La contestata partita che l’Irlanda deve giocare contro Israele
Giocatori, allenatori e politici sembravano volerla boicottare, ma alla fine dovrebbe disputarsi regolarmente, domani in Ungheria
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La partita della Nations League di calcio in programma per domenica sera tra Irlanda e Israele è al centro di un grande caso politico, sportivo e mediatico in Irlanda, che ha costretto la federazione calcistica nazionale ad assicurare che si disputerà regolarmente. Alcuni calciatori, a cominciare dal portiere Gavin Bazunu, erano infatti intenzionati a non giocare, per aderire a una campagna di boicottaggio che chiede da mesi che la partita e il suo ritorno, previsto per il 4 ottobre, siano annullati in protesta contro i massacri e le devastazioni compiute da Israele nella Striscia di Gaza.
Nella giornata di sabato c’è stata una certa confusione, dopo che le agitazioni tra i giocatori della Nazionale irlandese hanno provocato l’annullamento di un allenamento e il rinvio all’ultimo minuto di una conferenza stampa. Alla fine però, secondo i giornali irlandesi, la squadra ha votato per decidere se giocare o meno, e la maggioranza ha preferito farlo.
Le partite della Nazionale israeliana di calcio sono duramente contestate fin dalle prime fasi dell’invasione e dei bombardamenti nella striscia di Gaza, seguiti all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Ma in Irlanda la questione è molto più sentita che altrove: è un paese in cui il sostegno alla Palestina è molto più forte e radicato che altrove, non solo nella sinistra e non solo nella popolazione, ma anche nella politica e nelle istituzioni.
È infatti intervenuto nelle polemiche sulla partita anche il primo ministro Micheál Martin, leader del partito conservatore Fianna Fáil, che all’inizio della scorsa settimana si era scontrato con la Federcalcio israeliana. Quest’ultima aveva definito «stupide, ignoranti e ipocrite» le parole dell’allenatore dell’Irlanda, Heimir Hallgrímsson, il quale in una conferenza stampa aveva detto che la sua squadra avrebbe giocato «contro il genocidio».
Il primo ministro irlandese Martin aveva chiesto alla federazione israeliana di ritirare le critiche rivolte ad Hallgrímsson, aggiungendo: «Israele non può continuare a negare ciò che il mondo sa».
La campagna per il boicottaggio delle partite, che va avanti da quando furono annunciate lo scorso febbraio, si chiama Stop the Game e ha ricevuto l’approvazione di vari allenatori ed ex giocatori locali. La televisione pubblica irlandese RTÉ ha deciso che trasmetterà le partite per obblighi contrattuali, ma senza telecronaca né collegamenti dai propri studi. Già l’anno scorso RTÉ aveva deciso di boicottare l’Eurovision SOng Contest, il popolare concorso canoro europeo, a causa della partecipazione di Israele, e nelle scorse settimane ha confermato che lo farà anche per l’edizione del 2027.

Tifosi irlandesi chiedono a FIFA e UEFA di escludere Israele dalle competizioni internazionali (Tim Clayton/Corbis via Getty Images)
Tra chi aveva aderito alla campagna c’era stato l’ex allenatore della Nazionale Brian Kerr, che dopo il sorteggio aveva invitato la Federcalcio irlandese a «mostrare un po’ di palle e a rifiutarsi di giocare contro Israele». In seguito, altri allenatori locali avevano preso la stessa posizione, come Joey O’Brien dello Shelbourne e Stephen Bradley dello Shamrock Rovers, che hanno esplicitamente accusato Israele di genocidio.
Alcune prese di posizione erano arrivate dai giocatori, una categoria piuttosto restia a esporsi su temi del genere. A maggio, il centrocampista dello Shamrock Rovers Roberto Lopes, presidente del sindacato dei calciatori, si era detto contrario a giocare contro Israele (lui gioca con la nazionale capoverdiana). La scorsa settimana Kevin Kilbane, ex centrocampista con 111 presenze nell’Irlanda tra il 1997 e il 2011, ha addirittura pubblicato un articolo su The Irish Times in cui diceva che non si dovrebbe affrontare Israele in nessuna sede o circostanza, «non quando l’esercito israeliano sta commettendo un genocidio».
Un’opposizione ancora più netta era arrivata dalle tifoserie della League of Ireland, la prima divisione nazionale, che sono per la maggior parte schierate a sinistra e per la Palestina.

Una protesta pro-Palestina a Dublino, lo scorso gennaio (Mostafa Darwish/Anadolu via Getty Images)
La Federazione irlandese si era trovata subito in grande difficoltà davanti a questa situazione. Ha deciso comunque di giocare, soprattutto per paura di sanzioni da parte della UEFA. Ritirarsi da una partita ufficiale comporta la sconfitta a tavolino per 3-0 e una multa, ma la Federazione temeva soprattutto possibili ripercussioni relative agli Europei del 2028, che deve co-organizzare assieme al Regno Unito.
Così, il 12 giugno la Federazione irlandese aveva ottenuto dalla UEFA quantomeno il trasferimento delle partite: quella del 27 settembre si giocherà a Debrecen, in Ungheria, un paese che da tre anni ospita la maggior parte delle partite internazionali delle squadre israeliane, soprattutto per gli ottimi rapporti tra Benjamin Netanyahu l’ex Presidente ungherese, Viktor Orbán. Quella del 4 ottobre do giocherà invece a Bačka Topola, in Serbia.
I giocatori della Nazionale irlandese hanno discusso delle due partite contro Israele in un incontro privato tenutosi venerdì sera, dopo il loro arrivo in Ungheria. Secondo la stampa irlandese, il sentimento collettivo sarebbe particolarmente critico verso la loro stessa Federazione.
Dopo aver escluso il boicottaggio dell’ultimo minuto, i calciatori irlandesi hanno deciso di giocare con una fascia nera al braccio in segno di lutto «per tutti i morti nel conflitto». Si parla però anche di possibili altre forme di protesta.



