Charlie

Estratti della newsletter sul dannato futuro dei giornali.

domenica 14 Giugno 2026

Pubblicità e progresso

Alcuni quotidiani sudafricani (lo Star e il Mercury, tra gli altri) hanno ospitato questa settimana una creativa campagna di comunicazione, di grande impatto, ripresa e citata in tutto il mondo. La prima pagina e le successive erano segnate da una vistosa macchia rossa che voleva richiamare il sangue mestruale, con il messaggio “un giornale può assorbire il sangue ma non la vergogna”: la campagna è stata promossa da un’organizzazione impegnata ad aiutare le ragazze sudafricane che non si possono permettere i prodotti sanitari per il ciclo.


domenica 14 Giugno 2026

Attribuzioni

Nei passati decenni tra i critici di Silvio Berlusconi ha avuto molta fortuna una battuta che sintetizzava con acuta intuizione la complicità di molti italiani con i più criticati comportamenti dello stesso Berlusconi: «Non temo Berlusconi in sé, temo Berlusconi in me». La battuta venne citata da Giorgio Gaber in un’intervista data a Gad Lerner sul Corriere della Sera, e da allora sui giornali viene ciclicamente attribuita a Gaber. Lo ha fatto di nuovo venerdì Francesco Merlo su Repubblica. Ma l’invenzione non è di Gaber, che infatti in quell’intervista disse «Come dice il mio amico Gian Piero Alloisio, io non temo Berlusconi in sé, temo Berlusconi in me». Gian Piero Alloisio è un cantautore genovese (autore di Venezia, poi cantata da Francesco Guccini), che ha collaborato con alcuni tra i più famosi musicisti e autori italiani, e chiudeva una sua canzone con la frase «Non ce l’ho con Berlusconi in sé, ce l’ho con Berlusconi in me».


domenica 14 Giugno 2026

La sospensione del Buongiorno

Con la separazione della proprietà della Stampa dal gruppo GEDI (la Stampa è stata acquisita da una nuova società legata al gruppo editoriale SAE; GEDI dalla società greca Antenna), il giornale deve decidere cosa sarà della storica rubrica quotidiana “Buongiorno” scritta da Mattia Feltri dal 2017, dopo che era stata lasciata dal suo precedente autore Massimo Gramellini. Feltri è rimasto infatti dipendente di GEDI, e direttore del sito di news HuffPost, acquisito a sua volta da Antenna: dall’inizio del mese la rubrica non compare più in prima pagina, in attesa di valutazioni sull’eventuale compatibilità dei due impegni.


domenica 14 Giugno 2026

Lo sciopero del Gazzettino

Il Gazzettino è lo storico quotidiano di Venezia (la redazione è oggi tra Mestre e Porto Marghera), con diffusione in tutto il Veneto e in parte del Friuli: da vent’anni è di proprietà del gruppo Caltagirone, che possiede tra gli altri anche il Messaggero di Roma, il Mattino di Napoli e il Corriere Adriatico di Ancona, e fa capo a una ricca e potente famiglia di costruttori e banchieri romani. Martedì scorso la redazione del Gazzettino ha scioperato per protestare contro la mancata soluzione di “questioni che la redazione considera cruciali per il futuro del Gazzettino, a partire dalla chiusura della sede di Rovigo e dalla situazione della Redazione Web, senza una guida stabile”. L’editore ha contestato la scelta e gli argomenti dello sciopero.


domenica 14 Giugno 2026

Dimenticare Di Paolo

La pubblicazione su Repubblica di un severo commento anonimo contro un collaboratore di Repubblica – ne avevamo scritto una settimana fa – non ha avuto ulteriori sviluppi o chiarimenti, a parte una telefonata al direttore di Repubblica da parte di Guia Soncini, che ha una rubrica quotidiana su Linkiesta. Con risultati piuttosto evasivi.

“Lui a quel punto alza la voce e mi sgrida: se intendo scrivere devo dirlo prima, invece di carpirgli dichiarazioni senza annunciare le mie intenzioni. Pensava che una tizia che non conosce lo chiamasse di domenica pomeriggio per domandargli del corsivo contro Paolo Di Paolo per quale altra ragione? Credeva avessi trovato il suo numero su Tinder? Che fossi in cerca di nuovi amici? Che intendessi propormi per scrivere dei tabacchifici di Foggia?
Dice Orfeo – nella parte di telefonata successiva al disvelamento delle mie losche intenzioni – che non c’è niente di strano in quel corsivo. Io chiedo se Di Paolo sia stato avvisato, lui mi chiede col tono che si usa per rivolgersi a interlocutori particolarmente stolidi «siamo soliti avvisare coloro di cui scriviamo?». Io obietto che non accade spessissimo si faccia un corsivo per dire che un proprio collaboratore è imbecille, e lui risponde che loro mica l’hanno criticato «nelle sue mansioni di collaboratore di Repubblica, non abbiamo criticato qualcosa che aveva scritto per noi». La separazione delle carriere è finalmente compiuta, almeno per Di Paolo.

Dice anche, Orfeo, che lui certo non guarda i social (gli avevo detto che erano pieni di opinioni in merito) e che non gli risulta che questa storia interessi a nessuno (sono a quel punto passate ventiquattr’ore dall’amarezza del comitato di redazione). E dice che l’unica ragione per cui il corsivo non è firmato è che i quadratini di dieci righe non si firmano (qualcuno avvisi Berizzi)”.


domenica 14 Giugno 2026

La Stampa e Di Rosa

Lunedì è stato confermato che dal 1° luglio il nuovo direttore della Stampa sarà il 75enne giornalista Antonio Di Rosa, come si diceva da qualche settimana, che prenderà il posto di Andrea Malaguti. La Stampa ha da poco cambiato proprietà, ceduta dal gruppo GEDI a una nuova società appositamente costituita.


domenica 14 Giugno 2026

E i cocci sono suoi

Mill Media è una società britannica nata pochi anni fa per creare un progetto di informazione locale basato sulle newsletter, progetto cresciuto rapidamente. Tra le sue testate c’è The Londoner, dedicata appunto a Londra, che ad agosto dell’anno scorso aveva pubblicato un’inchiesta che accusava un giovane imprenditore italiano, Claudio De Giovanni, di avere costruito un sistema di truffe immobiliari prendendo in affitto appartamenti e subaffittandoli illegalmente, e ingannando e ricattando i proprietari con una serie di false pretese. De Giovanni aveva querelato The Londoner e l’autore dell’articolo per diffamazione, presso l’Alta Corte di giustizia inglese, chiedendo un risarcimento di 250mila sterline: e nei giorni scorsi una sentenza ha respinto le sue richieste e ha ordinato a De Giovanni di pagare 38mila sterline di spese sostenute dalla difesa.


domenica 14 Giugno 2026

E infine sul Fatto

A proposito dell’ambigua ma vincente formulazione – pubblicata sotto la testata – che il Fatto usa da sempre per promuoversi (“non riceve alcun finanziamento pubblico”), spiegammo su Charlie che la stessa condizione vale per la quasi totalità dei quotidiani, e che quelli che attingono ai contributi del “fondo per il pluralismo” sono elencati qui. C’è poi un’ulteriore ambiguità in quello slogan promozionale, che per stessa ammissione del giornale non considera “finanziamento pubblico” una estesa serie di agevolazioni economiche di cui il Fatto beneficia.
Su questo argomento è tornato – con toni piuttosto polemici – il giornalista del Giornale Filippo Facci, giovedì (Facci ha avuto anche un vivace scambio col direttore del Fatto nella rubrica delle lettere, venerdì).


domenica 14 Giugno 2026

I risultati del Fatto

Il proficuo investimento di marketing che il Fatto ha messo in questi mesi nel produrre campagne fortemente identitarie che mobilitano e motivano i propri lettori sta quindi dando dei soddisfacenti risultati. Il forte legame tra questo lavoro della redazione e la promozione degli abbonamenti è stato sottolineato nei giorni scorsi dallo stesso direttore del giornale, con ripetuti inviti ad acquistare abbonamenti proprio a partire dagli eventi di cui il Fatto sta cercando di essere protagonista (il referendum sulla Giustizia, le inchieste sul “caso Minetti”). A una lettrice che proponeva una colletta per difendere il giornale dalle denunce ha per esempio risposto: «Grazie di cuore, cara Anna, a te e a tutti i lettori che ci hanno proposto di contribuire in denaro. Speriamo di non averne bisogno, cioè di vincere anche queste cause. Intanto chi vuole aiutarci può abbonarsi o regalare qualche abbonamento al “Fatto”».

Intanto, nel celebrare in un editoriale i risultati* di diffusione del Fatto citati qui sopra, giovedì il direttore li ha indicati erroneamente come provenienti da “l’ultimo report Audipress”. Lettori e lettrici di Charlie conoscono la sigla ADS (Accertamenti Diffusione Stampa), ovvero il nome della società che ogni mese certifica e parzialmente verifica i dati di diffusione dei giornali. Audipress era invece il vecchio nome di una diversa società (oggi inglobata da Audicom, scrivemmo anni fa del faticoso processo) che fa differenti rilevazioni dedicate soprattutto alla vendita pubblicitaria e quindi conteggiando più i “lettori” che le copie.

*il dato indicato nell’editoriale è quello che comprende anche gli abbonamenti digitali venduti per un valore inferiore al 30% del prezzo: nel caso del Fatto sono 38mila abbonamenti, che si aggiungono ai quasi 7mila venduti a un prezzo superiore, e alle 18mila copie cartacee.


domenica 14 Giugno 2026

I quotidiani ad aprile

Sono stati pubblicati i dati ADS di diffusione dei quotidiani nel mese di aprile 2026. I dati sono la diffusione media giornaliera “individuale pagata”*. Tra parentesi la differenza rispetto a un anno fa.

Corriere della Sera 143.776 (-12%)
Repubblica 69.234 (-17%)
Stampa 49.526 (-13%)
Sole 24 Ore 45.970 (-7%)
Resto del Carlino 40.180 (-12%)
Messaggero 35.471 (-11%)
Gazzettino 28.069 (-8%)
Nazione 26.025 (-12%)

Fatto 24.626 (-1%)
Dolomiten 24.460 (-5%)
Giornale 24.413 (0%)
Messaggero Veneto 20.871 (-4%)
Unione Sarda 17.972 (-12%)

Verità 17.047 (-12%)
Eco di Bergamo 16.856 (-10%)
Giornale di Brescia 16.510 (-5%)
Manifesto 16.428 (+17%)
Edicola 15.772 (+66%)

Secolo XIX 15.599 (-14%)
Adige 15.380 (-4%)
Libero 14.825 (-13%)
Altri giornali nazionali:
Avvenire 13.293 (-9%)
ItaliaOggi 5.772 (0%)

(il Foglio Domani non sono certificati da ADS).

La media dei cali percentuali anno su anno delle prime quindici testate a marzo è del 9%, tra le più alte degli scorsi mesi. E per la prima volta dopo tantissimo tempo è stata ampiamente superata dal calo del Corriere della Sera, che abitualmente aveva avuto risultati migliori delle altre testate. Quelli che vanno sensibilmente meglio sono per il secondo mese il Fatto e il Giornale.

Continuano a essere molto gravi il calo di Repubblica (questo mese solo la Provincia Pavese è andata peggio tra tutti i 60 quotidiani conteggiati), quello della Stampa (che per la prima volta scende sotto le 50mila copie) e quelli di Libero e della Verità. Il risultato grandemente positivo del Manifesto continua a risaltare, mentre il quotidiano pugliese L’Edicola ha frequenti alti e bassi legati a operazioni promozionali e “bundle” con altre testate.

Il Tirreno di Livorno non smette di perdere a due cifre percentuali (-12%), ma questo mese tra i quotidiani locali fanno lo stesso o peggio la Nuova Sardegna, la Gazzetta di Parma e il Giorno (tutti -13%), e il Secolo XIX (-14%).

Se guardiamo i soli abbonamenti alle edizioni digitali – che come diciamo sempre dovrebbero essere “la direzione del futuro” – l’ordine delle testate è questo (sono qui esclusi gli abbonamenti venduti a meno del 30% del prezzo ufficiale, che per molte testate raggiungono numeri equivalenti o persino maggiori: il Corriere ne dichiara più di 41mila, il Sole 24 Ore più di 30mila, il Fatto più di 38mila, Repubblica più di 17mila). Le percentuali sono la variazione rispetto a un anno fa, e quelle tra parentesi sono invece le variazioni degli abbonamenti superscontati di cui abbiamo detto, per completezza.

Corriere della Sera 45.777, -3,9% (0,5%)
Sole 24 Ore 22.069, 1,5% (8,1%)
Repubblica 14.905, -25,8% (+15,4%)
Manifesto 9.265, +27,8% (non offre abbonamenti superscontati)
Fatto 6.744, +7,9% (+34,4%)
Stampa 6.457, -4,5% (0,9%)
Gazzettino 5.558, -0,8% (-5,1%)
Messaggero 5.184, -2,8% (-6,4%)
Adige 5.081, +12,4% (-53,6%)

I dati qui sono sempre in gran parte deludenti rispetto alle necessità e opportunità di crescita di questa fonte di ricavo: che è invece la più promettente tra le testate internazionali negli ultimi anni. Quello che si nota è ancora il risultato del Manifesto che si sta avvicinando ai diecimila abbonati, e la grossa crescita degli abbonamenti “superscontati” del Fatto, che nel suo caso costituiscono un ricavo maggiore rispetto alle offerte promozionali di altri giornali; e soprattutto non “cannibalizzano” visibilmente quelli a prezzo maggiore. Continua invece il grosso calo degli abbonamenti più remunerativi per Repubblica, a favore di quelli che lo sono meno. Tutte le altre testate fuori da questa lista, comprese quelle nazionali, non superano i 3mila abbonamenti digitali a prezzo non scontatissimo.
Ricordiamo che si parla qui degli abbonamenti alle copie digitali dei quotidiani, non di quelli – solitamente ancora più economici, con offerte quasi regalate – ai contenuti dei loro siti web.

(AvvenireManifestoLibero, Dolomiten ItaliaOggi sono tra i quotidiani che ricevono contributi pubblici diretti, i quali costituiscono naturalmente un vantaggio rispetto alle altre testate concorrenti)

*Come ogni mese, quelli che selezioniamo e aggreghiamo, tra le varie voci, sono i dati più significativi e più paragonabili, piuttosto che la generica “diffusione” totale: quindi escludiamo i dati sulle copie distribuite gratuitamente, su quelle vendute a un prezzo scontato oltre il 70% e su quelle acquistate da “terzi” (aziende, istituzioni, alberghi, eccetera). Il dato è così meno “dopato” e più indicativo della scelta attiva dei singoli lettori di acquistare e di pagare il giornale, cartaceo o digitale (anche se questi dati possono comunque comprendere le copie acquistate insieme ai quotidiani locali con cui alcune testate nazionali fanno accordi, e che ADS non indica come distinte).
Quanto invece al risultato totale della “diffusione”, ricordiamo che è un dato (fornito anche questo dalle testate e verificato a campione da ADS) che aggrega le copie dei giornali che raggiungono i lettori in modi molto diversi, grossomodo divisibili in queste categorie:
– copie pagate, o scontate, o gratuite;
– copie in abbonamento, o in vendita singola;
– copie cartacee, o digitali;
– copie acquistate da singoli lettori, o da “terzi” (aziende, istituzioni, organizzazioni) in quantità maggiori.

Il totale di questi numeri di diversa natura dà delle cifre complessive di valore più grossolano, e usate soprattutto come promozione presso gli inserzionisti pubblicitari, mostrate nei pratici e chiari schemi di sintesi che pubblica il sito Prima Comunicazione, e che trovate qui.


domenica 14 Giugno 2026

Non ve lo do per cento…

Un gruppo di abbonati al Washington Post ha presentato una “class action” contro il giornale contestando la pratica nota come “surveillance pricing“, ovvero la proposta di prezzi diversi a partire dalla profilazione delle abitudini di lettura e dai dati raccolti sugli utenti. Secondo la denuncia il quotidiano – posseduto da Jeff Bezos, fondatore e proprietario della società Amazon – avrebbe creato un ricco e articolato database sui propri lettori, informandoli molto tardivamente e solo attraverso quelle comunicazioni sulla privacy che nessuno legge, potenzialmente includendo in queste informazioni persino i dati raccolti da Amazon. E usando algoritmi dedicati per proporre prezzi diversi agli utenti per lo stesso prodotto, violando le regolamentazioni di alcuni stati americani.
(lo stesso Washington Post ha pubblicato pochi giorni fa un articolo critico nei confronti della stessa pratica adottata dai supermercati)


domenica 14 Giugno 2026

C’è un giudice a Monaco

Un giudice di Monaco di Baviera ha imposto a Google di non pubblicare più tra i risultati delle proprie pagine di ricerca nessun contenuto prodotto dalla propria “intelligenza artificiale” che colleghi erroneamente due società tedesche a un’accusa di truffe online. Il valore della sentenza sta nell’aver attribuito a Google una responsabilità degli errori prodotti dai propri software di AI e presentati nella forma di risposte alle ricerche degli utenti, in testa alle pagine. Google si era difesa sostenendo che quelle risposte attingono a fonti linkate e che gli utenti possono verificare presso quelle fonti, ma il giudice ha ritenuto che, trattandosi di testi di produzione nuova e originale, la responsabilità di quei testi riguardi Google.
Come precedente, una simile lettura – che di fatto rende Google “editore” di quei contenuti – potrebbe rendere Google responsabile di ogni conseguenza di errate o false informazioni prodotte dalle sue AI.


domenica 14 Giugno 2026

Charlie, accorgersi delle differenze

Uno strascico delle polemiche intorno alla grazia concessa dal presidente della Repubblica a Nicole Minetti sono le denunce che la società del compagno di Minetti, Giuseppe Cipriani, ha presentato contro il quotidiano il Fatto e contro la trasmissione televisiva Report. Le denunce chiedono ingenti risarcimenti – soprattutto quella presentata negli Stati Uniti – per i presunti danni che la società avrebbe ricevuto in conseguenza di alcune informazioni riguardanti Cipriani diffuse dagli accusati e che la denuncia sostiene essere false.
La dimensione del risarcimento richiesto potrebbe mettere in grandi difficoltà soprattutto il 
Fatto (ma anche la Rai che produce Report, naturalmente), la cui salute economica è stata raccontata come precaria, negli scorsi mesi. Lo stesso Cipriani avrebbe detto che «più che i danni, dovrebbero chiudere il giornale».

Nei giorni scorsi gli altri quotidiani hanno dato grande spazio alle denunce di Cipriani: in alcuni casi rallegrandosene esplicitamente, in altri dando l’impressione di guardarle con curiosità neutrale. Ed è sicuramente legittimo che si abbandoni la retorica corporativa in difesa di ogni tipo di giornalismo, e si possa ritenere che il lavoro di alcuni giornali sia un pericolo piuttosto che un beneficio per le convivenze e per la democrazia. E persino auspicarne la chiusura, e la rimozione del pericolo.

Queste reazioni – o mancanze di reazioni – sono però rivelatrici di una grande ipocrisia strumentale da parte delle battagliere campagne generiche che diverse testate costruiscono intorno alle querele che le riguardano. Perché non si può contestare l’uso intimidatorio e punitivo dello strumento delle querele solo quando riguardano se stessi o espressioni che si condividono. O meglio: si può e si deve farlo, ma ammettendo quindi che ci siano querele più accettabili e fondate di altre, non proclamando la vergogna delle querele intimidatorie in quanto tali, e accusando ogni “potere” di voler “tappare la bocca ai giornali” ogni volta che qualcuno si dice diffamato e danneggiato. Perché altrimenti le proteste contro le querele nei confronti dei giornali dovremmo leggerle anche in questi giorni in difesa del Fatto, minacciato di chiusura da una società di grande potere economico attraverso una richiesta comunque spropositata (250 milioni di dollari).

Il caso Cipriani- Fatto invece dimostra che il giudizio sul fondamento delle querele da parte dei querelati e dei querelanti è per definizione soggettivo e interessato, e che gli unici deputati a emetterlo in modo convincente sono i giudici, sempre per definizione. E che ogni denuncia contro un giornale ha una sua storia, su cui è legittima ogni opinione: mentre sono assai fragili le campagne vittimistiche che pretendono di estendere a principi universali i singoli casi, e che i giornali vadano sempre difesi. Altrimenti starebbero tutti difendendo il Fatto.

Fine di questo prologo.


domenica 7 Giugno 2026

Purché se ne parli

Questa newsletter trascura abitualmente di occuparsi di un particolare genere di articoli che figura tra quelli pubblicati da alcuni dei quotidiani italiani: quelli di polemica – e spesso di insulti – nei confronti di altri quotidiani. Sono articoli che si trovano sulle testate nazionali che hanno in generale delle priorità più aggressive e identitarie nelle loro scelte, rispetto ai criteri giornalistici: il FattoLibero, il Giornale, la Verità, ma anche il Foglio, pur con toni più sarcastici che violenti. Se segnaliamo appunto dal Foglio un articolo dedicato a criticare alcuni approcci del Fatto, è perché l’articolo contiene anche delle analisi e delle letture di questi approcci e dei loro obiettivi.

“C’è un genere letterario poco studiato ma fiorente, che potremmo chiamare l’inchiesta perpetua. Funziona così: si pubblica una rivelazione, la rivelazione viene smentita, e a quel punto – anziché fermarsi e ammettere gli errori – si pubblica la notizia della smentita trasformandola in una nuova rivelazione. Il meccanismo è di una semplicità che sfiora la perfezione, e ha il pregio di essere, in linea di principio, inesauribile. Il Fatto quotidiano lo pratica con la disinvoltura dei maestri e l’aria compunta di chi ha appena salvato la Repubblica […] In Italia però il meccanismo si inceppa, e il motivo non è oscuro. Quando un giornale è anche una fazione – o almeno viene percepito come tale, e in certi casi si percepisce tale da solo – ogni autoriflessione metodologica diventa leggibile come resa all’avversario. Al nemico. E in queste condizioni psicologiche, ammettere che un’inchiesta era totalmente sbagliata non significa riconoscere un errore: significa consegnare una bandiera. E quindi non si ammette nulla, e la notizia della smentita esce col titolo sbagliato, e il lettore impara – lentamente, ma impara – che il fragore delle accuse è inversamente proporzionale alla solidità delle prove. La sfiducia nel giornalismo probabilmente non nasce dalle fake news: nasce da questa sproporzione, silenziosa e sistematica, tra il clamore dell’inizio e il silenzio della fine”.


domenica 7 Giugno 2026

Invenzioni

In una storia su Instagram sabato sera il conduttore televisivo e radiofonico Alessandro Cattelan ha definito “completamente inventata” una notizia che lo riguardava pubblicata sul sito del Corriere della Sera.


domenica 7 Giugno 2026

Sinergie

Il gruppo ItalyPost, che pubblica un sito di news e da gennaio anche un giornale di carta, investe molto su attività collaterali più promettenti dal punto di vista economico (e di cui i giornali stessi sono usati come veicoli e strumenti ulteriori). Sul Corriere della Sera di lunedì ha comprato una pagina pubblicitaria per promuovere una sua agenzia di rappresentanza di speaker, che gestisce gli eventi pubblici retribuiti di autori del giornale ed altri personaggi.


domenica 7 Giugno 2026

La Ragione lascia la carta

Cinque anni dopo la sua creazione – che Charlie aveva raccontato allora – ha interrotto le pubblicazioni su carta il quotidiano La Ragione, che resterà un giornale online. Il direttore Davide Giacalone lo ha annunciato in un editoriale, con limitate spiegazioni sull’esperienza e sulle sue insoddisfazioni.

“Il modello della carta stampata è in crisi ovunque e lo è anche in Italia. Chiudono le edicole (ed è un male per le città) o si trasformano in punti vendita di prodotti diversi. Non soltanto i costi sono elevati (noi non abbiamo mai voluto prendere un centesimo di contributi pubblici), ma il sistema in sé è in perdita di lettori e quattrini. Eppure non si deve fare a meno dei quotidiani. Saremo attivi online, sapendo che si tratta di un mondo affollato e ancora da valorizzare”.

Ha parlato genericamente di “costi”, senza diffondersi su quali fossero le previsioni e le aspettative diverse, anche un altro articolo sul cambiamento.


domenica 7 Giugno 2026

“Il nodo dei contratti”

Il Fatto ha raccontato sabato – citando fonti non ufficiali – di una multa da 21 milioni di euro che l’ente previdenziale INPS avrebbe imposto alla rete televisiva Mediaset, accusata di avere dato stabili mansioni giornalistiche a persone assunte con contratti inadeguati (e dunque meno costosi per l’azienda, ma anche più sfavorevoli per i giornalisti in questione e per l’INPS stessa, che non avrebbe riscosso i contributi adeguati).

“Gli ispettori hanno rilevato che decine di collaboratori esterni nei programmi d’informazione di Mediaset lavorano nelle stesse postazioni, con mansioni analoghe e con gli stessi orari dei giornalisti assunti da Mediaset come dipendenti, ma non hanno lo stesso contratto perché sono inquadrati come partite Iva o co.co.co, quindi hanno stipendio più basso e minori tutele. Niente tredicesima né Tfr, contributi previdenziali più bassi […] Mediaset non ha preso una posizione ufficiale, ma contesta le accuse e risulta che abbia già fatto ricorso al giudice del lavoro presso il tribunale contro la multa dell’Inps” .


domenica 7 Giugno 2026

L’oblio e la memoria

Un articolo del Post ha spiegato “che fine fanno gli articoli online quando un giornale chiude”, a partire dalla recente chiusura del sito di Tiscali News.

“Tessellis dice che al momento il consiglio di amministrazione sta cercando di definire a chi spetti, all’interno dell’azienda, la responsabilità legale dell’archivio di Tiscali News dopo che, con la chiusura del giornale, è stata eliminata la figura del direttore responsabile. Assicura però che l’archivio è conservato nei data center dell’azienda e che la loro intenzione è di preservarlo, per renderlo consultabile quando sarà definito un amministratore. Dice anche che l’azienda è aperta a ricevere offerte da organizzazioni o enti pubblici, come le università o la regione, interessati ad acquisire l’archivio o a partecipare alla sua gestione. Tessellis dice che per ora non ha ricevuto proposte, ma che se dovessero arrivare potrebbe velocizzare le analisi legali in corso” .


domenica 7 Giugno 2026

Le spoglie di Freeda

La liquidazione giudiziale da parte del Tribunale di Milano del sito Freeda, protagonista di un’ammirata ascesa tra i nuovi media digitali italiani e poi di un rapido svelamento della sua crisi finanziaria, ha fatto mettere in vendita il marchio e le sue proprietà sui social network (con centinaia di migliaia di follower). La base d’asta è di 300mila euro.


domenica 7 Giugno 2026

Il futuro sono molte ipotesi

Il quotidiano londinese Financial Times ha un proprio laboratorio di studio e consulenza sul business delle aziende giornalistiche, piuttosto all’avanguardia nel considerare e studiare i cambiamenti in corso e le prospettive. Ha da poco pubblicato una nuova ricerca con molti spunti sulle priorità e sull’organizzazione da suggerire alle redazioni.


domenica 7 Giugno 2026

La foto e il suo contenuto

Sul Fatto di venerdì c’era un interessante articolo che affrontava alcuni dei pro e contro dell’estensione a 70 anni dei diritti d’autore sulle fotografie di cronaca: che, come tutti i diritti, entrano in conflitto con altri diritti e devono trovare un equilibrio col diritto di cronaca.

“Dallo scorso dicembre il distinguo si è ridotto di mezzo secolo: gli anni di tutela per la “fotografia semplice” sono passati da 20 a 70 dal momento dello scatto, mentre per la “fotografia creativa” restano 70 dal momento della morte dell’autore.
A dare un impulso decisivo alla riforma delle regole è stato il caso dell’immagine di Falcone e Borsellino scattata a Palermo il 27 marzo 1992 dal fotoreporter Tony Gentile nel corso della presentazione della candidatura alla Camera dei deputati del collega dei due magistrati Giuseppe Ayala. Quell’immagine, utilizzata per innumerevoli riproduzioni di merchandising, è stata oggetto di una vertenza tra l’autore Tony Gentile e la Rai per averla ripetutamente mandata in onda in programmi televisivi e pubblicata sul proprio sito web quale emblema di una campagna di educazione alla legalità senza autorizzazione e tantomeno l’erogazione di un compenso. La Rai, però, ha vinto su tutti i fronti. Nel procedimento conclusosi nel 2024 il tribunale di Roma e poi la Corte d’appello e infine la Corte di cassazione hanno dato torto all’autore e classificato la foto nella categoria “semplice” pertanto relegata in pubblico dominio dopo 20 anni dalla sua realizzazione. I giudici hanno sostanzialmente ritenuto che l’unicità di quell’immagine non risieda nella capacità creativa dell’autore bensì nella eccezionalità del soggetto: i due magistrati uccisi dalla mafia poco tempo dopo quello scatto” .


domenica 7 Giugno 2026

Il Corriere in cerca di una community

Il Corriere della Sera si sta muovendo da qualche tempo in una direzione nuova, per quel giornale, cercando di creare un rapporto identitario e di più estesa complicità con i propri lettori, approccio su cui il giornale è stato sempre più debole rispetto ad altri, a cominciare da Repubblica che con la sua comunità di lettori – per quanto più piccola e più scossa dai cambiamenti di questi anni – ha saputo costruire un rapporto molto forte.
Tra gli strumenti nuovi che il Corriere della Sera sta adottando in questa direzione c’è stato un recente nuovo festival del giornale a Ferrara, sul modello di quello che fanno molte altre testate; e questa settimana è stato presentato un podcast che racconta storia e funzionamento del giornale, anche qui con un’intenzione di condivisione e trasparenza su cui finora il Corriere era stato molto più schivo di altre testate.


domenica 7 Giugno 2026

Farcela senza il paywall

Il Salt Lake Tribune è uno storico – ha 155 anni – quotidiano di Salt Lake City, nello Utah. Ha avuto un periodo di grossa crisi come molti quotidiani locali statunitensi, ma si è ridimensionato (l’edizione cartacea esce due giorni alla settimana) e adattato ai tempi, e oggi è pubblicato da una non profit e ha 40mila abbonati. La sua CEO Lauren Gustus ha spiegato al sito britannico Press Gazette la scelta del giornale di abolire il paywall, rendere i contenuti del sito aperti a tutti, e mettere dei contenuti “premium” al centro dell’offerta per chi si abbona: «Abbiamo discusso del paywall e del fatto che alcune persone non si possano permettere di accedere a un giornalismo affidabile o di qualità, e che altre non pagheranno mai per leggere il giornale». Sono rari i casi di modelli di questo genere: quella più nota internazionalmente è quella del quotidiano inglese Guardian, in Italia c’è il Post, che pubblica questa newsletter (e che ha di recente promosso ulteriori offerte per diffondere anche i propri contenuti “premium” a chi non ha le risorse per abbonarsi).


domenica 7 Giugno 2026

Showtime o showdown

Nell’ultima settimana le vicende della tv statunitense CBS News e in particolare del programma giornalistico probabilmente più famoso e importante di tutta la televisione americana, 60 Minutes, si sono complicate ulteriormente. Dopo una serie di licenziamenti e l’introduzione di un nuovo capo del programma da parte della direttrice Bari Weiss, c’è stato un intervento polemico da parte di uno storico giornalista della rete, Scott Pelley, che è stato a sua volta licenziato. Altri tre giornalisti del programma hanno dichiarato di avere deciso di restare al programma malgrado gli attacchi che ha subito, per “combattere” e difenderlo.


domenica 7 Giugno 2026

Un boxino di ordinaria follia su Repubblica

Venerdì il quotidiano Repubblica ha pubblicato a pagina 41 un breve articolo di commento che ha spiazzato molti lettori e lettrici, e raccolto curiosità e critiche. L’articolo era ospitato in un box esaltato da un colore diverso all’interno di una pagina dedicata alle polemiche intorno all’esclusione dall’apertura di un festival di un noto scrittore, Erri De Luca, in conseguenza di alcune sue frasi su Israele e Gaza (gli organizzatori dicono di avere proposto a De Luca un diverso ruolo nel programma e che lui avrebbe rifiutato, rifiuto confermato da De Luca). Il commento era molto sprezzantemente e aggressivamente polemico contro Paolo Di Paolo, scrittore e collaboratore della stessa Repubblica, tra i responsabili della scelta del festival. La stranezza maggiore era che il commento usasse una prima persona plurale e non fosse firmato: come se volesse rappresentare il giornale nella sua interezza, ma Repubblica non ha mai adottato simili interventi, in cui una posizione così polemica e ad personam sia espressa a nome del giornale, e senza alcuna firma o soggetto che ne indichi la titolarità. Stranezze accessorie erano poi il tono – più abituale su altri generi di quotidiani italiani – e il fatto che il destinatario dell’attacco sia appunto un frequente collaboratore del giornale.
(In un testo inviato al sito di gossip Dagospia, Di Paolo ha citato il testo di Repubblica).
Sabato pomeriggio è intervenuto il Comitato di redazione della stessa Repubblica, criticando l’articolo contro Di Paolo, e la direzione che lo aveva deciso (qualche giorno prima il vicedirettore Stefano Cappellini aveva scritto sulla sua newsletter in difesa di De Luca).

“Sull’edizione di ieri del nostro giornale è comparso ancora una volta un corsivo non firmato nel quale vengono espresse opinioni su fatti che riguardano il dibattito pubblico. Nei giorni precedenti e nei mesi scorsi c’erano stati casi analoghi per questioni sportive.
Senza entrare nel merito delle opinioni espresse, c’è una questione di metodo che ci preme come rappresentanza sindacale. Esprimiamo perciò un forte disagio di fronte a tale modo di utilizzare il giornale: questi commenti non firmati danneggiano l’immagine di tutta la redazione, visto che addirittura si utilizza il plurale maiestatis, e talvolta sembrano mossi più da questioni personali che altro.
Nello specifico, il corsivo non firmato di ieri prendeva di mira Paolo Di Paolo, storico collaboratore delle pagine culturali (e non solo di quelle) di Repubblica. Il collega scrittore è stato messo alla berlina pesantemente e questo ha suscitato, e sta suscitando ancora oggi, molte dure prese di posizioni contro Repubblica su tutti i social.
Il Comitato di redazione è amareggiato di fronte a questo tipo di azioni e attende un chiarimento in merito con la direzione. Sarebbe auspicabile che, per chiarezza verso i lettori e la redazione stessa, e al netto di antiquate usanze – sappiamo bene che gli articoli non firmati sono riconducibili alla direzione -, ognuno firmasse ciò che scrive, assumendosene piena responsabilità.
Esprimiamo quindi e infine pubblica solidarietà a Paolo Di Paolo”
.


domenica 7 Giugno 2026

Charlie, i migliori

C’è un diabolico format che torna ciclicamente nella produzione giornalistica: la lista. Le cinque cose che, i dieci posti più, i migliori venti, otto cose che non, dieci modi per, eccetera. Ebbe già suoi larghi usi sulle riviste della fine del secolo scorso, con contenuti più o meno frivoli e di scarsa scientificità. Fece poi le fortune iniziali di uno dei più famosi casi di ascesa e caduta dell’informazione digitale, il sito BuzzFeed, che proprio con le liste si fece largo in precoci successi di “viralità”. Oggi il format è molto usato da influencer e account social in cerca di facili curiosità, ma sta purtroppo venendo recuperato anche da giornali autorevoli: il “purtroppo” si riferisce al fatto che liste e classifiche hanno raramente un fondamento giornalistico di qualche validità, ma derivano da giudizi arbitrari e improvvisati (poi c’è il discorso a parte sui sondaggi, che pretendono maggiori agganci con un dato reale, ma nei fatti vengono pubblicati per suscitare gli stessi meccanismi), e inducono a una lettura della realtà schematica e rigida, che finisce per mettere ogni cosa in una classifica ed eliminare tutti i possibili “dipende” di cui la realtà stessa è fatta.
Ma la tentazione è forte e ultimamente se ne sono fatte attrarre persino due testate autorevoli come il 
New York Times e il Guardian. Il primo ha pubblicato una lista dei presunti “30 migliori autori americani di canzoni”, che è riuscita a ottenere enormi reazioni e critiche e commenti: “engagement”. Il secondo ha risposto con i “100 migliori romanzi di sempre”, con attenzioni e clic e condivisioni commisurate alle attese.
Sono passi indietro rispetto alla creazione di un rapporto di fiducia con i propri lettori e lettrici, perché si avventurano in giudizi “divisivi” e oggetto di interpretazioni del tutto personali. Però generano traffico. È una scelta di priorità che almeno questi giornali sembravano avere invertito, vedremo quanto sia stata occasionale.

Fine di questo prologo.


domenica 31 Maggio 2026

Bene

Il Post ha pubblicato la sua sintesi annuale dei risultati dell’anno precedente.

“Nel 2025 i ricavi del Post hanno superato gli 11 milioni di euro, con un aumento del 18% rispetto all’anno precedente. I ricavi provenienti dagli abbonamenti sono aumentati del 22%, e la loro quota rispetto al totale, che è stabilmente quella prevalente, ha superato i tre quarti. Questo ha fatto di poco diminuire la quota di ricavi dalla pubblicità (che è del 9%), ricavi che sono comunque anch’essi cresciuti del 7% rispetto all’anno prima, in numeri assoluti” .


domenica 31 Maggio 2026

Non tutte

Sempre sul Fatto, che è solito indignarsi e protestare nei confronti delle denunce per diffamazione rivolte alla propria testata e ai propri giornalisti, si nota oggi l’esposizione soddisfatta in prima pagina della notizia che – rifiutando la richiesta di archiviazione da parte della procura – una giudice del tribunale di Pisa ha disposto l’imputazione coatta dell’ex assessore alla Cultura di Livorno, denunciato per diffamazione dal direttore del Fatto.


domenica 31 Maggio 2026

Titoli Pro Domo

L’inclinazione a usare virgolettati inventati nella titolazione degli articoli, frequente nella gran parte dei maggiori quotidiani italiani, ha conosciuto due vistosi e più strumentali esempi sul Fatto, questa settimana (il Fatto sfrutta come efficace mezzo di raccolta di consenso e di sostegno economico da parte dei lettori la polemica accusatoria nei confronti del Partito Democratico, e il favore verso il partito M5S). Mercoledì un titolo attribuiva allo scrittore Maurizio de Giovanni una battuta contro il Partito Democratico fatta in realtà dal suo intervistatore, a cui de Giovanni non aveva dato seguito. Venerdì un’intervista col nuovo sindaco di Pistoia aveva di nuovo nel titolo una frase virgolettata che criticava il PD con parole mai usate nell’intervista (assai più diplomatica e rispettosa).

(Il Fatto aveva avuto un più sbadato incidente coi titoli lunedì – ma anche questo illuminante su certe insistenti priorità del giornale – quando anche nel testo dell’intervista all’ex parlamentare del PD Gavino Angius chi l’aveva messa in pagina aveva confuso la Repubblica italiana con il quotidiano Repubblica: la prima ha ottant’anni, la seconda cinquanta).


domenica 31 Maggio 2026

Cambio di passo

La raccolta di firme per ottenere un referendum sulla legge che offre un finanziamento pubblico a determinati giornali – promossa da un’associazione vicina al partito M5S – ha molto rallentato la sua crescita rispetto all’avvio: dopo poco più di un mese (dei tre concessi) è ora a un terzo dell’obiettivo.


domenica 31 Maggio 2026

È un bell’editore

Anche questa settimana il Corriere della Sera ha dedicato al proprio editore ben due articoli, prima mercoledì e poi sabato.


domenica 31 Maggio 2026

Una storia di successo, comunque

Il Post ha raccontato “il clamoroso successo della newsletter di Selvaggia Lucarelli” (qui c’era un’analisi sulla newsletter citata da Charlie due settimane fa).


domenica 31 Maggio 2026

Ecco

Mercoledì il quotidiano Repubblica ha dedicato un lungo articolo alle difficoltà di salute della conduttrice televisiva Belén Rodriguez, descrivendo le circostanze di una sua crisi personale in estesi dettagli (“Belén aveva avuto un crollo. A dare l’allarme, verso le 7, era stato un vicino, che per almeno un’ora ha sentito urla disperate e richieste d’aiuto. Grida, iniziate già alle 4 di notte, percepite pure da un altro residente, che dalla finestra aveva scorto Belén urlare mentre camminava sul balconcino. […] Hanno capito che la showgirl era in bagno, a soqquadro come la camera da letto, segni che confermano le parole di uno degli inquilini che avrebbe sentito, nella notte, il rumore di oggetti scagliati a terra”) Sotto l’articolo, un altro pezzo di commento era intitolato “La sofferenza merita più rispetto”.


domenica 31 Maggio 2026

Amico di tutti

Si sono compiute le operazioni formali di acquisizione della Stampa di Torino da parte del gruppo SAE. Nel frattempo sta diventando un format l’intervista/ritratto inconcludente del fondatore e presidente di SAE, Alberto Leonardis, stavolta inconcludente per stessa ammissione del suo autore, Salvatore Merlo, che ci ha parlato per il Foglio. Ottenendo da Leonardis, in una pagina intera, solo una critica per la direzione della Stampa da parte di Massimo Giannini (ma con “stima perché è un grande professionista”, in disciplina alle grandi attenzioni diplomatiche dell’editore).


domenica 31 Maggio 2026

Il ribaltamento di 60 Minutes

Le vicende all’interno di una delle più importanti testate giornalistiche televisive statunitensi – CBS News – continuano a ricevere molte attenzioni sui media di quel paese. Tra mercoledì e giovedì si è compiuto un ulteriore smantellamento della struttura che produce il celebre programma di approfondimento 60 Minutes, e ne è stato nominato responsabile Nick Bilton, giornalista 49enne di varia carriera – con antiche competenze sulle questioni digitali – ma di nessuna esperienza televisiva. La scelta si deve a Bari Weiss, la nuova capa del canale, coinvolta in conseguenza dell’intenzione di portare CBS News su posizioni più vicine a Donald Trump e ai suoi elettori.


domenica 31 Maggio 2026

Il caso Sechi

L’editore dei quotidiani Giornale Libero ha licenziato giovedì il direttore di quest’ultimo, Mario Sechi, senza spiegazioni ufficiali, ma con molte storie intorno: una serie di fatti, e una serie di ricostruzioni circolate nei giorni scorsi.

I fatti.
Giornale Libero sono posseduti dalla famiglia Angelucci, rappresentata soprattutto da Antonio Angelucci, ricco imprenditore della sanità privata e parlamentare della Lega, e da suo figlio Giampaolo. Libero riceve una delle quote maggiori del finanziamento pubblico assegnato ogni semestre dal “fondo per il pluralismo”. I due quotidiani, assieme alla Verità (di proprietà del suo direttore Maurizio Belpietro), hanno condiviso negli scorsi decenni alcuni direttori con grande frequenza e rotazione: Vittorio Feltri, Alessandro Sallusti, Maurizio Belpietro, soprattutto. Alessandro Sallusti è stato rimpiazzato alla direzione del Giornale soltanto sei mesi fa. Mario Sechi è stato portavoce della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Da quando Sechi era diventato direttore, settembre 2023, la diffusione totale di Libero era passata da 22mila a 16mila copie, un calo più cospicuo di quello della media dei quotidiani (ma il Giornale è passato da 29mila a 24mila copie, nello stesso periodo). Mercoledì il Foglio aveva annunciato una probabile sostituzione di Sechi. Sempre mercoledì è stata data notizia che il ministero dell’Interno aveva assegnato a Sechi una scorta in conseguenza delle minacce ricevute da gruppi anarchici. Giovedì Libero ha aperto tutta la prima pagina con il titolo “Vogliono ammazzare il direttore di Libero”, e con un editoriale del direttore stesso sul suo avere ricevuto la protezione di una scorta. Giovedì pomeriggio Sechi ha pubblicato un tweet per dire: «Angelucci mi ha licenziato. Lo ha fatto nel momento in cui sono finito sotto scorta, minacciato di morte dai terroristi anarco-insurrezionalisti». E nel suo editoriale “d’addio” di venerdì ha rincarato la dose contro l’editore. Il quale poche ore dopo ha annunciato che a sostituire Sechi sarebbe stato Alessandro Sallusti, che era stato direttore di Libero prima nel 2007 e poi nel 2021, e che ha già preso servizio venerdì firmando l’editoriale sul numero di sabato.

Il resto.
Rispetto ai fatti, le parti in causa hanno fatto circolare una serie di altre informazioni, tutte da verificare. Ci sarebbero state insoddisfazioni e ingerenze dell’editore per: i numeri della diffusione del giornale (ma in Italia non si ricordano direttori licenziati perché il giornale non vendeva, di solito avviene per scontentezza di qualcuno); le posizioni troppo filomeloniane e poco filoleghiste del direttore di Libero; alcune sue scelte relative alla copertura delle manovre intorno alle grandi banche italiane degli scorsi mesi; il suo avere trascurato i rapporti con il capo della Federtennis, che ha poi investito nella nuova società editrice della Stampa ; il suo avere pubblicizzato, enfatizzato e strumentalizzato le minacce ricevute allo scopo di proteggere la sua posizione (ci sono stati non pochi direttori sotto scorta per minacce nel recente passato, hanno fatto sapere ufficiosamente gli Angelucci, aggiungendo che le minacce stesse sarebbero arrivate molto prima rispetto alla decisione di annunciarle sul giornale). E in alcune versioni avrebbe avuto un ruolo anche la recente relazione degli Angelucci col miliardario Leonardo Maria Del Vecchio, da poco entrato come socio nel Giornale.


domenica 31 Maggio 2026

Contro il programmatic

L’ American Prospect è una rivista progressista statunitense nata nel 1990, oggi con un vivace sito web e una frequenza bimestrale dell’edizione di carta. Un articolo sulla Columbia Journalism Review ha raccontato la ardita ma ammirevole scelta dell’ American Prospect di rinunciare alla pubblicità “programmatic” sul sito, ovvero le inserzioni pubblicitarie che sono gestite da piattaforme esterne (soprattutto Google ma non solo) che occupano gli spazi a disposizione a partire da complessi algoritmi, senza che il sito ospitante abbia il controllo sul contenuto delle inserzioni*. Si differenziano da altre inserzioni che invece sono vendute attraverso un rapporto del sito con gli inserzionisti (di solito attraverso degli intermediari, che lavorano per l’uno o per gli altri: concessionarie e centri media). E anche per la straordinaria capacità del programmatic di sfruttare i comportamenti online degli utenti (negli Stati Uniti con ancora minori protezioni della privacy rispetto all’Europa): molta parte delle inserzioni programmatic che vediamo online non è collegata al sito dove la vediamo, ma a noi stessi e ai nostri percorsi di navigazione.
La pubblicità programmatic ospita inserzioni spesso di bassa qualità (sia per la sua forma che per i prodotti che promuove) e a volte persino truffaldina: e la sua resa economica è relativamente modesta, per i siti (non per le piattaforme che ne gestiscono quote enormi), ma dentro le fragili economie digitali resta preziosa, e i siti di news decidono di sacrificare parte del loro prodotto vendendo al programmatic spazi per cui non hanno clienti più affidabili.

Secondo i responsabili dell’ American Prospect, invece, “l’attenzione, i dati personali e il comportamento dei lettori diventano merci imballate e vendute tramite una filiera imbottita di truffe, intermediazioni opache e soggetti senza scrupoli. E noi editori dobbiamo ammettere di essere complici di queste transazioni”. Al tempo stesso, spiegano, i giornali si rendono corresponsabili del successo di piattaforme (Google, Facebook) di cui intanto criticano stabilmente i comportamenti.
Quello dell’American Prospect è presentato come un esperimento di un anno, finanziato da uno dei suoi soci: a partire dall’idea che gli esigui ricavi del programmatic siano sacrificabili in cambio di una maggiore coerenza del progetto giornalistico con se stesso e di una maggiore fiducia dei lettori. Che, stando ai dati osservati finora, avrebbero aumentato la durata del tempo passato sul sito.

è possibile creare dei filtri, a partire da parole chiave o da specifiche categorie commerciali (è quello che fa il Post con la pubblicità programmatic), ma a cui possono comunque sfuggire contenuti indesiderati.


domenica 31 Maggio 2026

Charlie, fermarsi

Nella seconda parte del primo mandato presidenziale di Donald Trump si sviluppò un dibattito e un’autocritica all’interno di alcune grandi testate giornalistiche americane a proposito dell’eccessiva attenzione offerta a Trump stesso e alle sue dichiarazioni: bisognava riferirle tutte, dando loro l’ampio spazio imposto dal loro provenire dal Presidente degli Stati Uniti? Oppure bisognava applicare delle valutazioni critiche, scegliendo quello che era effettivamente rilevante, e intervenendo per smentire o contraddire quello che c’era di falso o di non verificabile?

La lezione di quel dibattito (bisognava fare più spesso la seconda cosa) è stata superata dallo stesso Trump, che nel suo secondo mandato sta sommergendo i media di dichiarazioni sempre più difficili da gestire e il cui problema non è più la loro palese falsità, ma la difficoltà di capirne il valore. Ogni giorno Trump dice cose che nella stragrande maggioranza dei casi saranno insignificanti e superate il giorno dopo (venerdì aveva di nuovo annunciato una “final determination” entro due ore, sull’Iran), e in alcuni rari casi avranno un seguito: individuare quali siano le seconde è praticamente impossibile, una specie di lotteria. E così i giornali comprano tutti i biglietti. Il caso più importante, tra i molti, è quello degli sviluppi dell’attacco statunitense contro l’Iran: gli annunci di Trump su questi sviluppi – dati per avvenuti oppure promessi – si sono rivelati finora quasi tutti infondati. Eppure ogni volta che ne arriva uno nuovo è molto difficile ignorarlo, per timore di trascurare una possibile notizia importante, o di arrivare in ritardo sugli altri, se si privilegia la prudenza o una navigata diffidenza. Ma la prudenza può cominciare a essere un valore sostanzioso, per lettori e lettrici sfiniti dai falsi allarmi e dalla gara alle esagerazioni (“si scatenerà l’inferno”).

Fine di questo prologo.


domenica 24 Maggio 2026

Sei settimane al Post

Anche quest’anno il Post ospiterà a settembre e ottobre uno stage/workshop retribuito in redazione, destinato a sei candidati e candidate, in collaborazione con la Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori e col Premio Mario Formenton: con l’obiettivo di “trasmettere e diffondere quello che il Post ha imparato in questi anni e di alimentare un ricambio e un rinnovamento di osservazioni e approcci tra chi farà i giornali tra un anno, cinque o dieci”. Chi abbia tra i 20 e i 26 anni può trovare maggiori informazioni qui.


domenica 24 Maggio 2026

Altri annunci personali

A contendere all’editore Cairo il primato di immagini e articoli che solo il Corriere della Sera decide di offrire a una persona, continua a esserci la deputata Michela Vittoria Brambilla, alle cui iniziative il quotidiano dedica sempre un’attenzione unica tra tutte le testate italiane.


domenica 24 Maggio 2026

Annunci personali

Il Corriere della Sera ha ricordato venerdì ai suoi lettori che il giorno prima era stato il compleanno del proprio editore Urbano Cairo, riferendone in un articolo in testa a pagina 19 dedicato alla partecipazione dello stesso Cairo a un programma radiofonico. U na fotografia dell’editore era stata ospitata sul Corriere già giovedì, e un articolo gli è stato dedicato di nuovo anche sabato.


domenica 24 Maggio 2026

Non benissimo

Ben il 55% dei partecipanti alla sessione di fine aprile dell’esame scritto per l’abilitazione alla professione giornalistica non è stato ammesso alla prova orale.


domenica 24 Maggio 2026

“Persone certificate”

Il nuovo proprietario della maggioranza del gruppo editoriale Monrif, Leonardo Maria Del Vecchio, è intervenuto con un breve discorso alle celebrazioni per i 70 anni del Giorno (che Monrif pubblica assieme alla Nazione, al Resto del Carlino e al Quotidiano Nazionale).


domenica 24 Maggio 2026

Rimettere in carreggiata

Il sito di Repubblica ha riconfezionato un articolo dopo aver preso per vera una falsa lettera del tennista Carlos Alcaraz diretta al suo collega Jannik Sinner (l’errore originale è rimasto invece su altri siti che distribuiscono i contenuti di Repubblica).


domenica 24 Maggio 2026

Pubblicità controproducenti

Abbiamo raccontato in passato con alcuni esempi gli incidenti spiacevoli che possono capitare quando vengono esclusi controlli e attenzioni sulla prossimità tra determinati contenuti pubblicitari e determinati contenuti giornalistici. Qualche giorno fa il conduttore televisivo Mauro Casciari ne ha segnalato uno particolarmente sfortunato sul sito del Corriere della Sera.


domenica 24 Maggio 2026

Appeasers

In un intervento organizzato a New York dall’università di Yale, l’editore del New York Times A.G. Sulzberger ha criticato la connivenza degli editori che stanno cedendo alle richieste e alle repressioni dell’amministrazione Trump, e anche la pavidità di quelli che non stanno seguendo il New York Times nella sua causa legale (“non vale la pena combattere tutte le battaglie”, gli avrebbero detto alcuni di loro, e “si rischiano delle ulteriori ritorsioni”) contro l’amministrazione e il ministero della Difesa che ha limitato l’accesso dei giornalisti alle informazioni che lo riguardano.


domenica 24 Maggio 2026

Koudri per Koudri

Il sito Facta ha raccontato la trascuratezza incosciente di alcuni giornali online che hanno pubblicato la foto di una persona indicandola come quella che la settimana scorsa ha investito e ferito gravemente molte persone nel centro di Modena, mentre evidentemente non lo era.

“Come ha scoperto Facta, l’uomo nella foto a colori non è il responsabile dei fatti di Modena. Il team legale di El Koudri ci ha confermato che la foto in questione, pubblicata da La Stampa e la Repubblica, non ritrae il loro assistito. Il 31enne arrestato, invece, è quello della foto in bianco e nero stile fototessera. Anche la Polizia ha confermato a Facta che soltanto la foto in bianco e nero mostra l’uomo che ha investito le persone a Modena.
Dopo che abbiamo segnalato a la Repubblica e La Stampa l’errore, in data 18 maggio, le due redazioni hanno modificato gli articoli con la foto corretta ed eliminato molti dei propri post sui social che riportavano la foto sbagliata. Su X, tuttavia, è ancora presente un post di Repubblica con l’immagine errata. Lo scambio di identità è rimasto sulle homepage delle due testate per circa 48 ore.
Secondo la ricostruzione di Facta, l’errore sembra essere nato da un caso di quasi omonimia. Le redazioni avrebbero preso la foto dal profilo Instagram di un utente chiamato “Salim Koudri”, che al momento risulta non più attivo. Nome molto simile a quello dell’uomo arrestato (“Salim El Koudri”).

Questa disattenzione ha poi dato il via alla diffusione di disinformazione islamofoba. Il 17 maggio, l’account Instagram di estrema destra imperium.veritas ha pubblicato un carosello con foto e commenti (in arabo) di un profilo presente sul social media di Meta, sostenendo si trattasse dell’uomo che ha compiuto l’attacco di Modena. Nella prima slide è presente proprio la foto erroneamente diffusa da la Repubblica e La Stampa. Nelle slide successive si vedono altre immagini della stessa persona (prese dal profilo in questione) e suoi commenti in arabo con preghiere rivolte ad Allah. Il post di imperium.veritas sembra quindi voler collegare i fatti di Modena all’Islam. Un legame che ad oggi le indagini degli inquirenti non hanno confermato, specificando che non sono stati riscontrati segnali di radicalizzazione” .


domenica 24 Maggio 2026

Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile

Anche questa settimana è stata data notizia di una condanna per diffamazione di giornali e giornalisti che erano stati denunciati da un magistrato. Sentenza su cui non abbiamo elementi per aggiungere valutazioni, ma si nota la frequenza con cui questo genere di cause vengano vinte quando sono state intentate da colleghi degli emettitori di sentenze. Il Tribunale di Brescia ha condannato la giornalista ed ex parlamentare Tiziana Maiolo e l’editore del quotidiano Il Riformista per un articolo del 2020 ritenuto diffamatorio nei confronti del magistrato Fabio De Pasquale (l’articolo citava un’antica accusa nei confronti di De Pasquale). La sentenza ha imposto la pubblicazione di un breve estratto sui quotidiani Repubblica Corriere della Sera, oltre che sul Riformista.


domenica 24 Maggio 2026

Prima vedere cammello

Nella sua newsletter su business e tecnologie digitali, Ben Werdmuller (imprenditore, giornalista e Senior Director of Technology” del giornale online ProPublica) è tornato sul ciclico argomento dei micropagamenti per i contenuti dei giornali online: ovvero la possibilità di acquistare singole copie o singoli articoli piuttosto che avere solo l’offerta di un abbonamento a lunga scadenza, possibilità spesso richiesta da lettori e utenti.
Werdmuller ha aggiunto alle ragioni consuete e note sulla non convenienza economica dei micropagamenti, per le aziende giornalistiche, una considerazione sulle conseguenze negative del modello sulla qualità dei contenuti giornalistici. Per i giornali, dice, legare il ricavo economico all’interesse dei potenziali clienti per uno specifico articolo o una specifica copia porterebbe a investire ancora sull’attrattiva del click bait e di contenuti confezionati in modo da generare il singolo occasionale acquisto piuttosto che a costruire un rapporto di fiducia duraturo e più proficuo.