrio del PD. Il testo non ha l’obiettivo di introdurre nuove norme o divieti, ma piuttosto definire meglio le condotte che il governo italiano già adotta dal 2020 per il contrasto all’antisemitismo.

La segretaria del PD Elly Schlein insieme al senatore Graziano Delrio a Roma, il 2 dicembre 2023 (Roberto Monaldo/LaPresse)
Inizialmente al Senato erano state avanzate proposte di modifica risultate divisive. Gasparri voleva introdurre sanzioni penali per gli autori di atti discriminatori contro gli ebrei. Scalfarotto voleva dare facoltà alle prefetture di impedire cortei ed eventi pubblici nel caso in cui ci fossero concreti indizi di possibili manifestazioni di antisemitismo. Entrambe le proposte erano state ritirate, con l’obiettivo di favorire una convergenza trasversale su un testo che aveva un grande valore simbolico di fronte alla crescita di aggressioni contro le persone ebree in giro per l’Europa.
Le polemiche tuttavia non si sono placate. E si sono concentrate, a partire da dicembre del 2025, sulla definizione di antisemitismo adottata dal testo. Il disegno di legge decide di prendere a riferimento la definizione adottata dall’assemblea plenaria dell’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance) nel 2016, in base alla quale l’antisemitismo è «una determinata percezione degli ebrei che può essere espressa come odio nei loro confronti, le cui manifestazioni, di natura verbale o fisica, sono dirette verso le persone ebree e non ebree, i loro beni, le istituzioni della comunità e i luoghi di culto ebraici». Per gli oppositori, questa definizione è troppo estensiva, e rischierebbe di limitare la libertà di critica al governo e alle istituzioni israeliane.
L’IHRA è un’organizzazione intergovernativa composta da 35 Stati membri, tra cui l’Italia, fondata nel 1998 per promuovere la memoria dell’Olocausto. La riunione plenaria che concordò sulla definizione contenuta nel disegno di legge si svolse a Bucarest, in Romania, alla presenza di funzionari e diplomatici in rappresentanza di tutti gli Stati aderenti. Per renderla più facilmente comprensibile l’assemblea fece una lista di undici esempi di comportamenti che possono essere considerati antisemiti.

Manifestazione contro il ddl antisemitismo davanti a Montecitorio, a Roma, il 9 settembre 2026 (MASSIMO PERCOSSI/ANSA)
Tra questi ce ne sono alcuni contestati dalle associazioni filopalestinesi e antisioniste. Tipo queste: «negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo»; «fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei nazisti»; «considerare gli ebrei collettivamente responsabili per le azioni dello Stato di Israele». Considerare antisemiti tutti questi comportamenti significherebbe, a giudizio di chi contesta la definizione dell’IHRA, limitare la possibilità di criticare e condannare le politiche dei governi israeliani, e in definitiva introdurre una forma di censura.
La definizione dell’IHRA fu recepita dal Parlamento europeo il primo giugno del 2017 con una specifica risoluzione, che è stata la base di partenza di un manuale pubblicato dalla Commissione europea nel 2021 contenente 35 buone pratiche per contrastare l’odio contro gli ebrei.
Da allora, 25 Stati membri su 27 hanno adottato la definizione di antisemitismo dell’IHRA e 23 di loro lo hanno fatto per elaborare una strategia nazionale contro l’antisemitismo, su sollecitazione europea. Tra questi c’è anche l’Italia: il secondo governo di Giuseppe Conte, quello formato da PD e M5S, il 17 gennaio del 2020 approvò un decreto che accoglieva la definizione dell’IHRA.
Questi precedenti hanno un peso, nelle polemiche di questi mesi. Nel 2017, a votare a favore della risoluzione approvata dal Parlamento europeo, ci fu anche l’eurodeputata Elly Schlein. Il governo che adottò quella definizione, quello di Conte, era composto da partiti – PD e M5S – che oggi in tutto o in parte contestano la formula dell’IHRA.
L’obiezione che insomma viene mossa a molti degli esponenti del centrosinistra oggi contrari alla definizione dell’IHRA è che solo ora hanno riscontrato i problemi in quella formula, mentre finora l’avevano convintamente approvata. Di fatto, l’Italia già da oltre sei anni persegue una sua strategia nazionale contro l’antisemitismo, e lo fa anche sulla base della definizione dell’IHRA. Il disegno di legge attuale non fa altro che fissare dei principi nell’attuazione concreta di questa strategia.
La gran parte di coloro che si oppongono chiedono di adottare, al posto della definizione dell’IHRA, quella proposta nel 2021 da un gruppo di studiosi di Olocausto ed ebraismo, cioè la cosiddetta “Dichiarazione di Gerusalemme”, in cui l’antisemitismo viene definito così: «L’antisemitismo è discriminazione, pregiudizio, ostilità o violenza contro gli ebrei in quanto ebrei (o contro le istituzioni ebraiche in quanto ebraiche)». Questa definizione, secondo chi la propone, non si presterebbe a possibili interpretazioni strumentali che impediscano la libera critica a Israele.
Nelle linee guida della “Dichiarazione di Gerusalemme” ci sono alcuni esempi di ciò che non può essere considerato antisemitismo. Tra le altre cose, c’è il «criticare o opporsi al sionismo come forma di nazionalismo», «la critica, basata sull’evidenza, di Israele come Stato», con specifico riferimento all’«operato di Israele in Cisgiordania e Gaza». Inoltre, secondo la “Dichiarazione”, «non è antisemita, in sé e per sé, paragonare Israele ad altri esempi storici, tra cui il colonialismo di insediamento o l’apartheid», né lo è boicottare o sanzionare Israele.
Sono per lo più precisazioni ed esempi che non entrano in conflitto diretto con la dichiarazione dell’IHRA, ma che restringono esplicitamente il perimetro di ciò che è considerabile antisemitismo. E per questo la “Dichiarazione di Gerusalemme” viene oggi considerata preferibile dai partiti di sinistra più vicini alla causa palestinese.
Ma al di là delle questioni di merito, ci sono i tatticismi dei partiti. La destra ha inizialmente sfruttato questa iniziativa per fare emergere le contraddizioni ideologiche all’interno di un’alleanza, quella di centrosinistra, che sulle questioni di politica estera fatica a trovare una linea comune. Tuttavia, anche quando la destra ha accettato di rimuovere le proposte più controverse, rendendo praticabile una convergenza trasversale, i partiti di sinistra hanno rinnovato dubbi, perplessità e malumori.
Quando il disegno di legge era stato votato al Senato, a marzo, il PD aveva deciso di astenersi dopo un tribolatissimo dibattito interno. Nonostante questo, sei componenti del gruppo (Graziano Delrio, Walter Verini, Sandra Zampa, Filippo Sensi, Alfredo Bazoli e Pier Ferdinando Casini) avevano invece votato a favore. Alla Camera, sullo stesso testo su cui al Senato si era astenuto, il PD ha deciso di votare contro, senza che tuttavia Schlein desse spiegazioni chiare su questo ripensamento. Le ragioni sono più che altro tattiche: nel suo sforzo di garantire che la coalizione resti compatta in vista delle prossime elezioni, Schlein non se l’è sentita di differenziarsi su un tema così delicato sul piano elettorale rispetto a M5S e Alleanza Verdi e Sinistra.



