La scuola provoca ansia (o aiuta a superarla)?

«Il giorno in cui mi sono imbattuta in L. ero piantata davanti allo schermo delle partenze in attesa che comparisse il binario. “Ehi, prof! Si ricorda di me?” L. non andava bene a scuola. Quando entrava in classe cominciava a tremare, le mancava il respiro, sudava. E ogni volta che veniva interrogata, sulla pelle le si allargavano chiazze rosse, molto visibili»

Esami di maturità, 19 giugno 2026 (Ansa/Alessandro Di Marco)
Esami di maturità, 19 giugno 2026 (Ansa/Alessandro Di Marco)
Gaja Cenciarelli
Gaja Cenciarelli

Vive e lavora a Roma. Traduce dall’inglese, soprattutto libri di scrittrici. Tiene corsi di traduzione e insegna lingua e letteratura inglese. Dal suo romanzo Domani interrogo è stato tratto il film omonimo. L’ultimo libro che ha pubblicato è Il rivoluzionario e la maestra.

Ogni volta che devo prendere un treno – accade molto spesso, ultimamente – arrivo sempre con quello che mi piace definire «un congruo anticipo», laddove “congruo” corrisponde a circa un’ora e mezza. Perché lo fa?, si chiederanno i miei piccoli lettori. La spiegazione è semplice: perché l’ansia guida ogni mia azione, da quando metto la sveglia per andare a scuola a quando torno a casa.

Roma è una grande città di provincia, nonostante l’estensione territoriale che la vorrebbe metropoli, e prima o poi ci si ritrova. La cosa che più mi colpisce di questi incroci è che i gradi di separazione tra me e le mie studentesse e i miei studenti – del presente e del passato – sono pari a zero. Ci ho pensato in vista dell’incontro A scuola di relazione che terrò allo YAWP di Milano, e all’improvviso mi è tornata in mente una delle ragazze più significative della mia esperienza d’insegnante. Il giorno in cui mi sono imbattuta in L. ero, per l’appunto, piantata davanti allo schermo delle partenze in attesa che comparisse il binario, maledicendo me stessa perché continuavo pervicacemente a non capire che, di questi tempi, arrivare in anticipo alla stazione è grottesco, una distorsione socio-emotiva che rinnega il principio di realtà.

«Ehi, prof!»
Mi volto.
Vedo una ragazza avvicinarsi a grandi passi, un sorriso trattenuto, l’espressione timorosa.
«Si ricorda di me?»
La domanda che non vorrei mai sentire.
Ho sempre ammirato tutti i colleghi e le colleghe che sostengono, dopo decenni di insegnamento, di ricordare ogni singolo studente, ogni singola studentessa. Lo spazio della mia memoria è limitato e, con l’età, si è ristretto. Dovrei svuotare la cache, di tanto in tanto, ma diventa sempre più complicato. Tuttavia, questo viso grazioso, ben truccato, timido emerge dalle nebbie del mio disagio mnemonico con grande limpidezza.

I ricordi sono come uno di quei lembi di tessuto che sporgono dai ripiani degli armadi: li tiri verso di te e ti cade addosso il mucchio di vestiti nascosti in fondo, negli angoli più bui. L. sedeva sempre all’ultimo banco: mi colpiva l’accuratezza con cui si truccava, l’eleganza del suo abbigliamento. Senza eccessi, ma sempre perfettamente in ordine. Stonava un po’ con i jeans strappati del resto della classe. Una voce che sentivo solo durante le interrogazioni. Un’ingenuità sbalorditiva. Un giorno mi disse che vestirsi e truccarsi bene la faceva sentire «a posto».

«In che senso?» le chiesi.
«Che mi sento protetta» mi rispose.
«Hai bisogno di sentirti protetta?»
Fece spallucce. «A scuola, sì».

Le sorrido, le dico: «Certo che mi ricordo di te, che ci fai qui? Sei in partenza?»
«No, no, lavoro qui. Sono in pausa».
Mi indica un negozio.
«Che bello rivederla!»
Alta, mi guarda chinando lievemente la testa.
«Sono molto felice anch’io!»

L. non andava bene a scuola.
Quando entrava in classe cominciava a tremare, le mancava il respiro, sudava. Chiedeva di uscire nel momento stesso in cui facevo l’appello, alla prima ora, e stava in bagno a lungo. Ogni volta che veniva interrogata, ogni volta che svolgeva una verifica scritta, sulla pelle le si allargavano chiazze rosse, molto visibili.

Mi spaventai.
«Cos’hai?»
«Non lo so, non lo so». Si guardava intorno, disorientata, come se non ci fosse una parola per descrivere il suo stato d’animo, come se lei non riuscisse a trovarne e questa incapacità non facesse che aumentare la sua paura.
«Ma ti senti male?»
«Mi sento… strana. Non lo so che cos’ho. Non lo so…» Nelle labbra che abbozzavano un sorriso c’era la stessa sfumatura di timore che le avrei visto anni dopo, alla stazione.

«Mi fa male lo stomaco, non respiro bene…»
«Lo hai detto ai tuoi?»
«Sì, sì, ma… mi capita solo quando sono a scuola».
Era stata bocciata l’anno prima. Non riusciva ad affrontare le interrogazioni, le verifiche scritte. Non riusciva a entrare a scuola.
Non era l’unica.

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Al netto dei simpatici furbetti che – da sempre – popolano le classi e che accampano le scuse più immaginifiche per non essere interrogati, da qualche tempo le classi sono composte anche da una nutrita compagine di ragazze e ragazzi in preda a un’ansia spesso invalidante. Il lockdown non ha aiutato, la didattica a distanza non ha aiutato. Ma sarebbe sciocco credere che sia tutto partito da lì: l’impatto della pandemia sulla scuola e sulle famiglie ha solo acuito ciò che già stava diventando strutturale.

Ricordo M., uno studente seduto al primo banco, accanto alla porta. Le braccia e le gambe coperte di tatuaggi, un’espressione truce da attaccabrighe, l’eloquio di chi parla solo dialetto e non vuole imparare l’italiano. Il tipo di ragazzo che, secondo gli stereotipi, nessuno vorrebbe trovarsi davanti di notte. Tuttavia, le possibilità di incontrarlo di notte erano nulle, perché M. non riusciva a uscire da solo e faticava a varcare la soglia di casa anche quando era con gli amici: veniva accompagnato dal padre fino all’ingresso della scuola, ogni santo giorno.

L. aveva lasciato tre volte l’aula, durante l’orale dell’esame di stato. O meglio: era scappata. A inseguirla eravamo in tre: la madre, io, la dirigente scolastica. Un florilegio di stai tranquilla, non succede niente, ci siamo noi, sei preparata, ma figurati se ti bocciano, togliti il pensiero aveva pervaso il cortile della scuola. Non so come si convinse a sostenere quell’interrogazione, ma andò bene. La commissione fu molto comprensiva.

L. mi parla e io ripercorro ogni istante di quella giornata di inizio luglio. Erano passati anni. Una domanda mi batte in testa come un martello.

«Sono innamoratissima, prof, e ricambiata! Non è incredibile? Ricorda le mie storie disastrose? Oddio…», alza gli occhi al cielo. «Non proprio disastrose. Inesistenti. I miei amori folli e non corrisposti, se li ricorda?»
Rido e annuisco.
Le chiedo delle altre, le compagne di classe che frequentava anche fuori dalla scuola, e lei mi sciorina un elenco di nomi e storie finite, di corna, di storie nuove, di ragazzi non molto gentili, di amiche irrequiete.
«E il tuo ti tratta bene?»
«Eccome! Sennò meglio stare da sole, no, prof?» C’è una solida fierezza nella sua voce, un tono fermo che mi inorgoglisce mentre la domanda che vorrei farle sta approdando alle labbra.

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Conosco fin troppo bene i danni dell’ansia, motivo per cui mi sono sempre impegnata a non alimentarla.
«Sempre elegantissima, tu».
«Mi piace sentirmi a posto».
Le ricordo che lo diceva sempre, anche a scuola.
«Lo so, prof. Ma il senso era un altro».
«E adesso come stai?»

A volte è difficile restare in silenzio, spesso è impossibile trovare le parole giuste per riempire il vuoto.
Non si sottrae, tuttavia.
«Sto bene».

Le guardo il collo, le mani, il viso. La pelle è candida, senza arrossamenti. Mi torna in mente quel giorno in cui aveva chiesto di uscire in anticipo perché voleva andare a fare un’audizione. Amava recitare, amava il teatro. Ricordo che provai qualcosa di simile al dispiacere: il provino non le metteva ansia. La domanda che trattengo da quando ho dato un nome al volto di quella ragazza alta ed elegante diventa finalmente udibile. Forse mi pentirò di avergliela fatta, ma devo tentare.

«Ma la scuola ti ha aiutato almeno un po’ a superare la tua ansia?»
Mi lancia uno sguardo intenerito: la vecchia zia che non ci arriva, la vecchia zia che non capisce come si usa il cellulare. Ora ti spiego come si fa, zia. È semplice, guarda qui.
«La scuola è la scuola, prof: insegna a chi vuole imparare. A proposito, a che ora parte il suo treno?»
Mi giro di scatto verso il display, il binario non è ancora comparso.
«Tra… mezz’ora, più o meno». Tossicchio, imbarazzata. Io, la professoressa che predica bene – «non lasciatevi bloccare dall’ansia, vi prego!» – ma crolla miseramente sotto il peso dell’ansia anticipatoria.
«E a lei? La scuola l’ha aiutata a superare la sua ansia?» mi chiede L., di rimando, ridendo.
La scuola insegna a chi vuole imparare, penso.
Ho mai voluto imparare, io?

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