Nella guerra civile in Sudan ora si guarda al Darfur
Dopo aver perso la capitale i miliziani delle RSF si stanno ritirando nella regione, che ancora controllano in buona parte e dove vogliono formare un governo parallelo
di Antonella Serrecchia

In Sudan dopo aver perso il controllo della capitale Khartum, riconquistata dall’esercito questa settimana, le Rapid Support Forces (RSF) si stanno muovendo verso ovest: secondo la maggior parte degli osservatori è probabile che si stiano ritirando in Darfur, la regione più occidentale del paese dove il gruppo controlla già buona parte del territorio e dove dice di voler formare un governo parallelo.
La guerra civile tra esercito e paramilitari delle Rapid Support Forces va avanti da quasi due anni: dopo una lunga fase di stallo, negli ultimi mesi l’esercito ha ottenuto una serie di vittorie, ma non è chiaro cosa farà ora. Potrebbe decidere di assestarsi e lasciare il Darfur alle Rapid Support Forces, oppure lanciare una nuova offensiva verso i territori controllati dalla milizia. In questo caso il fronte si sposterebbe nella regione.
Chi si trova in Darfur ha già iniziato a vedere qualche movimento. Assieme ai miliziani che si stanno ritirando si stanno spostando lì anche molti civili, spiega Marcantonio Piredda, direttore della logistica all’ospedale pediatrico di Emergency a Nyala, nel Darfur meridionale. Nyala è la seconda città più grande del Sudan ed è sotto il controllo delle Rapid Support Forces dall’ottobre del 2023.
I civili che si stanno spostando in Darfur sono famiglie e gruppi di persone che non hanno partecipato alla guerra, ma che sono in qualche modo vicini alle Rapid Support Forces e che ora temono di subire ripercussioni se rimangono in territori controllati dall’esercito. Alcuni vivevano a Khartum da moltissimi anni, ma sono originari del Darfur e lì hanno una casa dove tornare. Altri invece non sanno dove andare: è possibile che molti finiranno nei campi profughi attorno alla città, o che se ne creeranno di nuovi per ospitare le persone che arrivano da fuori.

Pazienti all’ospedale pediatrico di Emergency a Nyala, nel Darfur meridionale (Mathieu Willcocks, Emergency)
Laura Ena, coordinatrice medica dell’ospedale di Nyala, dice che tra le persone che sono arrivate nelle ultime settimane ci sono anche i pazienti del “Salam”, il centro di cardiochirurgia di Emergency a Khartum. Sono persone già operate e dimesse, ma che hanno bisogno di tornare regolarmente in ospedale per ricevere farmaci e controlli fondamentali per la loro sopravvivenza. A causa dei combattimenti attorno alla capitale l’ospedale era diventato inaccessibile, e molti sono stati così costretti a spostarsi verso Nyala anche prima che l’esercito riconquistasse la città. «È una scelta estrema da parte dei pazienti, di prendere e venire qui a Nyala», dice Ena, ed è dettata dal fatto che non hanno alternative: «se non hanno l’anticoagulante muoiono, se non hanno i farmaci cardiologici muoiono».
Per il momento l’assenza di combattimenti attorno a Nyala permette di far arrivare cibo, medicine e rifornimenti dal Ciad e dal Sud Sudan, dice Piredda. Se l’esercito dovesse provare a riconquistare la città le cose potrebbero cambiare. Già ora le condizioni sono difficili. A Nyala, così come nelle altre aree controllate dalle Rapid Support Forces, mancano molti servizi: internet è accessibile solo tramite Starlink, il servizio di telecomunicazioni satellitari di Elon Musk, e non c’è elettricità, che in Darfur manca da due anni. L’ospedale di Emergency usa i generatori alimentati a carburante, ma è un’alternativa molto costosa e probabilmente lo diventerà ancora di più nei prossimi mesi, quando la stagione delle piogge renderà più difficili gli spostamenti sulle strade dissestate della regione.
Centocinquanta chilometri più a nord c’è la città di Al Fashir, il capoluogo del Darfur. Qui non arrivano aiuti umanitari da diversi mesi e tutte le organizzazioni umanitarie che operavano nella zona hanno dovuto andarsene. Al Fashir è come una piccola isola controllata dall’esercito in mezzo a un territorio in mano alle Rapid Support Forces, che la stanno tenendo sotto assedio da quasi un anno. Attorno alla città ci sono vari campi profughi. Uno di questi è conosciuto come Zamzam: ci abitano centinaia di migliaia di persone in condizioni umanitarie pessime, le peggiori in tutto il Darfur. Da qualche giorno la città è anche completamente isolata perché l’esercito ha scollegato Starlink per ragioni militari.
Oltre all’assedio del capoluogo, nelle ultime settimane le Rapid Support Forces hanno intensificato gli sforzi per conquistare nuovi territori in Darfur, soprattutto a nord. Lo scorso 20 marzo per esempio il gruppo conquistato la città di Al Mahla, piccola ma significativa perché si trova circa 200 chilometri a nord di Al Fashir. Dopo la conquista della città i miliziani hanno diffuso un video in cui giurano di «mantenere la sicurezza» per i civili di Al Mahla: secondo gli esperti dell’Institute for the Study of War è un modo per accreditarsi come forza di governo legittima, in vista dei piani per la formazione di un governo parallelo in Darfur.
Lo scorso 24 febbraio le Rapid Support Forces avevano firmato a questo scopo un accordo con milizie e partiti politici alleati. Se dovesse concretizzarsi, il Sudan ne uscirebbe diviso in due parti, una governata da Abdel Fattah al Burhan, il capo dell’esercito e presidente di fatto del paese, e l’altra dalle RSF guidate dal generale Hamdan Dagalo, conosciuto anche come Hemedti.
La guerra civile era iniziata proprio a causa di uno scontro tra i due, che dopo il colpo di stato del 2021 guidavano la dittatura militare: Al Burhan era il presidente, Hemedti il suo vice. Quando nel dicembre del 2022 tentarono di avviare una transizione democratica, su pressione internazionale, si scontrarono sulle modalità. In particolare Hemedti non fu d’accordo con la decisione di integrare le Rapid Support Forces nell’esercito regolare, e per questo attaccò le sedi governative nella capitale Khartum, che ha controllato fino a venerdì scorso.