Cosa c’è nella grossa inchiesta sulla linea ad alta velocità Napoli-Bari
Le indagini ipotizzano lo sfruttamento dei lavoratori e un sistema corruttivo che prevedeva anche contanti nascosti in scatole di panettoni
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Nella grossa inchiesta sui lavori di costruzione della linea ferroviaria ad alta velocità tra Napoli e Bari ci sono 49 persone indagate, 20 delle quali sono state sottoposte a misure cautelari. Sono accusate a vario titolo di diversi reati: intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, emissioni di fatture per operazioni inesistenti, corruzione per l’esercizio della funzione, corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio e favoreggiamento. Tra loro ci sono anche alcune persone ritenute affiliate ai clan camorristici Belforte e Fabbrocino.
Il progetto è molto rilevante dal punto di vista economico, ma anche per ragioni storiche e culturali: Napoli e Bari sono le due città più grandi del Sud Italia ma sono da sempre collegate malissimo, con tempi di percorrenza molto lunghi rispetto all’effettiva distanza che le separa, circa 260 km. Per andare da Napoli a Bari in treno ci vogliono tra le 3 ore e mezza e le 4 ore, e la nuova linea ad alta velocità punta a dimezzare i tempi (per avere un confronto: tra Firenze e Roma ci sono 270 km e in treno ci si mette un’ora e mezza). I costi previsti per l’opera sono di 5,8 miliardi di euro, e sono finanziati in parte con soldi del PNRR, il piano finanziato con fondi europei per uscire dalla crisi della pandemia.
L’inchiesta è coordinata dal pubblico ministero Henry John Woodcock e condotta dal nucleo di polizia economico finanziaria della Guardia di Finanza. Il filone principale delle indagini ipotizza l’esistenza di un sistema corruttivo attraverso il quale alcuni imprenditori e membri della pubblica amministrazione avrebbero dato e ricevuto tangenti per favorire certe aziende nei bandi, anche attraverso l’assegnazione diretta delle commesse.
La procura ritiene che le tangenti siano state versate con modalità molto varie: mazzette di contanti nascoste dentro buste gialle, scatole di panettoni, di mozzarelle o insieme ai pacchi di altri regali natalizi. In altri casi, sempre secondo le indagini, la corruzione sarebbe avvenuta in cambio di regali di diverso tipo, fra cui orologi costosi, un tagliaerba, un iPhone, vari versamenti, ma anche il noleggio di un’auto di lusso, costose vacanze in barca e promesse di assunzioni.
Tra i vari casi citati dalle indagini ci sono per esempio un responsabile degli acquisti che avrebbe favorito un’azienda nell’aggiudicarsi dei contratti in cambio di una vacanza in barca tra Capri e Ischia e il soggiorno in un hotel a 5 stelle di Napoli; oppure il direttore di un cantiere che avrebbe favorito l’azienda Areco nell’ordine dei pagamenti ricevendo in cambio l’utilizzo temporaneo di una Porsche per le vacanze, un tagliaerba e 5mila euro.
L’inchiesta ha preso in considerazione anche la gestione dei materiali di scavo e dei rifiuti di cantiere, la fornitura e la qualità del calcestruzzo, il noleggio di mezzi e attrezzature: per l’accusa sarebbero stati smaltiti come rifiuti non pericolosi materiali in cui invece erano presenti tracce di amianto. In alcuni la qualità del calcestruzzo usato nella costruzione sarebbe risultata inferiore a quella prevista dalle norme.
Infine, secondo le indagini ci sarebbe stato anche un sistema di fatture per operazioni inesistenti: sarebbero stati contabilizzati dei lavori che non sono stati mai eseguiti, oppure sarebbero stati fatti pagamenti maggiorati rispetto al dovuto.
I presunti fatti di corruzione riguardano in particolare i lavori sulle tre principali tratte della linea fra le province di Napoli, Avellino e Benevento. I cantieri presi in esame dall’inchiesta riguardano, in particolare, le tratte Napoli–Cancello, Apice–Hirpinia e Frasso Telesino–Telese–San Lorenzo–Vitulano. Qui l’esecuzione del progetto è stata affidata a grandi raggruppamenti di imprese e consorzi, tra cui Nacav, Hirpinia AV e Telese.
C’è poi un altro filone dell’inchiesta che ha a che fare con il caporalato e lo sfruttamento dei lavoratori nella realizzazione del progetto: secondo l’accusa alcuni lavoratori stranieri sarebbero stati sottoposti a turni massacranti e senza le adeguate ore di riposo, con retribuzioni inferiori ai minimi contrattuali e in condizioni igieniche, abitative e di sicurezza pessime.
Dalle intercettazioni fatte durante le indagini è emersa ad esempio una conversazione in cui un imprenditore è alla ricerca di baracche o ruderi abbandonati in campagna per usarli come alloggi dei lavoratori (diceva cose come «ci devo mettere dentro una decina di talebani», in riferimento ai lavoratori stranieri). Inoltre secondo le indagini ci sarebbero irregolarità nei permessi di soggiorno e nei documenti che attestano l’assolvimento degli obblighi di formazione in materia di salute e sicurezza sul lavoro. Nel cantiere di Grottaminarda, in provincia di Avellino, chi indaga ha individuato 34 lavoratori egiziani che sarebbero stati sottoposti a condizioni particolarmente gravose, con turni di lavoro anche di 20 ore.
In questo parte dell’inchiesta è coinvolto anche Ali Salah Ali Abdelati, un uomo egiziano che secondo l’accusa avrebbe agito come caporale, cioè avrebbe fatto da intermediario tra alcune aziende campane e la catena dello sfruttamento del lavoro. Per questo suo ruolo, secondo quanto hanno riferito due indagati intercettati, avrebbe ottenuto fino a mezzo milione di euro. In quella stessa conversazione l’uomo è anche indicato come una delle persone coinvolte nella compravendita di permessi di soggiorno.
Le misure cautelari prevedono 10 arresti domiciliari, 5 obblighi di dimora, 2 obblighi di dimora accompagnati dalla sospensione per un anno dall’esercizio dell’attività e altre 3 sospensioni, sempre per un anno. Gli indagati sono stati già sottoposti a un interrogatorio preventivo e potranno ora rivolgersi al tribunale del riesame per chiedere l’annullamento della misura cautelare a loro carico.
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