Cosa può insegnarci un mistero alpino sulla SLA
In un paesino francese si è indagato per anni su un'anomala quantità di casi di sclerosi laterale amiotrofica, arrivando a un sospettato

Montchavin è un paesino di montagna come tanti nelle alpi francesi, un ex centro minerario convertito a località sciistica, ma ha una particolarità che lo distingue da tutti gli altri. Per diverso tempo è stato uno dei luoghi con il più alto numero di diagnosi di sclerosi laterale amiotrofica (SLA), una malattia neurodegenerativa che causa una progressiva paralisi dei muscoli, compresi quelli che regolano la respirazione. Nonostante siano indagate da più di un decennio, le cause della maggiore incidenza di SLA a Montchavin continuano a essere un mistero. Risolverlo potrebbe aiutare a capire più cose su una delle malattie più debilitanti che esistano.
Il primo caso di SLA nel paese era emerso nel 1991 e non aveva suscitato particolare interesse, considerato che la malattia per quanto rara interessa 2-3 persone ogni centomila individui. Nove anni dopo era stato registrato un nuovo caso, un istruttore di sci che si era sottoposto ad alcuni controlli dopo avere notato che faticava a parlare: esclusi problemi alla laringe, una visita neurologica aveva portato alla diagnosi di SLA. Poi ci fu un altro caso nel 2005 e infine quello di una donna nel 2009, che portò i medici della zona ad approfondire la questione. Negli anni seguenti, avrebbero diagnosticato 16 casi a Montchavin e nelle aree vicine, dieci volte tanto quanto ci si sarebbe dovuto attendere considerata la frequenza con cui viene effettuata una diagnosi.
Non era la prima volta che veniva identificato un gruppo di persone (cluster) che vive in una specifica area geografica con la SLA. Il caso più noto ai medici e oggetto di diverse ricerche scientifiche è quello di Guam, l’isola nell’oceano Pacifico occidentale dipendente dagli Stati Uniti. Il cluster fu identificato alla fine della Seconda guerra mondiale quando sull’isola ci furono numerosi casi di una o più malattie neurodegenerative, in particolare tra la popolazione chamorro. In alcuni villaggi la causa di morte di una persona su quattro era la SLA, una media decisamente fuori scala rispetto alla normale diffusione della malattia.
La SLA non si trasmette da persona a persona come un’influenza, quindi a Guam i gruppi di ricerca iniziarono a cercare possibili cause non solo genetiche tra i chamorro, ma anche legate alle loro abitudini. Notarono che in quella popolazione si consumava una farina ottenuta da una specie di cicade, una pianta molto diffusa sull’isola e tossica, che veniva trattata a lungo con un processo di lavaggio e fermentazione per ridurne la tossicità. Si ipotizzò quindi che il consumo della pianta e dei suoi composti tossici per il sistema nervoso potesse essere tra le cause della maggiore incidenza della SLA, ma anche di altre malattie neurodegenerative come il Parkinson e alcune forme di demenza.
Su quali specifiche sostanze della cicade concentrare l’attenzione si discusse a lungo, ma senza raggiungere un consenso scientifico. Nei decenni successivi si osservò comunque una riduzione significativa dei casi di SLA a Guam, con ipotesi sul fatto che il progressivo cambio delle abitudini alimentari della popolazione avesse portato a un miglioramento della situazione, anche se non c’erano dati a sufficienza per confermarlo. La SLA, del resto, ha spesso origini sfuggenti.
Le cause della malattia non sono completamente note, anche se da tempo si attribuisce un ruolo importante alla genetica, che porta alcune persone a essere più predisposte di altre, cui si uniscono fattori per lo più ambientali. Le cause genetiche sono ancora studiate per provare a capire i meccanismi che portano la malattia a danneggiare le cellule nervose cerebrali e del midollo spinale, che controllano i movimenti dei muscoli volontari. A seconda dei casi, la morte delle cellule avviene gradualmente nel corso di mesi o anni.
La malattia si manifesta inizialmente con la perdita della forza muscolare, che può interessare i muscoli che si usano per parlare, oppure per muoversi. Col passare del tempo i sintomi peggiorano bloccando quasi tutti i muscoli, ma senza che ci sia la perdita delle capacità cognitive: si resta vigili in un corpo paralizzato. Le terapie, per lo più a base di farmaci, consentono di rallentare il progredire della SLA, ma non di fermarla completamente. Nelle sua fase più avanzata la malattia compromette la capacità di respirare, fino alla morte. Non esiste una cura e per questo l’analisi dei cluster, come quello nelle Alpi francesi, può essere utile per studiare la malattia e comprenderne meglio le origini.
A Montchavin le ricerche intorno ai casi di SLA sono proseguite per anni, cercando di ricostruire le condizioni ambientali e le abitudini dei suoi abitanti nei decenni precedenti. Come ha raccontato di recente l’Atlantic in un lungo articolo, i gruppi di ricerca non esclusero nulla: indagarono l’eventuale presenza di metalli pesanti nell’acqua, di tossine nel suolo e di sostanze inquinanti nell’aria. Scoprirono che alcune aiuole erano state realizzate con vecchio materiale ferroviario, che un tempo veniva spesso trattato con un tipo di creosoto, un conservante per il legno noto per essere pericoloso per la salute. Ci si chiese anche se alcuni prodotti utilizzati negli anni Ottanta per produrre neve artificiale, dopo la conversione di Montchavin a località sciistica, potessero avere avuto un ruolo, ma non fu trovato nulla di rilevante.
Fu analizzato il genoma, cioè tutto il materiale genetico, di 12 persone appartenenti al cluster, ipotizzando che potessero essere imparentate e che avessero magari qualche predisposizione in comune. I test esclusero livelli di stretta parentela per numerose generazioni e soprattutto non portarono a rilevare mutazioni tipicamente osservabili nelle persone con SLA.

Il comprensorio sciistico in cui si trova Montchavin, Savoia, Francia (Wikimedia)
Non trovando molti elementi in comune tra le persone malate, al di là della malattia stessa, fu avviata una ricerca più ampia sulla popolazione della zona. A centinaia di persone fu chiesto di compilare un lungo questionario, descrivendo le loro abitudini di vita, il loro lavoro, i passatempi e i luoghi in cui avevano vissuto prima di stabilirsi a Montchavin. I risultati furono poi confrontati con i questionari delle persone malate ed emerse che queste ultime, a differenza degli altri, avevano almeno tre abitudini alimentari in comune: mangiavano selvaggina, foglie di tarassaco (dente di leone) e funghi selvatici.
Alcuni funghi contengono tossine che possono avere effetti sul sistema nervoso e quando lo venne a sapere un ricercatore, che si era occupato dei casi a Guam, suggerì ai colleghi francesi di concentrarsi proprio sui funghi. Nuove indagini tra la popolazione permisero di scoprire che le persone appartenenti al cluster avevano consumato la falsa spugnola (Gyromitra esculenta), un fungo velenoso che viene consumato da cotto proprio per ridurne la pericolosità, anche se mantiene una certa tossicità. Circa metà del cluster malato di SLA aveva segnalato di avere avuto almeno un avvelenamento da funghi nella propria vita.
Nell’ambito di uno studio epidemiologico questa non è una circostanza da trascurare, ma non è sufficiente per concludere con certezza che le tossine presenti in quei funghi abbiano avuto un ruolo nell’innescare la malattia. Gli studi sono ancora in corso e dovranno essere fatti test ed esperimenti in laboratorio su animali, per comprendere meglio se e quanto c’entri la falsa spugnola con i casi di Montchavin. Anche se fosse confermata questa circostanza, non sarebbe comunque sufficiente per trarre considerazioni più generali sulle cause della SLA. Ogni cluster è una storia a parte, come hanno dimostrato altri casi di alta incidenza della malattia in piccole aree geografiche nei Paesi Bassi, nel Belgio, in alcuni paesi scandinavi o in Sardegna.
Chi ha studiato i casi di Guam vede comunque qualche parallelo per lo meno con la vicenda di Montchavin. L’organismo potrebbe assorbire e trasformare le tossine di quei funghi in sostanze simili a quelle che si producevano col consumo di cicade tra i chamorro.
Anni di studi sulla SLA hanno portato del resto a sospettare che ci possano essere numerose sostanze che, nelle persone predisposte, fanno aumentare il rischio di sviluppare la malattia. Alcune ricerche si sono concentrate sui metalli pesanti, altre sui pesticidi e altre ancora sull’inquinamento ambientale; alcune professioni sono state indicate come più a rischio: quelle dei giocatori di calcio professionali, degli agricoltori e di chi trascorre molto tempo a contatto di vernici, lubrificanti e altre sostanze.
Identificare i cluster non è però semplice, sia a causa dell’emergere dei casi in una stessa area geografica in tempi diversi sia per la mancanza di registri condivisi, in modo da tenere traccia dell’andamento della malattia. C’è inoltre il rischio di interpretare come cluster una anomalia del tutto casuale, che non rientra perfettamente nell’analisi statistica di come ci si attende che si distribuiscano i casi nello spazio e nel tempo. Montchavin stessa secondo i più scettici potrebbe ricadere in questo caso, anche se ci sono diversi elementi in comune tra i casi rilevati.
Come in buona parte del resto dell’arco alpino, anche nella zona di Montchavin le condizioni climatiche sono cambiate negli ultimi anni. Gli inverni sono relativamente più brevi e con minori precipitazioni, mentre le estati sono più calde. In queste condizioni crescono meno false spugnole di un tempo e il loro consumo si è pressoché azzerato, anche grazie a una maggiore consapevolezza sui possibili rischi. È dal 2019 che non ci sono più casi diagnosticati di SLA a Montchavin.