Per l’Italia aumentare la spesa militare resta molto difficile
Il governo ha accolto con entusiasmo la modifica alle regole europee annunciata da Ursula von der Leyen, ma da sola non basterà

Il 14 febbraio scorso la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha annunciato che intende introdurre la clausola di salvaguardia per gli investimenti nel settore della difesa. È una decisione molto importante che, quando diventerà effettiva, consentirà agli Stati dell’Unione Europea di aumentare anche in maniera considerevole le proprie spese militari per fare fronte alle nuove crisi internazionali, senza che questo influisca direttamente sul rispetto dei parametri fiscali ed economici previsti dal Patto di stabilità e crescita, a cui tutti i 27 paesi dell’Unione devono attenersi.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro della Difesa Guido Crosetto hanno accolto con entusiasmo l’annuncio, rivendicando di aver chiesto da tempo questa riforma e di ritenerla necessaria per rafforzare il comparto militare europeo e favorire la nascita di un sistema di difesa comune. L’Italia però è uno dei paesi occidentali che spendono meno nella difesa, e non è detto che questa novità le permetterà davvero di aumentare gli investimenti militari. Anzi: da un certo punto di vista l’annuncio di von der Leyen mette il governo di Meloni di fronte a un problema ancora più complesso.
Il Patto di stabilità – la cui nuova versione è in vigore da poco meno di un anno – serve ad assicurare che gli Stati dell’Unione siano economicamente solidi. Per farlo devono attenersi soprattutto a due regole: il deficit, cioè l’eccesso di spesa annuo rispetto alle entrate, non deve superare il 3 per cento del prodotto interno lordo (o PIL, il dato che indica la grandezza dell’economia di un paese); il debito pubblico invece, cioè l’accumulo dei disavanzi annuali, non deve superare il 60 per cento del PIL. I paesi che non le rispettano devono concordare con la Commissione dei piani pluriennali di riforme per tornare nei limiti. Quello che ha annunciato von der Leyen in sostanza, se tutto sarà confermato, è che l’aumento di spesa per la difesa non finirà in questo calcolo e concorrerà a formare una specie di bilancio a parte.
Questa modifica alle regole europee dovrebbe appunto permettere ai paesi dell’Unione di aumentare considerevolmente la propria spesa militare: un obiettivo annunciato dalla stessa von der Leyen che si è reso necessario per le pressioni di Donald Trump, che dopo il suo ritorno alla presidenza degli Stati Uniti lo ha chiesto in modo molto perentorio ai paesi europei della NATO, l’alleanza militare creata nel Secondo dopoguerra di cui fanno parte gli Stati Uniti e la stragrande maggioranza dei paesi europei.
Anche con la clausola di salvaguardia, però, qualsiasi spesa maggiore continuerebbe in ogni caso a pesare sul bilancio statale, rischiando di aggravare quindi deficit e debito pubblico, e l’Italia non può permetterselo: il governo deve infatti gestire un bilancio piuttosto disastrato e ha la necessità di contenere in ogni caso il deficit e il debito, a prescindere dal Patto di stabilità, per rassicurare gli investitori finanziari.
D’altra parte almeno per ora von der Leyen non ha accennato al fatto che questi maggiori fondi per la difesa degli Stati dell’Unione possano essere finanziati con l’emissione di debito comune per gli investimenti militari, i cosiddetti “eurobond per la difesa”: in questo modo i 27 Stati dell’Unione emetterebbero titoli sui mercati per finanziare le spese militari. È ciò che venne fatto per esempio durante la pandemia e fu decisivo soprattutto per l’Italia, perché il debito comune si concretizzò nel progetto Next Generation EU, cioè i fondi europei con cui è stato finanziato il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR).
È una possibilità invocata tra gli altri negli scorsi giorni dall’ex commissario europeo Paolo Gentiloni, ma non sembra realizzabile. La gran parte degli Stati del Nord Europa, e su tutti la Germania da cui proviene la stessa von der Leyen, sono contrari a nuove emissioni di debito comune. La clausola di salvaguardia annunciata da von der Leyen resta per ora l’unico compromesso possibile. Per accedervi, gli Stati dovranno volontariamente fare una richiesta formale e ricevere dalla Commissione e dal Consiglio europeo un parere favorevole nel giro di quattro mesi.
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La situazione dell’Italia è più complicata di molte altre principalmente per due motivi. Prima di tutto perché è uno dei paesi che già ora dovrebbero aumentare la propria spesa nella difesa. Al momento i 27 stati membri spendono in media per la difesa tra l’1,9 e il 2 per cento del PIL (a seconda dei parametri utilizzati per calcolarla, alcune voci rientrano oppure no nel computo delle spese militari): il 2 per cento è stato dal 2014 l’obiettivo minimo raccomandato dalla NATO.
L’Italia, che quell’obiettivo non l’ha mai raggiunto, per il 2025 ha destinato alla difesa l’1,57 per cento del PIL: dei 31 paesi che aderiscono all’alleanza, oltre all’Italia, sono attualmente sotto al 2 per cento solo Spagna, Belgio, Croazia, Lussemburgo, Portogallo, Slovenia e Canada. Anche l’andamento degli ultimi anni è poco rassicurante in questo senso. Dall’inizio della guerra in Ucraina alla fine del 2024, la spesa per la difesa dei 27 paesi dell’Unione è cresciuta nel complesso da 200 a 320 miliardi di euro: un aumento del 60 per cento. L’Italia, nello stesso periodo, è passata dai 28 miliardi di euro spesi nel 2021 ai 34,4 spesi nel 2024: un aumento del 23 per cento.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni in visita da Donald Trump, il 5 gennaio 2025 (Filippo Attili/LaPresse)
Ora l’obiettivo diventerà ancora più impegnativo. Donald Trump ha detto in modo molto netto che gli Stati Uniti non sono più disposti a sobbarcarsi gran parte del peso della spesa della NATO (su un bilancio totale di 1.474 miliardi di dollari, nel 2024 gli Stati Uniti ne hanno spesi 968), pretendendo dunque che gli Stati europei contribuiscano in modo più significativo. Trump e altri membri della sua amministrazione hanno indicato addirittura come soglia minima il 5 per cento del PIL (gli stessi Stati Uniti investono nella difesa il 3,5 per cento del PIL). Più realisticamente, von der Leyen ha detto che il proposito è quello di portare la spesa militare «da appena sotto il 2 per cento a più del 3 per cento», riconoscendo che questo «significherà centinaia di miliardi di investimenti in più ogni anno» per l’Unione Europea.
Per l’Italia, nello specifico, arrivare al 3 per cento imporrebbe maggiori investimenti per circa 35 miliardi di euro all’anno rispetto a quelli stanziati nel 2025: è una cifra proibitiva, se si pensa che l’intera manovra finanziaria, cioè il totale delle risorse stanziate dal governo per il 2025, è di circa 30 miliardi.
Ci si dovrebbe arrivare gradualmente nel corso dei prossimi anni, ma sarebbe in ogni caso un’operazione finanziaria molto complessa. È impensabile che gli oltre 30 miliardi in più vengano trovati aumentando le entrate (cioè, banalmente, le tasse) o riducendo la spesa in modo drastico. È invece più probabile che questi investimenti vengano, almeno in buona parte, finanziati in deficit: ma in questo modo si rischierebbe di compromettere un bilancio dello Stato già in condizioni difficili, con il rischio di dare un segnale poco rassicurante ai mercati: si disincentiverebbero così gli investimenti di imprenditori e operatori finanziari stranieri in Italia.
Da questo punto di vista, dunque, l’attivazione della clausola di salvaguardia potrebbe anzi essere un fattore che penalizza l’Italia rispetto ad altri paesi europei, perché evidentemente gli Stati che potranno stanziare maggiori spese per gli investimenti pubblici nella difesa sono quelli coi conti più in ordine e dunque un maggiore spazio fiscale. I paesi meno indebitati, insomma, potranno spendere con maggiore disinvoltura. L’Italia ha invece il debito più consistente tra i paesi europei (a parte la Grecia) e il secondo tra i paesi del G7 (dopo il Giappone): all’inizio del 2025 ha superato i 3mila miliardi di euro, pari al 136 per cento del PIL.
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