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  • Lunedì 16 dicembre 2024

Sono tre mesi e mezzo che c’è la fila fuori dal tribunale di Avignone

È il più grande della regione, ma non basta a contenere tutte le persone che vogliono seguire il processo di Gisèle Pelicot

di Ginevra Falciani

Gisèle Pelicot circondata dai giornalisti al tribunale di Avignone, il 25 novembre 2024 (EPA/YOAN VALAT/ANSA)
Gisèle Pelicot circondata dai giornalisti al tribunale di Avignone, il 25 novembre 2024 (EPA/YOAN VALAT/ANSA)

Sono le 6:45 del mattino. Il tribunale di Avignone apre tra un’ora e mezza, ma fuori ci sono già due persone: si chiamano Brigitte e Carole, e dall’inizio di settembre vengono qui quasi tutti i giorni. Sono due donne francesi in pensione, e come tanti altri vogliono assistere alle udienze del processo in cui 50 uomini sono accusati di aver stuprato Gisèle Pelicot. Pelicot è una donna che ha più o meno la loro età e che per anni è stata sedata inconsapevolmente da quello che oggi è il suo ex marito, Dominique Pelicot, e poi violentata da lui e da altre decine di sconosciuti mentre era incosciente. Un 51esimo uomo è accusato di aver violentato sua moglie e di averla fatta violentare da Dominique Pelicot con le stesse modalità.

Il tribunale, la cui costruzione è terminata nel 2001, si trova appena fuori dal centro storico di Avignone, sul viale a sei corsie che circonda le famose mura medievali della città. Mentre il sole sorge arrivano ad allungare la fila decine di persone: qualche uomo, ma soprattutto donne, di tutte le età ed estrazione sociale; insegnanti, casalinghe, impiegate, studenti, attiviste. La mattina dopo piove, ma la coda c’è lo stesso, come ogni giorno negli ultimi tre mesi e mezzo.

Il processo, che si concluderà con una sentenza attesa entro il 20 dicembre, è stato uno dei più seguiti degli ultimi anni in Francia e ha contribuito a riaprire una discussione sulla cosiddetta “cultura dello stupro”, sette anni dopo il movimento #MeToo.

Il tribunale, da fuori (Ginevra Falciani/il Post)

Grazie alla decisione di Gisèle Pelicot di avere un processo pubblico, in questi mesi migliaia di persone hanno assistito alle udienze: sono venute da Parigi (distante quasi tre ore di treno), Lione, Montpellier e altre città francesi, ma anche da altri paesi, come il Belgio o la Svizzera. La settimana scorsa è venuta anche una classe di liceali di Bordeaux, portata dalla loro professoressa di diritto.

Molte donne che sono venute ad assistere alle udienze nel corso di questi mesi hanno detto di aver sentito il bisogno di essere presenti per sostenere Gisèle Pelicot, che qui tutti chiamano semplicemente “Gisèle”. Per alcune è stato un modo per affrontare la loro esperienza di stupro e parlarne più apertamente. Questo è stato da subito uno degli obiettivi di Gisèle Pelicot, che nella sua prima testimonianza in tribunale ha detto che «non spetta a noi provare vergogna, ma a loro», riferendosi agli stupratori.

La coda fuori dal tribunale durante il processo di Gisèle Pelicot, Avignone, 25 novembre (Laurent Coust/Abaca/Ansa)

– Leggi anche: Perché il processo di Gisèle Pelicot è così seguito

Alle 8:15 le porte vengono aperte e tutti iniziano a entrare nella sala principale del tribunale, l’unico nel dipartimento di Vaucluse ad avere un’aula abbastanza grande da contenere tutti gli imputati, i loro rispettivi avvocati e i molti giornalisti che si sono accreditati: come nel pubblico, la maggior parte sono donne (Vaucluse è la regione dove si trova Mazan, la cittadina del sud del paese dove i Pelicot abitavano). È comunque un tribunale di provincia, con cinque aule e un solo grande spazio comune. Per questo motivo tutti – pubblico, imputati e giornalisti – finiscono per aspettare l’inizio dell’udienza insieme, sedendosi un po’ dove capita.

Per il pubblico è stata aperta una seconda aula con una sessantina di sedie, che non bastano mai, anche perché spesso le prime file vengono occupate dai giornalisti che sono rimasti fuori dalla sala principale. Durante le pause chi era dentro esce e lascia il posto a chi è rimasto fuori. Non sapendo quando arriverà una pausa, le persone restano in piedi per ore, accanto all’entrata dell’aula.

Alla fine dell’ultima udienza, l’ufficiale del tribunale che controlla la sala del pubblico tira un sospiro di sollievo: «Sono contenta di come abbiamo gestito la cosa, ma è stata una maratona», dice (l’ufficiale non ha voluto essere citata con nome e cognome).

La sala principale del tribunale durante una pausa (Ginevra Falciani/il Post)

Solo 18 imputati sono ancora in detenzione preventiva, mentre gli altri 32 sono in libertà (uno è scappato in Marocco prima di essere arrestato). Alcuni arrivano in tribunale nascondendo il volto con mascherine chirurgiche e cappellini, che si tolgono solo quando entrano in aula, dove non si possono fare foto. Aspettano l’inizio dell’udienza seduti in un’area parzialmente nascosta da una struttura di vetro. Altri si presentano a volto scoperto. Due di loro, prima di entrare in aula, si mettono a chiacchierare con tre giornaliste. Un’altra giornalista indica uno dei due e dice: «Lui è molto disinvolto, parla sempre con tutti».

Quando Gisèle Pelicot arriva, seguita dai suoi due avvocati, il pubblico la applaude. Lei si ferma a parlare qualche minuto con due donne che la ringraziano per il suo coraggio, poi entra in aula. In un angolo della sala, un imputato si unisce sarcasticamente agli applausi.

Dall’inizio del processo Gisèle Pelicot è stata presente a quasi tutte le udienze, si siede in un angolo e ascolta. Solo in due casi si è alzata e ha lasciato l’aula: la prima volta il 9 ottobre durante la testimonianza di uno degli imputati che negava di averla stuprata; la seconda e ultima volta il 10 dicembre, quando un’avvocata ha sostenuto che in uno dei video che documentavano le violenze si potesse vedere che lei era in realtà sveglia.

Gisèle Pelicot applaudita mentre arriva in tribunale, Avignone, 9 dicembre (AP Photo/Lewis Joly)

La stanza in cui si tiene l’udienza contiene un centinaio di persone: in questi giorni in cui si tengono le arringhe finali della difesa è quasi totalmente occupata dagli imputati e dai loro avvocati, che sono una trentina. Ai giornalisti sono riservate le ultime tre file a destra: i ritardatari vengono fatti sedere nella quarta fila dal fondo, dove sono rimasti dei posti accanto ad alcuni imputati. Quelli in detenzione preventiva, fra cui anche Dominique Pelicot, stanno invece dentro a un box di vetro nella parte sinistra della stanza.

La maggior parte sono uomini bianchi di mezza età: il più giovane ha 27 anni, il più vecchio 74. Il 45 per cento ha precedenti penali e in 13 hanno detto di aver subito abusi sessuali durante l’infanzia, ma molti di loro prima del processo conducevano una vita comune: due terzi avevano un lavoro, il 60 per cento ha una compagna o una moglie, più del 70 per cento è padre.

Nonostante alcuni tratti ricorrenti, oltre a essere uomini, non c’è una caratteristica che li accomuni tutti. Per questo Antoine Camus, uno dei due avvocati di Gisèle Pelicot, ha chiuso il suo ultimo intervento dicendo che «il profilo dello stupratore non esiste».

L’aula del processo (REUTERS/Antony Paone)

Durante l’udienza, mentre uno dopo l’altro gli avvocati della difesa fanno le loro arringhe, alcuni imputati fissano le giornaliste. Anna Margueritat, una giornalista che è stata presente a quasi tutte le udienze, racconta che ormai è piuttosto normale, anche se nelle ultime settimane gli sguardi si sono fatti più insistenti.

Recentemente Margueritat ha notato che gli imputati si sono «come rilassati». Hanno stretto relazioni fra loro e «sanno che non sono messi bene» [salvo un caso, i pubblici ministeri hanno chiesto per loro condanne dai 10 ai 20 anni, ndr.]: questo «ha influenzato il loro comportamento, in una specie di rivalità ancora più forte fra loro e il resto del mondo».

Un disegno degli imputati della disegnatrice Julie Émile Fabre (Ginevra Falciani/il Post)

– Leggi anche: «Sono uno stupratore, come gli altri in quest’aula»

Alla prima pausa tutti escono dall’aula e ne approfittano per prendere un caffè alle macchinette, andare in bagno o fumarsi una sigaretta sulle scale del tribunale. Gisèle Pelicot e i suoi avvocati vanno invece in una parte separata del tribunale, dove si trovano gli uffici del personale. Un imputato e il suo avvocato si siedono a parlare dietro a uno dei paraventi blu presenti accanto all’entrata dell’aula. Un agente della sicurezza racconta che sono stati montati appositamente per questo processo, perché il tribunale non aveva abbastanza stanze.

Un imputato e il suo avvocato parlano durante una pausa (Ginevra Falciani/il Post)

Dato che in Francia per condannare qualcuno per stupro bisogna provarne l’intenzionalità, la strategia di molti avvocati della difesa è quella di dimostrare che i loro clienti non erano coscienti di star commettendo una violenza e che per questo dovrebbero essere assolti. Nelle loro arringhe Dominique Pelicot viene paragonato alla figura mitologica e mostruosa del Minotauro e ad Adolf Hitler per la sua capacità di persuasione. Nadia El Bouroumi, una delle avvocate più famose della difesa, dice che anche i suoi clienti sono «vittime» di Dominique Pelicot.

Seguire il processo è stato impegnativo per molte delle persone presenti. «Dalle 9 alle 20, si parla solo di stupro, stupro, stupro…» aveva detto a metà ottobre la giornalista Mélanie Bertrand al giornale online Mediapart.

Anna Margueritat dice che i momenti peggiori sono stati quelli in cui in aula venivano mostrati i video degli stupri filmati da Dominique Pelicot. Prima di ogni proiezione i giudici davano il tempo a chiunque non volesse assistere di uscire dall’aula. Nella stanza dedicata al pubblico erano in diversi a farlo, compresa l’ufficiale del tribunale addetta alla sorveglianza, che veniva sostituita da un suo collega. Altri restavano dentro, ma finivano per chiudere gli occhi o tapparsi le orecchie. «Quello che era terrificante era che vedevamo sempre la stessa scena: la stessa camera, lo stesso letto, la stessa donna sempre nella stessa posizione», ha ricordato Margueritat.

L’avvocata Nadia El Bouroumi mentre parla con i giornalisti (Ginevra Falciani/il Post)

Anche fuori dal tribunale, avvocati, imputati e giornalisti si ritrovano a condividere gli stessi spazi. Durante la pausa pranzo tutti vanno a mangiare in uno dei tre ristoranti più vicini al tribunale, distanti pochi metri l’uno dall’altro sulla stessa strada. Per arrivarci si deve passare davanti a delle immagini e delle frasi attaccate sui muri nella notte da un gruppo femminista locale; una di queste dice: «Giustizia per Gisèle, giustizia per tutte». Un paio di imputati sono raggiunti dalle loro mogli o dai loro familiari, un imputato tiene la porta aperta a una giornalista che sta entrando a mangiare nel suo stesso posto.

«All’inizio avevo deciso di mantenere una certa distanza» dice il gestore di uno dei ristoranti «non sapevo neanche chi fossero gli imputati, ma ad un certo punto è diventato impossibile». Aggiunge che da quando i pubblici ministeri hanno reso note le richieste di condanna l’atmosfera si è fatta più «pesante». Ammette di essere sollevato che il processo sia quasi finito.

– Leggi anche: Ad Avignone i collettivi femministi si fanno sentire