Donne che pagano uomini
«Sono a cena con amici. Si parla di sesso (primo bicchiere di vino). Di escort per signore (secondo bicchiere di vino). E una coppia di amici (eterosessuali) racconta le meraviglie del massaggio tantrico»

Ho 47 anni e sto bevendo il terzo bicchiere di vino per mettere a tacere quella parte di me bigotta, pudica, quella parte di me che mi dice che sto facendo qualcosa di male.
Sono a cena con amici. Si parla di sesso. Di donne che pagano per fare sesso (primo bicchiere di vino). Di escort per signore (secondo bicchiere di vino). Una coppia di amici (eterosessuali) racconta le meraviglie del massaggio tantrico, erotico, a pagamento. Lettini vicini, un massaggiatore per lei, una per lui.
Io che non bacio il mio compagno in pubblico. Io che non ho il coraggio di andare su Tinder per paura di mettermi in piazza. Mi ritrovo a bocca aperta. Felice di sentire i miei amici raccontare di queste mani sconosciute che preparano il corpo. Di queste mani che finiscono tra le gambe. Il piacere. L’happy ending. L’orgasmo.
Terzo bicchiere di vino.
Voglio sapere tutto.
L’idea che anche le donne paghino mi piace perché mi sa di libertà.
La prostituzione in Italia è legale. Manca la regolamentazione.
Secondo l’Eurispes, il 5 per cento delle persone che si vende è maschio.
Di questo 5 per cento fanno parte i ragazzi iscritti al sito più famoso di accompagnatori per signore: gigolo.cloud. Il titolare di questo sito si chiama Roberto Dolce, in arte Roy. Nella sua scheda c’è il numero. Gli scrivo un messaggio. Mi presento. Gli chiedo un’intervista. Aspetto.
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Per i massaggi tantrici la ricerca è più complicata. Non trovo numeri di persone fisiche, ma solo di segreterie. Quando chiedo la specifica del massaggio erotico con finale a sorpresa non rispondono. Anche il centro dove sono andati i miei amici mi ignora.
Trovo un uomo di nome Philip (nome finto). Mi risponde subito. Vuole farsi intervistare. Incontrarmi di persona. Farmi provare l’esperienza.
Secondo l’ultimo rapporto Censis-Bayer, vent’anni fa solo il 37,5% delle donne riteneva che sesso e amore potessero essere separati. Oggi questa percentuale è salita al 77,4 per cento. Cioè: c’è una crescente tendenza delle donne italiane a vivere la sessualità in modo più autonomo, in modo svincolato dal sentimento.
Mentre m’incammino per andare da Philip mi chiedo a quale di queste due categorie appartengo. Il fatto che io sia pudica non esclude che possa separare sesso e amore. Mi esalta l’idea che anche le donne possano accedere ad un servizio erotico a pagamento. Però sono nervosa. Il passo è svelto. Ho il fiatone. Quando arrivo davanti al palazzo, non lontano da piazza Vittorio (siamo a Roma), sono le otto di sera. Fa freddo. In un messaggio ho avuto le indicazioni. Citofono, interno. Scendo una rampa di scale, mi trovo nel seminterrato. Apre la porta un ragazzo non troppo alto, capelli lunghi, raccolti in una coda, una divisa fucsia da infermiere. Mi sorride, stende la mano. È Philip.
L’entrata è una sala d’aspetto. Divanetti, riviste. Mi accompagna nella stanza dei massaggi. Pulita, calda. C’è il lettino, la sedia dove appoggerò i vestiti. Mi sudano le mani. Non ce la faccio a fare l’happy ending, lo confesso (mi esce proprio dalla pancia). Lui ride, mi assicura che non succederà, mi invita a spogliarmi, esce. Quando mi tolgo pantaloni e biancheria intima mi guardo intorno per vedere se mi ha lasciato gli slip di carta che si indossano di solito. Non ci sono. Non so se rimanere così. Prendo un bel respiro, grido: «Ma completamente nuda?». Sì, mi risponde. Obbedisco solo in parte.
Quando bussa per chiedermi se è tutto ok, sono sdraiata a pancia in giù, il viso infilato nel buco del cuscino del lettino, gli occhi chiusi, un asciugamano avvolto intorno al ventre (disobbedienza). In filodiffusione i suoni dei boschi, gli uccellini, il vento.
Philip mi srotola l’asciugamano, ma lo usa per coprirmi la parte che non massaggia, le gambe, i glutei. Sento le sue mani sulle spalle. Poi passa alla testa, al collo. Oltre alle mani però ho la percezione che ci sia un terzo elemento, qualcosa di caldo, qualcosa che sembra un oggetto. Non mi muovo. Passa al braccio destro, me lo allunga, lo appoggia sul suo, con la mano sento della pelle, dei peli.
Mi alzo di scatto, lo guardo, è nudo, in piedi davanti a me, NUDO.
Mi spiega (vestito) che lui è un operatore olistico. Che quello che mi stava facendo da nudo è un massaggio tantrico. Che il massaggio tantrico si fa così. Non si toccano i genitali. Il corpo del massaggiatore si poggia, abbraccia, avvolge (la terza cosa che sentivo addosso era il mento). Il massaggio di cui io cerco informazioni invece, quello che coinvolge le parti intime, si chiama yoni, o massaggio vaginale. “Yoni”, in sanscrito, significa “luogo sacro”. Il massaggio Yoni, mi spiega Philip, dovrebbe essere sempre gratuito, è un dono. Spesso, però, viene fatto per denaro. Certi centri olistici se lo fanno pagare caro. Nei quartieri bene va di moda, tante donne ricche lo richiedono.
Se conosci il termine yoni, una volta digitato su internet, escono fuori molti centri in tutta Italia, molti numeri di massaggiatori privati. Nei forum al femminile le donne ne parlano con entusiasmo. Ho trovato anche un articolo di Clio Make Up (una nota influencer). I prezzi variano dagli 80 ai 250 euro, dai 60 minuti ai 90.
Quando esco dallo studio di Philip ho la pressione bassa, la certezza che il massaggio tantrico non fa per me, molta fame, e la risposta di Roy nei messaggi. Vuole farsi intervistare.
Roberto Dolce, in arte Roy, 52 anni, è uno dei gigolò più famosi d’Italia. Marchigiano, single, solitario, ex culturista. Nel paese dove vive, tutti sanno quello che fa. Quando va in televisione, qualcuno ferma per strada la madre. Il padre lo disprezza. Del suo lavoro in casa non parla, in paese non parla, in palestra non parla. Ha avuto una sola storia seria. Tutto questo Roy lo racconta nel suo ultimo libro (Amore in contanti). Dice che lui di amici non ne ha.
Sul sito gigolo.cloud, di cui è titolare, Roy ha una vita attiva. Pubblica video, racconta la giornata. Dispensa consigli su come scegliere l’accompagnatore. L’importanza dell’igiene. Risponde ai commenti. Quando lo chiamo sta andando da una cliente. È in autostrada, direzione Modena.
Secondo Roy, gli accompagnatori in Italia sono circa cinquemila (3.000 nel suo sito). Solo una cinquantina, però, lavora in modo continuativo. Media di incontri a settimana: due (per difetto).
La prima cosa che mi salta all’occhio scorrendo sul sito le schede di questi ragazzi è che non c’è un prezzario. Qualcuna nei commenti se ne lamenta.
Roy mi spiega quanto sia importante, per stabilire una tariffa, parlare con la cliente, farsi mandare una foto. I criteri per decidere il prezzo sono l’avvenenza di lei, la sua ricchezza. Si paga comunque il tempo, non la prestazione. Due ore a fare l’amore o al ristorante hanno lo stesso costo, quasi mai sotto i 500 euro, in contanti, spesso in nero, non perché un gigolò non possa avere una partita iva (servizio alla persona), ma perché è la consumatrice a non voler essere tracciata. A questa tariffa vanno aggiunte spese di viaggio, vitto, alloggio. Sempre a carico della cliente. Quando chiedo a Roy se esistono gigolò a prezzi più abbordabili, risponde che probabilmente non sono dei professionisti, sono alle prime armi. Questi prezzi sono dovuti anche alla difficoltà del lavoro. Per esempio, le donne brutte. Il pisello si deve poter alzare. Ci si prepara in macchina.
Gli chiedo se è normale aiutarsi con qualcosa. Nel porno, mi risponde, alcuni si iniettano una sostanza direttamente sul pene, un farmaco per l’impotenza. Io però uso il Cialis, mi dice. Solo certe volte, e con le coppie. Il confronto con un altro maschio mi mette ansia da prestazione.
Quando gli parlo dei massaggi tantrici, non sa cosa siano. Quando gli chiedo se secondo lui le donne vorrebbero poter accedere a prestazioni economicamente più abbordabili, pagabili magari non a tempo ma a servizio, mi dice che lui, le donne così, non le vuole come clienti. La donna che vuole dominare, la donna aggressiva, forte, la donna che fa come l’uomo che va alla ricerca di un pompino a 50 euro, non gli interessa. Per Roberto, i ruoli devono rimanere quelli di sempre. L’uomo è Alpha. L’uomo ti insegna cose che non hai mai fatto (sesso orale, sesso anale). L’uomo ti deve guidare.
Prima di chiudere la telefonata mi vuole fare una domanda.
Certo, gli dico, chiedi pure.
Pagheresti per uscire con me?
No, rispondo.
Ti sei bagnata?
Neanche.
Apro il sito di Roy. Vado nella sezione “social web”. Pubblico questo post:
«Buonasera, sto facendo un’indagine sul sesso a pagamento. Mi sono fatta una lunga chiacchierata con Roy. Mi piacerebbe sentire il punto di vista femminile. Il vostro».
Il giorno dopo trovo tre email.
La prima è di Umar. Mi scrive «Sono un ragazzo nigeriano, educato e bravo come fare per conoscerti».
La seconda e la terza sono di Emma e Margherita (nomi finti). Hanno risposto al mio annuncio. Vogliono raccontarsi.
Quando parte la videochiamata con Emma, compare una donna sorridente, capelli corti bianchissimi, piccoli orecchini d’argento, un golfino nero con i ricami sulle spalle. Mi chiede un momento per cambiarsi gli occhiali altrimenti non riesce a mettermi a fuoco. Emma, 60 anni, pensionata, ogni tanto lavora come collaboratrice esterna per delle società di eventi. Tra la pensione e le collaborazioni arriva a tremila euro al mese. Separata in casa, le chiedo perché viva ancora con il marito «Ma dove lo mando, poveraccio. Stiamo bene così, ognuno fa la sua vita».
La prima volta che ha chiamato un gigolò è stato due anni fa. In spiaggia, con le amiche, sdraiate sui lettini, parlano di uomini, uomini giovani, una di loro suggerisce di provare con i gigolò. Emma si mette subito a digitare su google, ma c’è troppo sole, dal cellulare non si legge niente.
Va nella sua camera d’albergo (sempre lo stesso da anni, la conoscono tutti). E lì, con la luce giusta, trova un sito, sfoglia le schede, sceglie tre uomini che le piacciono, tre uomini calvi, giovani. Manda un messaggio a tutti e tre.
Due giorni dopo arriva davanti all’albergo una macchina con Leo (altro nome di fantasia). Le amiche di Emma per vederlo si nascondono. Emma e Leo si incontrano nella hall, prendono qualcosa da bere, rompono il ghiaccio, salgono in camera.
Da allora Emma ha provato sette gigolò diversi, tre sono diventati i suoi preferiti, li alterna, ci va a cena, si fa le passeggiate, fa sesso, uno l’ha presentato in famiglia come amico. Usa anche le app di dating, «ma non è la stessa cosa», mi dice ridendo «Dove lo trovo uno giovane così? Con i gigolò c’è professionalità, sai quello che trovi, e poi col tempo si è costruito un rapporto, ci sentiamo per telefono, ci raccontiamo i fatti nostri» (gratuitamente, sottolinea).
Le chiedo se conosce i massaggi tantrici, lo yoni. Non li conosce, ma ne è incuriosita. Le chiedo se vorrebbe dei servizi meno cari. Certo, mi risponde, non posso spendere così tanti soldi tutti i mesi.
L’anno scorso si è presa una sbandata per uno dei suoi tre preferiti. Lui, con calma, le ha fatto capire che il suo è un servizio, un lavoro, che al di fuori di questo lavoro non potrà esserci altro.
A oggi, Emma continua a vederlo (a pagamento). Le chiedo perché. Mi rende felice, risponde.
Quando provo a chiamare Margherita in video, la connessione è debole, riesco a vederla pochi secondi.
Viso paffuto, capelli lunghi stropicciati. Sono le cinque del pomeriggio di domenica. Margherita si sta infilando il pigiama. È la proprietaria di un forno, si alza a mezzanotte per fare il pane. Romagnola, 51 anni, divorziata da sei. Dopo la terza media va a lavorare, a 15 anni rimane incinta (1989). Della legge sull’aborto (1978) non sa niente. L’anno dopo si sposa. 27 anni di matrimonio, poi il tradimento di lui, la separazione, il divorzio. Margherita sta male, un anno di psicoterapia che non porta a nulla. Oltre al marito non ha mai avuto nessuno. Un familiare le consiglia di provare con un accompagnatore. Lei non sa neanche cosa sia, cerca su internet, capisce, ne trova uno che le piace, se lo studia per tre mesi, è terrorizzata da quello che sta facendo. Poi, un pomeriggio di febbraio, uscita da un centro estetico, in piedi davanti alla sua macchina, lo chiama. Non sa cosa dire. Lui si fa raccontare la storia matrimoniale di lei, le dice le tariffe, che quando si sentirà pronta potranno incontrarsi. Margherita ci pensa altri tre mesi. Ad aprile prende coraggio, lo chiama, stabiliscono una data.
Il luogo però Margherita lo deve ancora trovare. Non può essere in paese, dove la conoscono tutti. Cerca degli alberghi abbastanza lontani, ma lei in albergo nella sua vita non ha mai dormito. Non sa con quale criterio vada scelto, quanto costi, cosa offra. Su internet incappa nella foto di un hotel dove era stata da bambina con i genitori per una festa di Natale dell’azienda dove lavorava il padre. A casa della madre c’è ancora la foto che ritrae tutta la famiglia davanti all’entrata. Prenota lì.
Poi va al compro oro e vende la fede. Non che di soldi non ne abbia, ma vuole pagare il gigolò con quel denaro, è un gesto simbolico. Le danno poco più di 250 euro.
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Il giorno dell’appuntamento Margherita esce dal panificio in tarda mattinata, va dal parrucchiere, compra della biancheria di pizzo bianca, reggiseno imbottito, poi a casa, si lava. Cosparge il corpo con una crema, «troppa» mi dice «l’odore era fortissimo». Un vestito blu fino alle ginocchia. Sale in macchina, arriva in albergo con due ore d’anticipo.
Quando alla reception le chiedono i documenti, si preoccupa che il concierge, leggendo il suo indirizzo di residenza (a soli tre chilometri), possa capire perché è lì. Non sa come definire l’uomo che arriverà dopo. Il suo compagno, un suo amico?
È la prima volta che si trova in una stanza d’albergo, c’è la moquette, si toglie le scarpe, le unghie bordeaux, fa caldissimo, suda, si muove per la stanza, va alla finestra, spera di riconoscere la macchina di lui (l’ha vista nei video). Passa due ore stordita, emozionata. Lui arriva.
Quando apre la porta, Margherita si ritrova questo uomo alto, slanciato, possente. Si siedono una di fronte all’altro. Lei sul letto, lui sul divanetto. Lui fa delle domande. Margherita non si ricorda quali, non si ricorda le risposte. Poi lui si alza, si toglie la camicia, la fa sdraiare sul letto, le sale sopra.
Margherita frequenta questo gigolò ormai da sette anni. Con lui ha passato gli ultimi capodanni (sempre pagando). Grazie a lui è riuscita a venir fuori dal paese, a guidare in autostrada (il marito glielo proibiva). Ha conosciuto città, alberghi, ristoranti, spa.
L’unica volta che è uscita con un altro accompagnatore (e solo per cena) è stato per chiedergli se fosse normale che non venisse mai baciata sulla bocca.
Da quasi un anno Margherita si porta il gigolò in casa, cucina le cose che piacciono a lui (l’ultima volta, le costolette), gli ha comprato un pigiama, le pantofole.
Dopo cena vanno a letto, lui si copre fino agli occhi, che è freddoloso. L’ultima volta hanno guardato un film con Abatantuono, fatto l’amore.
Poi Margherita lo ha pagato, lui se n’è andato.
Le chiedo se usano precauzioni, risponde che spesso non le usano. Le chiedo se fa le analisi con regolarità. Le analisi normali, risponde, che le prescrive il medico di base, una volta l’anno. Le chiedo se conosce il rischio che corre. Non ne è preoccupata.
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