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  • Venerdì 28 febbraio 2025

Per chi è davvero buono il buon momento di Napoli

Sicuramente per chi lavora nel turismo e nella ristorazione, e forse per i conti pubblici; meno per chi in centro ci vive o vorrebbe viverci

di Francesco Gaeta

Una pizzeria in centro a Napoli, 7 dicembre 2024 (Gianni Cipriano/The New York Times/contrasto)
Una pizzeria in centro a Napoli, 7 dicembre 2024 (Gianni Cipriano/The New York Times/contrasto)

In via Vicaria Vecchia, nel centro storico di Napoli, una famiglia sta guardando il celebre murale di San Gennaro fatto da Jorit, uno degli street artist napoletani più famosi. A due passi da qui si gira una scena della serie tv A casa di papà, e questo complica la vita ai passanti ma non infastidisce il gruppo. Sono arrivati da Cremona, passeranno qui un weekend «per vedere qualche monumento, mangiare bene e guardare i napoletani, che sono dei veri attori». I napoletani «fanno parte dell’esperienza di Napoli», dice uno dei figli. Dice proprio così: «attori» e «esperienza».

È una scena che un po’ sintetizza quel che sta accadendo in città: un’economia in salute grazie al turismo in altissima crescita, a sua volta trainato da un immaginario irrobustito da serie tv, film e spot pubblicitari che hanno al centro la vita di Napoli e dei napoletani. Nel 2024 le produzioni in città sono state circa 200. Per dire solo delle serie tv: Piedone – Uno sbirro a Napoli; Il commissario Ricciardi 3; Mina Settembre 3; Mare fuori 5; Clan 2; Champagne – Peppino di Capri. Una narrazione che procede a stagioni e crea un “già visto” da ritrovare di persona nella “esperienza turistica”. Napoli, si legge perfino su alcuni comunicati stampa del comune, è diventato «un brand globale di successo».

Il Mattino, il principale giornale della città, ha coniato l’espressione «cambio di paradigma». In un editoriale del 16 febbraio il direttore Roberto Napoletano ha scritto che «lo stereotipo di una Napoli lazzarona», folkloristica, non esiste più e che la «realtà di oggi è fatta di una città-mondo di grande cultura che traina la rinascita economica del Mezzogiorno e attira capitali e turisti». Ma è una retorica ottimista che non tutti in città percepiscono come corrispondente alla realtà: perché questa «rinascita» ha dimensioni e caratteristiche che non sono uguali per tutti.

Turismo vero e nero
Secondo il comune di Napoli, gli arrivi in città nel 2024 sono stati 14,5 milioni. Se si prendono per buoni questi dati, che arrivano da una misurazione che il comune fa sul traffico telefonico, è come se la città, che fa all’incirca un milione di abitanti, ne accogliesse ogni mese almeno un’altra che arriva da fuori. I numeri sugli arrivi tuttavia non dicono molto. La ricchezza portata dal turismo si misura con le presenze, cioè le notti che un turista passa in un albergo (sono oltre 200 in città) o in un b&b. Più tempo trascorso in città significa più denaro speso nei ristoranti, nei musei, nelle botteghe di artigianato. L’assessore al Bilancio Pier Paolo Baretta ha parlato per il 2024 di «2,5 milioni di pernottamenti negli alberghi e 4 milioni nell’extra alberghiero», in aumento rispetto agli anni scorsi.

Nelle casse comunali questo si traduce in maggiori entrate. Arrivano dalla tassa d’imbarco, che è pagata da chi prende un aereo dall’aeroporto di Capodichino, e dalla tassa di soggiorno, che arriva dai visitatori che dormono in città e che a marzo aumenterà. In totale le due tasse valgono 35 milioni all’anno.

Nel settore turistico, il comune si trova però a contrastare un elevato tasso di sommerso. Come è successo altrove, anche qui i b&b si sono moltiplicati, spesso ignorando i requisiti che la legge prescrive, tra cui quello del numero minimo di metri quadrati in relazione ai posti letto offerti. Ad avere il CIN, il Codice identificativo nazionale che individua le strutture extralberghiere verificate, sono 8.400 strutture ma a pagare la tassa di soggiorno sono meno di 7mila. Molte strutture non sono quindi in regola, e il loro numero si espande o si contrae a seconda dei periodi: sul sito AirDNA, che monitora le piattaforme di affitti brevi, i b&b attivi risultano essere a febbraio circa 10mila, ma nei mesi di alta stagione arrivano a essere 14.000.

Un effetto indiretto di questa attività in nero è che sui rifiuti prodotti non si paga la giusta quota di TARI, la tassa sui rifiuti che privati e attività commerciali dovrebbero versare (per le attività commerciali è più alta). Anche questa scarsità di risorse complica la raccolta dell’immondizia, e nel centro storico i contenitori per la differenziata sono ancora strapieni. Tra qualche settimana dovrebbe partire un piano di raccolta porta a porta e dovrebbero aumentare i giorni di ritiro per i rifiuti prodotti dai ristoranti.

Purché se magna
Il buon momento del turismo è certamente un ottimo momento per chi vive di ristorazione, un settore che a Napoli ha recuperato bene dalla pandemia, visto che già nel 2022 i ricavi di questo tipo di attività erano aumentati del 5,7% rispetto al 2019. Il centro storico, che misura circa 17 chilometri quadrati ed è uno dei più grandi d’Europa, si è riempito sempre più di ristoranti, pizzerie e “spritzerie”, al punto che il comune ha interdetto fino al 2026 l’apertura di nuovi locali.

Turisti in via San Gregorio Armeno, Napoli, 7 dicembre 2024

Turisti in via San Gregorio Armeno, Napoli, 7 dicembre 2024 (Gianni Cipriano/The New York Times/contrasto)

«In queste strade a Natale si cammina a senso unico, per via della folla», racconta Raffaele Cercola, che all’università Vanvitelli, uno dei quattro atenei della città, ha insegnato Marketing del territorio ed è stato presidente della Mostra d’Oltremare, l’ente fieristico di Napoli. Il quadrilatero che comprende i rioni Forcella e Sanità, le vie dei presepi e dei murales di Totò e Maradona, la chiesa di Santa Chiara e la cappella Sansevero, «è diventato una Disneyland del folklore e del cibo. Si vende una napoletanità gastronomica che soddisfa un turismo facile, quello che cerca solo pizza, pasta e patate e sfogliatelle».

Anche per questo affollamento di locali e b&b, non è invece un buon momento per chi in centro storico vorrebbe acquistare casa o continuare ad averne una in affitto. Secondo dati del comune, la quota di immobili in affitto sfiora il 40 per cento, quasi il doppio rispetto alla media italiana. Vista la convenienza degli affitti brevi, lo stock di case da affittare è però fortemente diminuito e in parallelo, in cinque anni, il costo degli affitti di lungo periodo è aumentato del 38 per cento. Come avviene in altre città, per esempio a Barcellona, l’aumento dei turisti determina altri effetti a cascata: da alcune zone centrali vanno via le botteghe artigiane e il piccolo commercio, ma anche gli studenti universitari.

Fino a qualche tempo fa chi studiava ingegneria nella nuova sede di San Giovanni a Teduccio, nella zona est, preferiva abitare al centro per vivere la città anche di sera, oggi invece è spesso costretto a prendere casa vicino a dove studia, cioè nella periferia orientale o nella zona della stazione Garibaldi.

«Te ne accorgi dagli studenti sui mezzi pubblici che oggi sono molti di meno», racconta un professore che insegna all’Università Federico II nel polo di San Giovanni a Teduccio e ci arriva in metropolitana dal centro.

È il fenomeno della gentrificazione, che a Napoli ha una sua peculiarità legata alle caratteristiche della città. Lo scrittore Maurizio De Giovanni, autore dei romanzi e della serie tv I bastardi di Pizzofalcone, sintetizza la cosa in questo modo: «Questa è una città diversa, perché ha la periferia al centro. Nei vicoli dei rioni centrali – Pallonetto, Santa Lucia, Quartieri Spagnoli, Forcella, Sanità – popolino e alta borghesia si sono mescolati per secoli in palazzi fatti a strati, dal piano strada dei bassi a quelli alti degli attici. Questa complessità sociale e urbanistica è la sua identità più profonda. Ma oggi sta cambiando: è in atto una “deportazione” di massa dei ceti più fragili. Il centro si svuota, la ricchezza dei suoi strati si perde, la storia si diluisce. Il turismo fa bene, ma va governato».

Governare il turismo
Per ridurre o governare meglio la pressione dei flussi turistici su alcune zone, il comune si è affidato a SL&A Turismo e Territorio, una società specializzata che in passato si è occupata del turismo in Veneto. «L’obiettivo è ridurre i picchi di visitatori nei periodi di punta ed estendere l’area visitata», spiega Stefano Landi, amministratore delegato della società. Significa promuovere Napoli anche in bassa stagione su alcuni mercati internazionali. E preparare tour che portino le persone a vedere angoli più nascosti, «attraverso itinerari a tema che raccontino i quartieri meno centrali, lontani dall’immaginario più facile e consueto».

In città il settore alberghiero sta provando a intercettare una clientela più ricca di quella attuale, che stando alle ricerche qualitative è molto giovane. Napoli non ha molti alberghi di lusso, ma stanno per arrivare alcuni grandi gruppi del settore e nei prossimi due anni apriranno quattro hotel con i marchi Marriott, Hilton, Rocco Forte e Radisson. Saranno strutture con poche decine di posti e tariffe molto elevate. Adeguare l’offerta di servizi significa anche potere reperire personale qualificato, in una città che ha una percentuale di disoccupazione del 29 per cento. «Gli alberghi e i ristoranti che aprono in città fanno i conti con una mancanza di personale che è in media del 10 per cento», spiega Gianna Mazzarella, che guida la sezione turismo dell’Associazione Industriali di Napoli. Mancano le figure di fascia alta come i maître ma anche i camerieri di sala.

E la camorra?
Una delle cose che a Napoli si sente dire a riprova di questo «cambio di paradigma» è che in certe zone un tempo ritenute pericolose e quasi inaccessibili, oggi si può passeggiare tranquilli anche di notte. Non è chiaro, però, quali siano le cause e i significati di questo, considerando che la camorra in quelle zone continua ad avere il controllo del territorio. Non è evidente cioè se la criminalità organizzata abbia deciso di non interferire con il fenomeno turistico o ne stia traendo profitto. Una magistrata della procura distrettuale antimafia, che preferisce restare anonima, dice che non si hanno prove di «una gestione sistematica e strutturata dei nuovi alloggi adibiti ad affitto breve da parte dei clan».

Di sicuro la microcriminalità è in calo rispetto a qualche anno fa e questo può essere dovuto all’azione delle forze di polizia ma anche alla scelta dei clan di «non attirare l’attenzione e arrecare disturbo all’attività principale, che resta il traffico di stupefacenti», aggiunge la magistrata. Nel 2023 gli scippi e i borseggi a Napoli sono stati meno frequenti che a Firenze e a Milano. Sono aumentati però gli episodi di violenza e gli omicidi da parte di persone adolescenti. L’Istituto penale per i minorenni di Nisida, che ha sede nella periferia occidentale della città, ha avuto nelle scorse settimane il numero massimo di presenze negli ultimi anni.

Un’occasione per i conti pubblici
Per sostenere questa crescita molto vitale e renderla meno anarchica, bisognerebbe risanare i conti pubblici, che sono da decenni in dissesto. La giunta comunale che è in carica dal novembre 2021 ed è presieduta da Gaetano Manfredi si è trovata a dover gestire un debito che al momento dell’insediamento sfiorava i 6 miliardi. È un problema che è frutto di un insieme di fattori, tra cui un’elevata evasione fiscale, una gestione poco efficiente di alcune società di servizi partecipate dal comune e un patrimonio pubblico che ha pochi ricavi e molti costi di gestione.

Secondo Luca Bianchi, direttore della Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno che studia da molti anni le economie delle regioni meridionali, «rimettere ordine nei conti è la premessa per governare la fase di effervescenza che in città si percepisce e questo è il momento per farlo». Lo strumento principale sono i soldi del cosiddetto “Patto per Napoli”, firmato nel 2022 con il governo nazionale. Prevede un prestito da 1,3 miliardi per ripianare il debito entro il 2042. In cambio il comune deve rispettare alcune scadenze su alcuni temi fondamentali, innanzitutto la riscossione delle multe non pagate e delle tasse evase, che nel 2021 ammontavano rispettivamente a 880 milioni e a oltre 2 miliardi.

Il comune si è affidato a una società, Obiettivo Valore, che deve gestire il recupero dell’evasione ed è presieduta proprio da Bianchi. I dati forniti dal comune dicono che il risanamento sta producendo i primi frutti visto che il debito è sceso di un miliardo in tre anni. «Non è solo un tema di contabilità», conclude Bianchi. «La vera svolta sarebbe ricostruire un rapporto di fiducia durevole nel tempo con chi deve pagare». Per diventare una vera «città-mondo», come la definisce il Mattino, occorre che nei prossimi anni la città scongiuri definitivamente il rischio di default finanziario, che si è sfiorato più volte negli anni scorsi.

Vecchie fabbriche e nuovi saperi
Un ruolo importante in questa fase a Napoli ce l’ha l’Università Federico II, perché ha di fatto fornito l’attuale classe dirigente: arrivano da lì il sindaco, che ne è stato rettore, e alcuni assessori che nella giunta hanno ruoli importanti (Urbanistica, Infrastrutture, Istruzione, Famiglia). L’ateneo ha uno dei tassi più elevati in Italia di spin off, cioè nuove imprese che nascono da ricerche universitarie, ma è un dato da prendere con cautela dato che molte di queste poi chiudono dopo poco tempo. C’è però un altro indicatore interessante. Negli ultimi anni sono state avviate 15 scuole di alta formazione gestite dall’università e finanziate da multinazionali dell’informatica, della consulenza, della telefonia e dell’aerospazio (tra le altre Leonardo, Cisco, Deloitte, Accenture, Tim), che hanno l’obiettivo di assicurarsi i migliori neolaureati.

La prima scuola di questo genere, chiamate “Academy”, a Napoli è stata di Apple, avviata nel 2016, ed è l’unica dell’azienda in Europa. Si trova nella periferia orientale della città, che un tempo era un’area industriale con imprese come Cirio e Manifattura Tabacchi, ma anche fonderie, officine meccaniche, raffinerie, imprese di costruzioni. Di tutto questo restano stabilimenti vuoti e in rovina, di cui si vedono alcune tracce dalle ampie vetrate di questa “scuola di alta formazione” affollata di studenti che parlano in inglese. Spiega Giorgio Ventre, che insegna alla facoltà di Ingegneria ed è il direttore scientifico della scuola: «Ammettiamo 300 studenti all’anno e quasi la metà arriva dall’estero». I corsi durano nove mesi, e da poco è stato avviato un secondo anno. L’obiettivo di chi frequenta è «creare delle app per risolvere problemi: il 10 per cento degli allievi diventa sviluppatore».

Secondo Ventre «il turismo che ha preso piede negli ultimi anni in città è un ammortizzatore sociale, perché offre lavoro, ma è un lavoro spesso mal pagato e stagionale». Per avere una crescita stabile, Napoli deve continuare ad avere una sua industria. «Il settore dell’Information Technology è la nostra manifattura di oggi, sta creando un tessuto economico di piccole e grandi imprese del settore che sembra promettere bene». Con le sue manifatture digitali avanzate e le antiche fabbriche dismesse, San Giovanni a Teduccio rappresenta per certi versi una sintesi della Napoli di oggi, dei suoi entusiasmi un po’ disordinati, delle sue molte contraddizioni e di alcuni problemi di lungo corso. Nelle sue scuole di alta formazione il rione ospita studenti da tutto il mondo, eppure ha il più alto tasso di abbandono scolastico della città, che è anche tra i più alti d’Europa.