Le cose che a Gaza proprio non si trovano
Per l'elettricità restano i pannelli solari, si cucina sul fuoco, e l'ingresso di medicine e cibo è bloccato dagli israeliani
di Valerio Clari

Nella Striscia di Gaza la prima cosa che manca è un posto sicuro dove stare, su cui non cadano bombe. Poi mancano le cose vere e proprie. Sono molte, e spesso rispondono a necessità basilari. Dallo scorso 2 marzo Israele ha bloccato l’ingresso di tutti gli aiuti all’interno della Striscia di Gaza, dal 18 marzo ha ripreso i bombardamenti e alcune operazioni di terra. Dopo la fine del cessate il fuoco, durato due mesi, la vita per i circa due milioni di palestinesi che abitano nella Striscia è diventata di nuovo «impossibile», come era stata per i primi quindici mesi di guerra.
Secondo i racconti di chi è nella Striscia i bombardamenti degli ultimi dieci giorni sono più «intensi» che in passato, non ci sono avvertimenti né zone che possano essere considerate sicure. Il blocco degli aiuti e dei varchi ha reso di nuovo introvabili molti beni di prima necessità: alcuni erano ricomparsi dopo il 19 gennaio (quando entrò in vigore il cessate il fuoco), altri non si trovano da oltre un anno.

Una casa fra le rovine a Jabalia, l’11 febbraio 2025 (AP Photo/Jehad Alshrafi)
Tra le molte cose che mancano, quasi tutti citano subito l’elettricità.
Kholoud Jarada fino a pochi giorni fa faceva l’interprete medica nell’ospedale Nasser, nel sud della Striscia, che domenica è stato bombardato dall’esercito israeliano. Al momento vive a Deir al Balah in un appartamento di parenti, dopo essersi trasferita forzatamente otto volte dal 7 ottobre 2023. La sua casa nella città di Gaza non esiste più. Racconta che già prima della guerra la rete elettrica forniva corrente solo per alcune ore della giornata. Ci si arrangiava con i generatori a gasolio, «ma anche quelli qui non si trovano più, o sono senza carburante».
Funzionano solo i pannelli solari, che vengono usati perlopiù per caricare telefoni e altri dispositivi: «I miei li carico in una casa dall’altra parte della strada, ovviamente a pagamento: costa 1-2 shekel» (0,25-0,5 euro). Dice che per la notte ci si arrangia con qualche torcia ricaricabile, o con la luce del cellulare: «Le candele no, anche quelle non si trovano da tempo».

Telefoni in ricarica da una presa alimentata da pannelli solari a Khan Yunis (REUTERS/Ibraheem Abu Mustafa)
In altre zone, come nella città di Gaza, qualche generatore a gasolio ancora funziona: il carburante però è sempre più caro e scarso, e da inizio marzo non arriva più nella Striscia a causa del blocco imposto da Israele.
Tommaso Della Longa è portavoce della Federazione Internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa (IFRC). Ha contatti quotidiani con alcuni degli oltre mille operatori dell’organizzazione nella Striscia: «Per noi uno dei temi principali è il carburante. Abbiamo 53 ambulanze a Gaza, ma al momento solo 23 sono attive: le altre sono danneggiate, o più spesso senza benzina. Da domenica poi abbiamo perso i contatti con gli equipaggi a bordo di altre quattro, coinvolte in un incidente nella zona di Rafah. Non sappiamo cosa sia successo loro». Sabato l’esercito israeliano ha detto di aver colpito il convoglio, uccidendo almeno una persona.
IFRC nella Striscia svolge la funzione del nostro 118, ma Della Longa dice che la carenza di carburante impedisce spesso di rispondere alle chiamate di emergenza.

Un’ambulanza colpita in un attacco israeliano all’ospedale Nasser di Khan Yunis (AP Photo)
Dalla fine di febbraio invece manca praticamente ovunque il gas per i fornelli: si cucina sul fuoco persino nelle case, con strumentazioni da barbecue o griglie direttamente sulla fiamma, ma anche la legna è ormai difficile da trovare. In questi mesi è stato utilizzato quasi tutto ciò che era bruciabile, non solo per cucinare, ma a volte anche per scaldarsi.

Khadra Abu Libda cucina bruciando legna a Jabalia (AP Photo/Abdel Kareem Hana)
La carenza di cibo è tornata a essere un problema. Queste settimane sono il periodo più lungo di chiusura totale all’ingresso di aiuti dall’inizio della guerra: ci sono stati periodi lunghi durante i quali ne entravano pochissimi (circa 10 camion al giorno), ma mai un blocco totale così prolungato. I frequenti bombardamenti rendono difficile anche raggiungere gli aiuti, quando ancora ci sono. Dice Della Longa: «Se sei un padre con dei bambini, come fai ad andare a prendere il cibo, quando questo ti mette a rischio di finire sotto un bombardamento?».

Gli scaffali di una casa con aiuti umanitari a Jabalia (AP Photo/Abdel Kareem Hana)
Noura Al Qasasia è un’artista e fashion designer. Anche lei si è trasferita più volte,(«Deir al Balah, Rafah, Khan Yunis, poi di nuovo Deir al Balah») e ora è tornata nella sua casa della città di Gaza. «Pollo, carne e pesce sono stati introvabili durante tutta la guerra, e lo sono ancora. Lo zucchero è un’altra cosa di base che non si trova mai, e nei rari casi in cui è a disposizione ha prezzi altissimi», dice. La chiusura totale sta costringendo i palestinesi a vivere con le scorte messe insieme nei mesi del cessate il fuoco, quindi principalmente riso, pasta e cibo in scatola.
Un discorso simile vale per le medicine: la Croce Rossa fra gennaio e marzo aveva creato il primo ospedale da campo “completo” nella città di Gaza, e l’ingresso degli aiuti aveva rifornito gli altri ospedali ancora operativi: ora la situazione è tornata quella drammatica del 2024, con carenza di medicinali, anestetici, antidolorifici.
Dall’inizio della guerra manca anche ogni tipo di scuola: quelle che ancora sono in piedi sono utilizzate come rifugio, bambini e ragazzi non frequentano le lezioni da quasi due anni. Dice Jarad, l’interprete medica: «Il personale medico segnala da tempo che nei bambini sono comuni problemi comportamentali, aggressività e fragilità psicologica. Non vivono l’infanzia e sanno fare cose che non dovrebbero saper fare: accendono fuochi, vanno a riempire taniche d’acqua, cercano di procurarsi cibo».

Ne’man Abu Jarad riempie taniche di acqua in un campo nella zona di al Mawasi (AP Photo/Abdel Kareem Hana)
Per parte della popolazione sono tornati gli ordini di evacuazione imposti dall’esercito israeliano: quasi tutti gli abitanti sono stati sfollati più volte, e spesso le partenze sono obbligate e immediate. Ci si trasferisce con un bagaglio minimo, lasciando indietro anche le poche cose che ancora si possiedono. Quando i trasferimenti sono più programmabili, comunque trovare un’auto o un furgone da caricare non è facile e spesso molto costoso. Vengono affittati anche i carretti trainati dagli asini, ma a loro volta sono pochi e ricercati. Spesso bisogna rinunciare a oggetti e ricordi.

Il trasferimento da Beit Hanoun dopo l’ordine di evacuazione, il 19 marzo 2025 (REUTERS/Abd Elhkeem Khaled)
Poi ci sono le cose che non sono di stretta sopravvivenza, ma che mancano comunque da troppo tempo. Jarada dice di non dormire «su un vero materasso da oltre un anno». Qasasia racconta che ha continuato a disegnare, per testimoniare quello che le succede ma anche per “scaricare” un po’ di ansie e paure: «Per molto tempo non ho trovato fogli e colori. E poi mi manca il cioccolato. Ogni anno c’è un giorno in cui regalo fiori a mia madre, ma quest’anno non ce ne sono. A lungo ho cercato invano delle ciabatte. Gaza sta perdendo tutto».