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  • Lunedì 17 febbraio 2025

A Palermo dopo il crack arriverà qualcos’altro

Perché il dibattito pubblico si è concentrato molto sull'abuso di sostanze in sé e sulla sicurezza, e meno sul contesto sociale che produce le dipendenze

di Isaia Invernizzi

Una manifestazione contro il crack organizzata nel 2023 a Palermo
Una manifestazione contro il crack organizzata nel 2023 a Palermo (Victoria Herranz/ZUMA Press Wire)

Ballarò non è l’unico quartiere di Palermo dove si spaccia droga illegale. Se ne trova a qualsiasi ora allo Zen, a Brancaccio, allo Sperone, a Borgo Vecchio. Ma Ballarò è diverso da tutti gli altri. Qui il crack e la cocaina si vendono a pochi passi dal centro, da via Maqueda, dai Quattro Canti e dalla cattedrale. Si spaccia in strada, in casa, tra le urla dello storico mercato frequentato ogni giorno da migliaia di turisti.

Fino a qualche anno fa incontrare una persona in difficoltà a causa dell’abuso di sostanze era considerata un’anomalia, un caso eccezionale, non certo il segno di un’allerta diffusa. Ora di sera non è raro imbattersi in persone giovani, spesso giovanissime, italiane e straniere, che hanno perso la lucidità o sono in preda a una rabbia incontrollabile: i segni dell’allerta sono aumentati e soprattutto sono evidenti, visibili a chiunque.

«Emergenza crack» è uno dei titoli più usati dai giornali per denunciare quella che viene raccontata come un’epidemia, arrivata a Palermo all’improvviso. Negli anni si è discusso delle implicazioni sulla sicurezza che questa emergenza porta con sé, di quanto possa essere pericoloso addentrarsi nei vicoli di Ballarò e di come questo condizioni l’accoglienza dei turisti, mentre i problemi sociali sono rimasti sottotraccia.

(Isaia Invernizzi/il Post)

Come è accaduto in molte altre città italiane, il dibattito pubblico e politico ha riservato grandi attenzioni alla risposta trovata dalle persone – il crack, appunto – e molte meno al contesto sociale che ha portato queste persone a cercare quel tipo di risposta.

Solo negli ultimi mesi, a emergenza ormai conclamata, l’assistenza sanitaria e psicologica è stata rinforzata dopo anni di smantellamento dei servizi, e per i genitori di ragazzi e ragazze è ancora molto difficile accettare che la loro frustrazione sia affrontata con lentezza e incertezza. Tutto questo ha complicato il dialogo tra chi si aspetta assistenza e chi deve garantirla.

Ma le tensioni hanno compromesso soprattutto la comprensione di un fenomeno, la dipendenza, che non scomparirà quando il crack sarà superato da un’altra sostanza o se ne andrà da Palermo, se mai se ne andrà. «Se noi guardiamo solo il crack e prendiamo di mira solo il crack, pensiamo che quello sia l’unico problema», riflette Laura Pavia, psicoterapeuta della Fondazione Don Calabria e coordinatrice di Fuori dal Giro, il progetto di prevenzione e riduzione del danno avviato un anno e mezzo fa a Ballarò, a Borgo Vecchio, allo Zen e allo Sperone. «Così facendo continuiamo a fermarci all’oggetto dei nostri bisogni e non capiamo che dietro l’oggetto c’è una grande fatica. Soprattutto i più giovani faticano nella crescita e a stare in società: a questo dovremmo pensare».

A Palermo si sentì parlare per la prima volta di “emergenza crack” circa una decina di anni fa. Da allora in poco tempo questa sostanza ha invaso il mercato illegale grazie allo spaccio gestito dalle famiglie mafiose. È con i proventi del traffico di droga, un tempo disdegnati, che la mafia è riuscita a sopravvivere agli arresti degli ultimi vent’anni.

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Rispetto alla cocaina, poi, il crack costa molto meno e non si sniffa, si fuma. Viene prodotto scaldando la cocaina in acqua insieme a bicarbonato di sodio: i cristalli ottenuti vengono riscaldati in una pipa o in una bottiglia di plastica da cui inalare il vapore. Il fumo aiuta la sostanza a raggiungere più velocemente il cervello e a creare dipendenza.

L’incontro con la sostanza, dice Giampaolo Spinnato, responsabile dell’unità dipendenze patologiche dell’azienda sanitaria di Palermo, è quasi sempre casuale. Come avviene con altre droghe, le persone trovano presto nel crack qualcosa che le aiuta a contenere emozioni, a far fronte al disagio, a gestire le performance sociali e il modo di stare con sé stesse. Gli effetti iniziali vengono assimilati come positivi in momenti delicati della vita, e solo quando il consumo diventa totalizzante – spesso quando è ormai troppo tardi – emergono gli effetti negativi.

A Palermo l’unità dipendenze patologiche segue circa 4.300 pazienti, di cui 3.700 nei servizi ambulatoriali e altri 600 in carcere. Si stima che ci siano almeno altrettante persone dipendenti non conosciute ai servizi di assistenza. Nel 2023 sono stati segnalati 900 nuovi pazienti, nel 2024 sono stati un migliaio, di cui 600 nella seconda metà dell’anno.

Gli operatori che assistono chi ha una dipendenza dicono che nelle prime fasi il crack è molto più subdolo rispetto ad altre sostanze, perché dà la sensazione di poterlo gestire facilmente. All’inizio il consumo avviene attraverso “abbuffate” di due o tre giorni, come può accadere con l’abuso di alcol, a cui seguono quattro o cinque giorni di calma apparente. A differenza della cocaina, tuttavia, a stretto giro dopo le prime assunzioni il corpo torna a volere assumere crack in un processo molto veloce che porta alla dipendenza.

Senza un farmaco che può compensare gli effetti psicotropi, come il metadone fa con gli oppiacei, per chi si occupa di riduzione del danno è complicato affrontare una dipendenza così rapida e rovinosa. Possono servire mesi tra un primo contatto e una chiara richiesta di aiuto, prova di un’inequivocabile volontà, indispensabile per avviare un percorso terapeutico. La fiducia si costruisce solo con il tempo e con il crack ce n’è poco perché il passaggio verso la cosiddetta marginalità è più veloce.

È proprio sul concetto di volontà che si misura lo scarto tra l’impostazione dei servizi e le richieste delle famiglie delle persone dipendenti. Nino Rocca, amministratore di sostegno e promotore di un gruppo di mutuo aiuto formato da una quindicina di genitori, spiega che le famiglie si sentono trascurate, in balìa delle conseguenze sociali del crack.

I genitori sono i primi a cui le persone con una dipendenza si rivolgono per avere soldi quando non ne hanno più. Sono frequenti i casi di furti, ricatti, violenze. «I figli finiscono per essere dominati dal crack: com’è possibile appellarsi a una volontà che non esiste?», chiede Rocca. «L’unico modo che si è trovato è denunciarli per estorsione o per aggressione, cosa che molti genitori hanno fatto per toglierli “dalla strada” e sperare di farli rinsavire in qualche modo. Per come sono messi, l’alternativa è farli morire».

Le linee guida seguite in tutta Italia non prevedono un trattamento sanitario obbligatorio (TSO) per curare le persone dipendenti, come chiedono le famiglie. Gli interventi temporanei contro la volontà delle persone infatti possono aiutare a trattare problemi di salute mentale, come gli episodi di psicosi, mentre per le dipendenze servirebbero tempi decisamente più lunghi, incompatibili con un TSO. Per questo le famiglie sostengono di non essere ascoltate e arrivano a denunciare i figli, invocando in questo modo la restrizione delle loro libertà. Il carcere rappresenta una sorta di sollievo, anche se non è il luogo adatto a gestire una dipendenza, anzi spesso può peggiorare la situazione.

Il confronto tra i genitori e gli psicoterapeuti soffre questa distanza di approccio. «Chiaramente le famiglie provano un dolore che è atroce. Non è una cosa comprensibile se non lo si prova», ammette Laura Pavia. «Però serve anche lucidità nel chiedere aiuto e nel mettersi in discussione come genitori».

Pavia fa riferimento al complesso equilibrio tra la gestione della fatica emotiva, soprattutto tra gli adolescenti, e la ricerca immediata di qualcosa per liberarsene. «Noi adulti non siamo disposti a tollerare che i nostri figli abbiano dei momenti di fatica, e questo si riflette su di loro, che cercano subito un “oggetto” per superare quella fatica: una medicina, lo smartphone o il cibo. Il rischio di passare da una sostanza legale a una illegale è alto. Noi che ci prendiamo cura delle persone non dobbiamo prendere di mira l’oggetto, ma il processo che ha portato a trovare quella risposta, che coinvolge anche le famiglie».

Tutti – genitori e psicoterapeuti – però concordano: servirebbero molti più servizi dedicati alle dipendenze e alla riduzione del danno, i cosiddetti servizi a media e bassa soglia. Classici esempi di riduzione del danno sono la distribuzione di siringhe nuove e di farmaci per prevenire le conseguenze del consumo, oltre all’assistenza psicologica. In generale la riduzione del danno si basa sull’assunto che è complicato impedire del tutto l’uso pericoloso di droghe e che l’importante è prevenire gli effetti peggiori connessi.

Fino a circa 20 anni fa a Palermo, come in molte altre città italiane, venivano finanziati molti più sportelli gestiti dal terzo settore che affiancavano i SerD, i Servizi per le dipendenze patologiche, all’epoca chiamati SerT, servizi per le tossicodipendenze. Solo dal gennaio del 2024 a Palermo è stato aperto un centro di prima accoglienza a bassa soglia con 12 posti letto, un punto di riferimento per chi è dipendente dal crack. C’è chi si presenta perché ha bisogno di un breve periodo di decompressione, chi è più consapevole di essere arrivato a un limite.

(Isaia Invernizzi/il Post)

Il centro punta a raggiungere persone che normalmente sfuggono agli ambulatori e non si rivolgono a comunità terapeutiche. È lì che inizia il percorso verso una maggiore consapevolezza del bisogno di aiuto, in definitiva verso una volontà vera e propria di farsi aiutare.

Le manifestazioni organizzate negli ultimi anni da associazioni e abitanti di Ballarò per chiedere una soluzione alla diffusione del crack hanno contribuito ad attirare l’attenzione della politica. Lo scorso settembre la Regione Siciliana ha approvato un disegno di legge chiamato “anti-crack” con cui ha stanziato 11,2 milioni di euro per finanziare unità mobili di assistenza con personale medico, infermieristico, psicologico e sociale. Verrà fatta una ricognizione tra gli immobili pubblici sfitti per realizzare centri di prevenzione, trattamento e cura delle dipendenze patologiche. La norma è stata accolta con soddisfazione dalle associazioni civiche, anche se per far partire i progetti vanno approvati i decreti attuativi. Servirà ancora molto tempo per vedere effetti concreti, oltre le intenzioni e gli slogan.

Il timore di Nino Rocca è che il nuovo piano non sia sufficiente perché manca un coordinamento tra genitori, servizi per le dipendenze, volontari, associazioni, forze dell’ordine e tribunale. E che perciò si accumulerà un grave ritardo facendo perdere di vista cosa accade in strada, dove è stata già segnalata la presenza del fentanyl, un oppioide sintetico considerato cento volte più potente della morfina. «Siamo molto preoccupati», dice Rocca. «Dopo il crack rischiamo di entrare in un ciclo continuo di emergenze da cui non si può uscire».

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