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  • Venerdì 26 luglio 2024

Cosa ne pensa Kamala Harris?

Dell'aborto, dell'economia e della guerra nella Striscia di Gaza, tra le altre cose

Kamala Harris sale a bordo dell'Air Force Two, l'aereo della vicepresidente
Kamala Harris sale a bordo dell'Air Force Two, l'aereo della vicepresidente (AP Photo/Matt Marton)
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La campagna elettorale di Kamala Harris per le elezioni negli Stati Uniti è di fatto appena cominciata: Harris è diventata la candidata in pectore del Partito Democratico poche ore dopo il ritiro del presidente Joe Biden, e anche se formalmente non ha ancora ottenuto la nomina dal partito si è già assicurata il sostegno di abbastanza delegati da essere praticamente certa di sfidare Donald Trump alle elezioni presidenziali di novembre.

Harris ha circa 100 giorni per far arrivare il messaggio della sua campagna elettorale, e per delineare la sua posizione politica su molte questioni importanti su cui finora ha avuto poca visibilità. Poiché da vicepresidente il suo ruolo è stato subordinato a quello di Biden, non abbiamo ancora un’idea precisa di quali siano le posizioni di Harris su questioni come l’economia o la politica estera. Di altri temi, per esempio l’aborto e i diritti riproduttivi, Harris si è occupata più nello specifico, mentre su altri ancora possiamo desumere qualcosa dal suo passato come procuratrice, senatrice e candidata alle primarie Democratiche nel 2019.

Aborto
La questione su cui Harris ha posizioni più chiare e definite è quella dell’aborto, che è diventata centrale nella politica statunitense da quando, nel 2022, la Corte Suprema eliminò il diritto all’aborto a livello federale, lasciando libertà agli stati di legiferare sulla questione. Negli ultimi due anni Harris ha preso in carico la questione dell’aborto ed è di fatto diventata la portavoce della Casa Bianca sui temi legati ai diritti riproduttivi, anche perché Biden non è mai stato il miglior rappresentante della questione, visto che in passato ha avuto posizioni ambigue, legate anche alla sua religione cattolica.

Harris invece ha sempre sostenuto con forza il diritto all’aborto, dicendosi favorevole alla sua reintroduzione a livello federale. Nel marzo di quest’anno, tra le altre cose, è diventata la prima presidente o vicepresidente in carica a visitare ufficialmente una clinica dove vengono fatti aborti. La questione dell’aborto ha già contribuito alle vittorie dei Democratici alle ultime elezioni di metà mandato, nel 2022, ed è ritenuta uno dei punti di forza di Harris in una probabile competizione elettorale contro Trump.

La visita di Kamala Harris a marzo di quest'anno a una clinica di Planned Parenthood, un ambulatorio dove vengono fatti aborti La visita di Kamala Harris a marzo di quest’anno a una clinica di Planned Parenthood, un ambulatorio dove vengono fatti aborti (AP Photo/Adam Bettcher)

Immigrazione
Al contrario dell’aborto, l’immigrazione è uno dei punti deboli di Harris. All’inizio del suo mandato da vicepresidente Biden le affidò un dossier complicatissimo e di fatto impossibile da risolvere: affrontare le cause profonde della crisi migratoria al confine meridionale degli Stati Uniti. Questo dossier (che spesso è stato scambiato come “dossier sull’immigrazione”, ma che in realtà era molto più complicato e spinoso) è stato gestito male da Harris, che in alcune circostanze è sembrata estremamente dura (durante una visita in America Latina disse: «Non venite. Vi ricacceremo indietro») e in altre estremamente inefficace (fu molto criticata, anche dai Democratici, perché lasciò trascorrere mesi prima di fare la sua prima visita al confine).

In realtà Harris non ha mai davvero gestito la questione dell’immigrazione a nome della Casa Bianca: il suo dossier era limitato alle «cause profonde» del fenomeno, e non era lei la persona deputata a gestire le questioni migratorie. Nonostante questo, i Repubblicani continuano a chiamarla “Border Czar”, che si traduce come “la zar del confine”: “zar” è la parola con cui, nel gergo politico statunitense, ci si riferisce informalmente ai funzionari responsabili di un determinato settore. L’idea è di presentare Harris come la responsabile della crisi migratoria che gli Stati Uniti stanno affrontando da alcuni anni, e che secondo i sondaggi è diventata profondamente impopolare tra gli elettori.

Politica estera e Gaza
Durante l’attuale mandato presidenziale, la politica estera degli Stati Uniti è stata architettata interamente dal presidente Biden e dai suoi consiglieri, e Harris non ha mai espresso posizioni indipendenti sulla questione (d’altronde non rientrava tra i suoi compiti da vicepresidente). Non si può dire tuttavia che non abbia esperienza: Harris ha partecipato a innumerevoli eventi internazionali di altissimo livello in sostituzione di Biden, dalle riunioni dell’ASEAN (l’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico) alla recente conferenza di pace sull’Ucraina. Harris ha dunque una notevole esperienza nel trattare e negoziare con i leader internazionali, anche se le sue posizioni personali in politica estera non sono ancora del tutto chiare, e probabilmente dovranno essere definite nei prossimi tre mesi di campagna elettorale.

L’unica parziale eccezione riguarda la guerra nella Striscia di Gaza, dove in più di un’occasione ha mantenuto posizioni leggermente più critiche nei confronti di Israele rispetto a quelle ufficiali della Casa Bianca: ha parlato molto spesso della «catastrofe umanitaria» in corso a Gaza, e a volte ha insistito con i suoi collaboratori per inserire riferimenti a Gaza nei suoi discorsi. Negli ambienti della politica estera americana è percepita come più vicina alla causa palestinese di Biden, pur mantenendo posizioni politiche moderate.

Questo si è visto anche nell’intervento che ha fatto davanti ai giornalisti dopo il suo incontro di giovedì con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu: pur senza discostarsi dalle politiche dell’amministrazione Biden, il discorso di Harris è stato interpretato come più deciso nei confronti di Israele e più empatico nei confronti delle sofferenze dei civili palestinesi.

Crisi climatica
Soprattutto prima di diventare vicepresidente, Harris ha avuto un buon curriculum di attivismo climatico: durante il suo periodo da procuratrice di San Francisco (2004–2011) creò un team apposito per perseguire cause di giustizia climatica; da procuratrice generale della California (2011–2017) aprì procedure penali contro alcune società petrolifere ritenute responsabili di eccessivo inquinamento. Da senatrice ha poi sostenuto il Green New Deal, la grande proposta di riforma climatica portata avanti dalla deputata Democratica Alexandria Ocasio-Cortez. Nel 2019, quando si candidò alle primarie del Partito Democratico, sostenne che se fosse diventata presidente avrebbe vietato il fracking, cioè la tecnica della fratturazione idraulica che serve a estrarre combustibili fossili dal sottosuolo.

Da vicepresidente, come su altre questioni, si è attenuta alle direttive della presidenza Biden, che sul tema ha adottato misure estremamente ambiziose (approvando per esempio l’Inflation Reduction Act, una legge che stanziò enormi risorse per la transizione energetica), ma ha mantenuto posizioni più moderate su altre questioni (per esempio non ha vietato o anche soltanto limitato le pratiche di fracking e di estrazione di idrocarburi sul suolo statunitense).

Quest'anno Harris ha rappresentato gli Stati uniti alla COP28 di Dubai

Quest’anno Harris ha rappresentato gli Stati Uniti alla COP28 di Dubai (AP Photo/Kamran Jebreili)

Economia
L’economia è forse il settore su cui Harris ha meno esperienza e proposte meno definite. Questo potrebbe essere un problema perché la campagna di Harris dovrà gestire la complicata eredità economica di Biden, che è insieme eccellente e impopolare. Durante il mandato di Biden, l’economia statunitense è cresciuta più di quella della maggior parte dei paesi sviluppati e la disoccupazione ha raggiunto minimi storici. Al tempo stesso, tuttavia, il perdurare dell’inflazione ha reso estremamente impopolare la sua presidenza, e per questo quella che viene definita “Bidenomics” (il termine che Biden stesso usa spesso per riferirsi al suo approccio economico) è elogiata da analisti ed economisti, ma tendenzialmente poco apprezzata dall’elettorato.

Harris dovrà trovare il modo di distanziarsi almeno in parte dalle politiche e dalle idee di Biden, e proporre misure che diano all’elettorato la sensazione che stia facendo qualcosa per rallentare l’aumento dei prezzi. Allo stesso tempo però non potrà sconfessare completamente l’operato dell’amministrazione di cui lei stessa fa tuttora parte.