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  • Martedì 21 gennaio 2025

Parlarne tra maschi, nel “Giardino dei Finzi-Contini”

Francesco Piccolo riflette su una conversazione tra il protagonista del romanzo di Giorgio Bassani e suo padre, in un libro sui personaggi maschili della letteratura italiana

Dominique Sanda e Lino Capolicchio in una foto di scena del film "Il giardino dei Finzi-Contini"
Dominique Sanda e Lino Capolicchio in una foto di scena del film Il giardino dei Finzi Contini di Vittorio De Sica (ANSA)

È uscito oggi nelle librerie un nuovo libro dello scrittore Francesco Piccolo. Si intitola Son qui: m’ammazzi. I personaggi maschili nella letteratura italiana ed è un saggio di riflessioni sui personaggi maschili scritti da uomini della storia della letteratura italiana: un’analisi di alcuni esempi di maschilità proposti dai romanzi che hanno contribuito a formare l’immaginario comune di come sono fatti gli uomini, dal Decameron a Via Gemito di Domenico Starnone. Il titolo è una citazione di Lucia dei Promessi sposi.

Pubblichiamo una parte del libro dal capitolo dedicato a Il giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani. Il romanzo è ambientato negli anni Trenta a Ferrara; il protagonista è un ragazzo di origine ebraica innamorato di una ragazza anche lei di famiglia ebraica, Micòl Finzi-Contini, che però non ricambia i suoi sentimenti. Nell’estratto Piccolo prende in considerazione una scena che avviene dopo che il protagonista è stato rifiutato da Micòl e poi è andato in un bordello.

***

Il giovane, addolorato, entra in casa, cerca di attraversare il corridoio in silenzio, perché sa che suo padre di solito è sveglio e chiede: sei tu? E infatti nella stanza di suo padre c’è la luce accesa: da quando i giornali hanno cominciato a parlare delle leggi razziali, suo padre ha perso il sonno. Di notte sta sempre sveglio e si accorge sempre del ritorno di suo figlio, o forse si acquieta solo quando lo vede tornare. Quindi anche stanotte gli chiede: sei tu?

Tutte le volte lui risponde sì scappando, per evitare domande. Però stanotte è diverso, è come se capisse che stavolta lui e suo padre parleranno – o forse è proprio quello che desidera, stanotte – e non scappa.

Entra nella camera del padre, lo trova seduto sul letto: ma ti rendi conto che ore sono? E che avete fatto? Sei stato con quel tuo amico di Milano?, siete andati in osteria e poi?, che danni avete fatto?, siete andati con le donne?

E il figlio, che non ha mai parlato di queste cose con suo padre, stasera risponde, arreso e in cerca di aiuto: sì.
È la prima volta che parla con suo padre di cose tra maschi, e qui, alle tre di notte, parleranno di sesso, di amore; e parleranno di quello che sta succedendo nel mondo.

A un certo punto la madre (che dorme nella stanza accanto) si sveglia e urla, allucinata: ma è vero che è morto Hitler? il padre risponde: no, ma che dici, forse l’avrai sognato, dormi. Lei sente anche che i due stanno parlando e suggerisce: sono le tre, fallo andare a dormire ’sto ragazzo!

Il padre chiede in quale casino sono andati, e assume subito un’aria da medico per ricordargli che insomma le precauzioni vanno prese, perché sennò possono arrivare delle malattie come lo scolo; e poi gli dice anche una cosa improvvisamente intima: comunque se ti svegli la mattina e ti senti strano, vieni da me in bagno e ti fai vedere, perché io capisco se hai qualcosa o no. Quindi dalle prostitute passa a parlare di soldi: ma ti basta la paghetta che ti dà tua madre? Se hai bisogno di qualche altra cosa…

Insomma: il padre si sta avvicinando per cerchi concentrici a ciò di cui vuole parlare; e il figlio sta aspettando.
«Mio padre mi fissò a lungo negli occhi. Quindi a voce bassa, quasi sussurrando: “Scusa se mi permetto di parlarti di queste cose,” disse, “ma capirai… tanto io quanto tua madre ci siamo benissimo accorti, fin dall’anno scorso, che ti sei innamorato di… di Micòl Finzi-Contini. È vero, no?”»

Il sesso durante la visita al casino, il sesso adesso nel dialogo con il padre, non sono serviti ad altro che a costruire uno scalino da salire per avvicinarsi alla sostanza della verità. La virilità è lo scalino che padre e figlio salgono rapidamente per arrivare al piano della fragilità. Uno scalino che è necessario però: per riuscire a parlare di sentimenti, bisogna prima aver stabilito una complicità sull’argomento sessuale, perfino nella sua problematica medica. Ciò vuol dire che tra padre e figlio il sesso è un argomento più semplice dei sentimenti.

E infatti, con la strada aperta dalla confidenza e dalla disponibilità, il figlio senza esitare risponde che le cose vanno male, che peggio non potrebbero andare. Il padre si mostra dispiaciuto, poi affonda: «Lo so, sono grossi dispiaceri… Ma dopo tutto è molto meglio così».
La sorpresa del figlio non lo scoraggia: e cosa avresti voluto fare, fidanzarti?

E sì che avrebbe voluto fidanzarsi. Ma è proprio questa la prima questione che il padre vuole affrontare con lui: «“Vuoi che non ti capisca?” disse. “Anche a me la ragazza piace. Mi è sempre piaciuta: fin da quando era bambina… che veniva giù al Tempio, a prendere la berahà da suo padre. Graziosa, anzi bella (perfino troppo, magari!), intelligente, piena di spirito… Ma fi-dan-zar-si!”»

E a questo punto affronta due nodi del possibile (in realtà impossibile) fidanzamento: la necessità di avere una professione per sposarsi, e quindi ne approfitta anche per polemizzare con le scelte del figlio, l’idea di preferire «le belle lettere» alla medicina, la propria solidarietà nel non impedirglielo, le possibilità e l’incoraggiamento che decide di dargli – diventare un professore universitario, un critico, un romanziere, un poeta… Insomma, gli dice, avresti comunque dovuto aspettare, sarebbe stato troppo presto.

Ma il modo in cui suo padre gli parla ha a che fare con dei pensieri più profondi, più bui: «Parlava del mio futuro letterario – mi dicevo – come di un sogno bello e seducente, ma non traducibile in qualcosa di concreto, di reale. Ne parlava come se io e lui fossimo già morti, ed ora, da un punto fuori dello spazio e del tempo, discorressimo insieme della vita, di tutto ciò che nel corso delle nostre vite rispettive sarebbe potuto essere e non era stato. Si sarebbero messi d’accordo, Hitler e Stalin? – mi chiedevo anche. Perché no. Molto probabilmente Hitler e Stalin si sarebbero messi d’accordo».

Ecco cosa sta al fondo dello scetticismo, ma anche della comprensione del padre: il momento storico che stanno attraversando, di cui soltanto gli scettici come lui riusciranno a prevedere le conseguenze imminenti. E il figlio lo sa che lui sta parlando di quello; e quindi lo sa che i suoi tormenti d’amore sono intrecciati a ciò che sta succedendo nel mondo; e del resto, lo stesso rapporto con Micòl è il frutto della frequentazione assidua dovuta alla promulgazione delle leggi razziali. La storia d’amore è nata dalle circostanze storiche.

La seconda questione del fidanzamento fortunatamente mancato riguarda la differenza di classe: «È gente diversa… non sembrano neanche dei judìm… Eh, lo so: Micòl, lei, ti piaceva tanto forse per questo… perché era superiore a noi… socialmente. Ma da’ retta a me: meglio che sia andata a finire così. Dice il proverbio: “Moglie e buoi dei paesi tuoi”. E quella là, nonostante le apparenze, non era affatto dei paesi tuoi. Neanche un poco».

Tutto questo è quanto il figlio si aspettava, è quello che sapevamo avremmo letto. Il tentativo di consolare il figlio spiegandogli le ragioni reali e concrete per cui è stato meglio così. Almeno, fino a qui.

Poi però questa notte, alle tre, spinti dalla confidenza, dalla fiducia che padre e figlio si stanno dimostrando, fa in modo che arrivi qualcosa di più, qualcosa che colpisce il figlio, ma colpisce anche il lettore, perché lo spinge a pensare alla propria vita e non soltanto ai personaggi del romanzo di Bassani.

«“Ti passerà,” continuava, “ti passerà, e molto più presto di quanto tu non creda. Certo, mi dispiace: immagino quello che senti in questo momento. Però un pochino t’invidio, sai? Nella vita, se uno vuol capire, capire sul serio come stanno le cose di questo mondo, deve morire almeno una volta. E allora, dato che la legge è questa, meglio morire da giovani, quando uno ha ancora tanto tempo davanti a sé per tirarsi su e risuscitare… Capire da vecchi è brutto, molto più brutto. Come si fa? Non c’è più tempo per ricominciare da zero, e la nostra generazione ne ha prese talmente tante, di cantonate! Ad ogni modo, se Dio benedetto vuole, tu sei così giovane! Tra qualche mese, vedrai, non ti sembrerà neanche vero di essere passato in mezzo a tutto questo. Sarai magari perfino contento. Ti sentirai più ricco, non so… più maturo…”»

Il padre sta parlando del dolore d’amore, ma non sta parlando soltanto di quello. Sta dicendo al figlio che forse lui avrà il tempo di superare questo periodo buio della storia, grazie alla sua giovinezza; che se bisogna morire una volta, morire dentro, meglio avere il tempo di recuperare. Inoltre, sta confessando al figlio che invece lui, suo padre, tutto questo non ce la farà a superarlo. Si confondono intenzionalmente il cammino per diventare adulti e quello per superare il momento storico.

Il figlio ha questa consapevolezza totale, adesso. Ormai si è rassegnato probabilmente o comunque riesce a sopportare il dolore con una certa maturità; forse è entrata anche in lui, come in questa scena il padre gli suggerisce, l’idea che il futuro è molto difficile da immaginare e molto in bilico per gente come loro, cioè per ebrei sotto le leggi razziali, con Hitler e Mussolini, e quello che sta succedendo. E quindi la storia che poi entrerà ancora più prepotentemente nel romanzo, perché tutta la famiglia Finzi-Contini verrà sterminata, entra a far parte anche di questa presa di coscienza, con questa idea di maturità nei confronti del dolore d’amore.

Padre e figlio hanno smontato pezzo dopo pezzo la loro virilità silenziosa di tutte le altre notti, e sono arrivati a dirsi tutto. Ma adesso il padre, che si è spinto così tanto più in là, per le capacità di due maschi, ha bisogno di ricomporre le proporzioni.

«“Sono felice di essermi sfogato, di essermi tolto dallo stomaco questo magone… E adesso un’ultima raccomandazione. Posso?”
Annuii.
“Non andarci più a casa loro. Ricomincia a studiare, occupati di qualcosa, mettiti magari a dare delle lezioni private, che sento dire in giro che ce n’è tanta richiesta… E non andarci più. È più da uomo, fra l’altro”».

Ed ecco il commento silenzioso del figlio.
«Aveva ragione. Fra l’altro era più da uomo».
E davvero in quel momento decide di non andare più dai Finzi-Contini.

«“E adesso va’ a dormire”, soggiunse, “che ne hai bisogno. Anche io cercherò di chiudere un momentino gli occhi”.
Mi levai, mi chinai su di lui per baciarlo, ma il bacio che ci scambiammo si trasformò in un abbraccio lungo, silenzioso, tenerissimo».

Quella spinta a comportarsi più da uomo, in questo momento, è perfino l’unico conforto, la strada più breve per respingere, o meglio ignorare il dolore.

© 2025 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino

La copertina del libro di Francesco Piccolo "Son qui: m'ammazzi"