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  • Lunedì 28 settembre 2026

È sempre più difficile organizzare una festa di paese

Dopo l'incendio di Crans-Montana sono aumentati i costi e la burocrazia per la sicurezza, al punto che molti eventi non si fanno più

Una sagra in un comune in Calabria, ad agosto 2026 (Pontus Berghe/The New York Times/contrasto)
Una sagra in un comune in Calabria, ad agosto 2026 (Pontus Berghe/The New York Times/contrasto)

La sagra del sedano di Rubbio, in provincia di Vicenza, che si tiene abitualmente a settembre, quest’anno non si è fatta. La festa delle cantine di Chignolo, una frazione di Santa Margherita di Staffora in provincia di Pavia, è saltata ad agosto. A luglio non si è tenuto il Giro del Lago di Resia, in Alto Adige, una corsa podistica sempre molto partecipata che esisteva da 25 anni e che probabilmente non verrà più organizzata. Sono alcune tra le molte notizie recenti di feste di paese, sagre e altri eventi locali importanti per le comunità che non si riescono a organizzare, quasi sempre per gli stessi motivi: la molta burocrazia, i timori legati alla sicurezza dell’evento e i conseguenti costi troppo alti.

Un esempio concreto di queste difficoltà è una serata con musica e servizio bar organizzata dall’associazione Disco storia eventi lo scorso maggio ad Alice Bel Colle, un paese di poche centinaia di abitanti in provincia di Alessandria. C’erano centodieci persone, l’incasso è stato di circa 1.200 euro. Di quei soldi però all’associazione non è rimasto quasi nulla, perché mille euro se ne sono andati in adempimenti burocratici: il piano di sicurezza firmato da un ingegnere, gli steward certificati, l’ambulanza, la pratica per i vigili del fuoco.

Qualche anno fa, per lo stesso evento, sarebbe bastato pagare la SIAE, la società che riscuote i diritti d’autore sulla musica diffusa in pubblico: poco più di 150 euro. Per il presidente della piccola associazione Stefano Cioncolini, e per molte altre come la sua, è diventato il problema centrale: gli eventi sotto le poche centinaia di persone non coprono più i costi, e in molti hanno smesso di farli.

Una riffa a una sagra a Spoleto (ALBERTO CRISTOFARI/CONTRASTO)

Le norme sulla sicurezza degli eventi pubblici si sono fatte più severe a partire da un fatto preciso: la calca durante la proiezione della finale di Champions League in piazza San Carlo a Torino, nel 2017, che causò più di 1.500 feriti e tre morti. Da lì il ministero dell’Interno emanò la cosiddetta direttiva Gabrielli, una circolare firmata dall’allora capo della Polizia Franco Gabrielli che prevedeva norme molto rigide per tutti i tipi di eventi, anche quelli molto piccoli, in modo che gli organizzatori avessero un’attenzione preventiva sulla sicurezza, con molta burocrazia da sbrigare.

Quelle regole rischiavano di far saltare migliaia di piccole feste di paese, e così la direttiva di Gabrielli venne aggiornata nel 2018 da un’altra direttiva dell’allora capo di gabinetto del ministero dell’Interno Matteo Piantedosi (oggi è lui stesso ministro): questa in sostanza rendeva le regole sulla sicurezza più flessibili, in modo che si potessero adattare più facilmente alle specifiche situazioni locali anche sulla base della valutazione delle singole amministrazioni comunali. L’idea era che una sagra non potesse seguire le stesse prescrizioni di un grande concerto.

Ma la situazione è cambiata di nuovo dopo l’incendio avvenuto la notte di Capodanno del 2026 in un locale di Crans-Montana, in Svizzera, in cui sono morte 41 persone e altre 115 sono rimaste ferite. Tra le vittime c’erano molti giovani italiani, e da quel momento le amministrazioni locali in Italia hanno iniziato ad autorizzare gli eventi con molta meno tolleranza: gli spazi di manovra informali che si erano creati dopo il 2017, e permettevano alle feste di paese di tenersi in piedi, si sono notevolmente ridotti.

Oggi le norme prevedono che gli eventi che superano 200 partecipanti debbano essere accompagnati da un piano di sicurezza: un documento, redatto da un tecnico abilitato, che valuta i rischi, le vie di fuga, la capienza e i percorsi dei soccorsi. A seconda delle dimensioni e di altre caratteristiche della festa, poi, servono un servizio d’ordine con steward formati, in alcuni casi un’ambulanza, e la segnalazione certificata di inizio attività ai vigili del fuoco, la cosiddetta SCIA antincendio.

Il presidente dell’Unione nazionale delle pro loco d’Italia (UNPLI), Nino La Spina, dice che nei primi mesi di applicazione della direttiva Gabrielli vennero bloccati più di 1.600 eventi. Con la direttiva Piantedosi del 2018, per gli eventi con meno di 200 persone e che si concludono prima di mezzanotte basta la relazione tecnica di un professionista abilitato, invece del parere della commissione di vigilanza.

Insomma, le regole che stanno mettendo in crisi molte feste di paese non sono nuove. «Quello che è cambiato», dice La Spina, «è il modo in cui vengono fatte rispettare: ogni nuovo episodio alza il livello di attenzione di chi deve rilasciare le autorizzazioni, e i margini di tolleranza si restringono».

Ma oltre ai fatti di cronaca, secondo La Spina uno dei problemi principali è la disomogeneità con cui vengono applicate le norme: la stessa regola viene interpretata in modo diverso da regione a regione e da comune a comune, e capita che spostandosi nel paese vicino un organizzatore si veda imporre vincoli più stretti. Quello che emerge, in questo quadro disomogeneo, è che il fattore decisivo è spesso il rapporto diretto tra chi organizza e l’amministrazione locale: dove c’è una certa conoscenza tra il comune e chi organizza, è l’amministrazione che può farsi carico di una parte degli adempimenti, mettendo a disposizione il proprio ufficio tecnico per redigere il piano di sicurezza, prestando i bagni chimici o seguendo le pratiche: in quei casi i costi per gli organizzatori si abbassano sensibilmente.

Dove invece l’organizzatore arriva da fuori, o non ha un rapporto consolidato con il municipio, deve pagare tutto: e la parcella di un ingegnere per il solo piano di sicurezza difficilmente scende sotto i 400 euro.

Anziani a una festa di paese (TANIA/CONTRASTO)

A gennaio del 2026 inoltre è entrata in vigore una riforma del Terzo settore che tra le altre cose ha cambiato le regole sulla tassazione degli enti non profit: pro loco e associazioni locali temono che questo possa rendere economicamente insostenibili le feste più grandi. Per anni le associazioni avevano potuto contare su un regime agevolato, previsto da una legge del 1991, che riduceva le tasse per chi restava entro certo limite di fatturato. La riforma ha introdotto una soglia di 85mila euro, superata la quale l’ente esce dal regime forfettario agevolato.

Il timore delle pro loco è che gli incassi dei banchi gastronomici delle sagre – che nelle feste più grandi arrivano facilmente a diverse decine di migliaia di euro – vengano considerati ricavi commerciali, facendo loro superare quella soglia. In realtà la riforma fa una distinzione: se la sagra promuove prodotti tipici, e i proventi non superano i costi sostenuti con un margine del 6 per cento, si resta nella attività di interesse generale e quel guadagno non concorre al limite. Ma il confine tra ciò che è promozione del territorio e ciò che è attività commerciale non ha criteri oggettivi del tutto chiari, e molte pro loco temono che l’Agenzia delle Entrate possa interpretare in modo restrittivo la loro gestione dei banchi gastronomici, applicando obblighi fiscali molto più onerosi.

Di fronte a questa incertezza, l’UNPLI sostiene una proposta di legge in discussione al Senato, presentata da Antonio De Poli dell’UDC con adesioni trasversali, che punta a semplificare alcuni passaggi: tra le altre cose, a rendere valido per più anni il piano di sicurezza degli eventi che si ripetono sempre nello stesso luogo, così da non doverlo rifare ogni volta, e a uniformare l’applicazione delle norme sul territorio.

Tag: sagre