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  • Venerdì 7 marzo 2025

A Wolfsburg gira tutto intorno alla Volkswagen

Nella città tedesca c'è la fabbrica più grande dell'azienda: dà stabilità a migliaia di famiglie, ma una dipendenza così stretta è anche problematica

di Laura Loguercio

Novembre 2024 (Paul Langrock/laif/Contrasto)
Novembre 2024 (Paul Langrock/laif/Contrasto)
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Scendendo dal treno alla stazione di Wolfsburg, nello stato tedesco della Bassa Sassonia, la prima cosa che si vede sono le torri dell’enorme fabbrica Volkswagen, la multinazionale automobilistica tedesca che qui ha il suo più grande impianto produttivo. In città l’azienda monopolizza praticamente tutto: dà lavoro a gran parte degli abitanti, finanzia la squadra di calcio locale e varie altre attività culturali e ricreative, e anche l’attrazione turistica più importante è un enorme museo dell’auto di proprietà della Volkswagen.

Novembre 2024 (Paul Langrock/laif/Contrasto)

Da decenni la fabbrica garantisce sicurezza e stabilità economica a migliaia di famiglie, condizione che però potrebbe diventare un problema: come molte altre aziende automobilistiche europee, da mesi anche la Volkswagen è in crisi. Lo scorso inverno ci sono stati scioperi e difficili contrattazioni tra azienda e sindacati, e oggi tra gli abitanti di Wolfsburg c’è parecchia preoccupazione.

L’impianto della Volkswagen si trova a nord del Mittelland, il canale artificiale più lungo della Germania. I suoi edifici occupano una superficie di 6,5 chilometri quadrati, più o meno come Gibilterra e il triplo del principato di Monaco: fino al 2022 era la fabbrica più grande al mondo, poi è stata superata da un impianto di Tesla in Texas, negli Stati Uniti.

Per molti aspetti l’area della fabbrica si presenta e funziona come una città a sé stante. È suddivisa in diversi edifici, tutti numerati e affacciati su strade interne. Ci sono servizi privati di ambulanze e di vigili del fuoco, un’accademia per i tirocinanti, un’area conferenze, decine di ristoranti e persino un’orchestra. Tutto l’impianto è attraversato da 65 chilometri di binari, usati per il trasporto di macchinari e materiali pesanti.

Con un giro turistico è possibile entrare in uno dei molti edifici in cui vengono assemblati i veicoli: lo spazio è composto da file orizzontali di robot che si muovono rapidamente per spostare i vari pezzi, facendo un gran rumore di metallo che viene saldato e inciso di continuo. Le file di macchinari sono separate da ampi corridoi che i dipendenti percorrono a piedi o anche in bicicletta, date le grandi distanze. Tutto è pulito e organizzato in modo meticoloso, ma per chi non si intende di processi industriali è difficile capire esattamente cosa succede: le persone sono molte meno delle macchine e hanno principalmente un ruolo di controllo e organizzazione, mentre gran parte del lavoro è svolto in modo automatico.

Fuori dalla fabbrica e sull’altro lato del canale c’è la città di Wolfsburg, raggiungibile a piedi in meno di dieci minuti. Il piccolo centro urbano è composto da un’area pedonale su cui si affacciano vari bar e negozi, e tutto intorno ci sono zone residenziali con case generalmente basse e squadrate. È una cittadina tranquilla e ordinata, ma anche abbastanza anonima.

Wolfsburg, novembre 2024 (Paul Langrock/laif)

Città e fabbrica sono sempre state strettamente legate. Wolfsburg fu fondata nel 1938 insieme all’impianto della Volkswagen, proprio con l’obiettivo di ospitarne i dipendenti. Nel Secondo dopoguerra le molte possibilità d’impiego attrassero centinaia di migliaia di persone: da poco più di mille abitanti si passò a oltre 25mila nel 1950, 126mila nel 1975 e 128mila nel 1990. Oggi ha 127mila abitanti.

Arrivarono anche moltissimi italiani, che grazie a un accordo del 1955 potevano lavorare nella Germania Ovest senza troppi vincoli burocratici. Inoltre l’allora amministratore delegato dell’azienda, Heinrich Nordhoff, era molto vicino al Vaticano e decise di dare loro una sorta di corridoio preferenziale per essere assunti.

Andò così per Silvestro Gurrieri, che dalla provincia di Ragusa si trasferì a Wolfsburg nel 1976 su consiglio di altre persone della sua città che avevano fatto la stessa cosa. Gurrieri ha lavorato nella fabbrica per quarant’anni, fino al 2016, e oggi è in pensione ma vive ancora a Wolfsburg. Dice che in passato era molto facile trovare un impiego: l’azienda andava bene grazie al successo della Golf, che ancora oggi è il modello più venduto della Volkswagen. C’erano anche meno robot e più bisogno di manodopera.

Un villaggio per gli immigrati italiani che lavoravano alla Volkswagen a Wolfsburg, nel 1962 (Bettmann/Getty Images)

Come Gurrieri, tante persone arrivate decenni fa per lavorare alla Volkswagen hanno messo su famiglia, i loro figli e nipoti sono nati in Germania, e ormai non vogliono più andarsene. Nel tempo a Wolfsburg si è formata un’ampia comunità italiana, oggi composta da circa 5mila persone: c’è addirittura un consolato italiano con 14 associazioni affiliate, tra cui il “Passione Vespa Club”, il “Circolo siciliano Luigi Pirandello” e il “Circolo sardo Grazia Deledda”.

Oltre ai posti di lavoro, in città anche le attività sociali e ricreative sono in qualche modo influenzate dalla fabbrica Volkswagen. Dal 2020 per esempio l’associazione Aquarela aiuta le donne che si trasferiscono a Wolfsburg ad ambientarsi e creare una nuova rete sociale. L’associazione fu fondata da Juliana Avila, che arrivò in città dal Brasile dieci anni fa, dopo che il marito aveva ottenuto un lavoro alla Volkswagen: «Qui si trasferiscono molte famiglie, ma le donne quando arrivano sono sole», dice.

Le volontarie di Aquarela aiutano le iscritte ad affrontare varie difficoltà della vita quotidiana in un paese sconosciuto, come andare dal medico o a un appuntamento in banca, ma anche imparare il tedesco e conoscere nuove persone. «Proviamo a fornire gli strumenti per tornare a essere indipendenti e lavorare», racconta Avila. Oggi l’associazione ha 180 iscritte di 15 nazionalità.

A poche centinaia di metri dalla fabbrica c’è la principale attrazione turistica della zona: l’Autostadt, un grande museo e area espositiva organizzata in diversi padiglioni dedicati ai vari marchi del gruppo Volkswagen tra cui Audi, Skoda, Seat e Porsche (sono una decina in totale). Ci sono varie aree interattive, dove per esempio si può simulare di guidare un’auto, delle zone per bambini e diversi ristoranti: tutto è pulito e spazioso, ma entrando nei padiglioni si ha la sensazione di essere in un concessionario, dato che le principali attrazioni sono proprio delle auto nuovissime, esposte con tanto di targhette informative.

Novembre 2024 (Paul Langrock/laif/Contrasto)

L’Autostadt è finanziato e interamente controllato da una sussidiaria della Volkswagen. Ci lavorano 900 persone, e ha anche un asilo interno per i figli dei e delle dipendenti. Tra gli addetti alla vendita dei biglietti d’ingresso c’è Monica Roccanova, una donna nata in Germania da genitori italiani arrivati a Wolfsburg per lavorare alla Volkswagen. Racconta che in città tutto sommato si sta bene, ma gli abitanti sono divisi in due gruppi con pochi punti di contatto: chi lavora nella fabbrica è agiato, mentre gli altri fanno molta più fatica. «Quando iniziano a guadagnare, molti si dimenticano da dove arrivano», dice, riferendosi a quello che lei percepisce come un clima di snobismo diventato più diffuso negli ultimi anni.

Come detto Wolfsburg ha meno di 130mila abitanti, e nell’impianto della Volkswagen lavorano circa 60mila persone. Il monopolio di fatto esercitato dalla fabbrica sull’economia locale pone diversi problemi per la città e i suoi abitanti.

Uno è legato all’inadeguatezza delle infrastrutture: ogni giorno decine di migliaia di lavoratori arrivano a Wolfsburg dalle località limitrofe, ma la città non è mai riuscita ad attrezzarsi per gestire un flusso così intenso di pendolari. «Il problema è che abbiamo più posti di lavoro che abitanti», dice Franco Garippo, che conosce bene la situazione: per 38 anni ha lavorato nel consiglio aziendale della Volkswagen, l’organo che si occupa di controllare che le condizioni contrattuali decise dai sindacati siano effettivamente rispettate all’interno di un’azienda. Aggiunge però che negli ultimi anni le cose stanno migliorando, grazie per esempio alla costruzione di nuove piste ciclabili e a progetti per l’allargamento di strade e autostrade.

Un altro evidente problema sta nel fatto che la stabilità economica di una grossa parte degli abitanti dipende da un solo datore di lavoro: «Quando la Volkswagen ha il raffreddore, la città ha la polmonite», dice Garippo. Da mesi la Volkswagen ha il “raffreddore”, e anche qualcosa di più. Lo scorso autunno per la prima volta l’azienda ha preso in considerazione l’ipotesi di dover chiudere alcuni stabilimenti, licenziare in massa i dipendenti e ridurre gli stipendi.

Wolfsburg, novembre 2023 (Daniel Pilar/laif/contrasto)

Le cause sono molteplici: da un lato l’azienda non ha saputo gestire i grossi cambiamenti del mercato dell’auto, come la transizione verso i motori elettrici e l’aggressiva concorrenza della Cina; dall’altro ha affrontato difficoltà comuni a tutta l’industria tedesca, fortemente penalizzata dalla crisi energetica del 2022.

Lo scorso dicembre ci sono stati estesi scioperi in varie sedi produttive, tra cui quella di Wolfsburg. Dopo circa tre settimane l’azienda e i sindacati hanno raggiunto un difficile accordo: sono state evitate almeno fino al 2030 le chiusure di stabilimenti e i licenziamenti di massa, ma l’azienda intende comunque eliminare 35mila posti di lavoro tramite uscite incentivate e prepensionamenti.

Secondo Garippo però la situazione attuale non è inedita, e anzi Wolfsburg ha già affrontato e superato varie crisi interne alla Volkswagen. «Già nel 1993 avevamo un esubero di 30mila operai», racconta. «Anche in quel caso si voleva arrivare ai licenziamenti, ma poi è stata trovata una soluzione» tramite la riduzione dell’orario di lavoro di tutti i dipendenti. «Le crisi nell’industria automobilistica, come in tutte le industrie, vanno considerate normali», dice, aggiungendo di essere «tranquillo» riguardo alla situazione attuale.