Estratti della newsletter sul dannato futuro dei giornali.
domenica 1 Febbraio 2026
Dal 19 febbraio, in settimane che richiedono ancora più del solito informazione e conoscenze accurate sugli argomenti della Giustizia, inizia una nuova serie di incontri online del Post nel format delle “10 lezioni”: 10 lezioni sulla Giustizia, con cui il Post prosegue il suo lavoro giornalistico dispiegato anche fuori dal sito web, con i libri e la rivista, con gli eventi pubblici, con i podcast e le newsletter, e con le lezioni online.
domenica 1 Febbraio 2026
Il famoso e popolare scrittore Roberto Saviano ha pubblicato venerdì sul quotidiano Repubblica un suo intervento sul prossimo referendum di riforma costituzionale. La scelta è stata notata perché Saviano aveva lasciato Repubblica nel 2021 per diventare un collaboratore del quotidiano rivale, il Corriere della Sera, dopo l’acquisizione di Repubblica da parte della società Exor della famiglia Elkann Agnelli. Ma in questi anni le cautele del Corriere della Sera nel mantenere buoni rapporti con la maggioranza di governo hanno imposto a Saviano di occuparsi quasi solo di criminalità organizzata o di altri fatti di cronaca, e mai di questioni su cui Saviano stesso è più critico e polemico nei confronti del governo (soprattutto nei confronti di Giorgia Meloni e Matteo Salvini, con cui ha avuto anche agguerriti scontri giudiziari): per esprimere la sua opposizione sul referendum ha quindi trovato di nuovo ospitalità su Repubblica.
domenica 1 Febbraio 2026
Il New York Times ha spiegato in un breve articolo la propria attenzione sull’uso di termini che possono avere precisi significati formali e giuridici accanto a quelli che usiamo più genericamente nel linguaggio di ogni giorno: insistendo che l’accuratezza del proprio lavoro giornalistico richieda che le parole siano scelte in base alla loro corrispondenza a fatti verificati, e non per il trasporto e il coinvolgimento emotivo – per quanto legittimi siano – che le possono suscitare.
“In a politically polarized environment, with declarations of certainty all around, we have to capture the magnitude of a situation without saying more than we know. Our goal is to be as precise as we can, to be especially careful with word choice and steer away from language that takes sides or conveys an opinion.
Readers might see references elsewhere to the “murder” of Mr. Pretti or Ms. Good, but that word has a clear and significant meaning in law enforcement and the legal system. We do not use it unless a formal charge has been made or a court has found that a killing was, indeed, a murder.
We also hear from those who want to see the word “execution” in our news report. But that, too, has a distinct definition — putting someone to death as a legal penalty — and we don’t want to dilute its meaning by using it when that’s not the case.
When videos purport to show an event, we must take care to evaluate and verify that what we’re seeing is the full picture. Could the images have been manipulated? Do other angles show something different ? What precipitated the volatile scenes we’re seeing on social media?
Our language must account for what we don’t know as much as for what we do. Initially, we reported that the footage of Mr. Pretti’s shooting “appeared” to contradict the Trump administration’s account. As we learned more about the events surrounding the situation and analyzed video from multiple angles, our language on that point became more definitive.
The Times is careful not to take on the role of prosecutor, defender or judge, even when we’re holding powerful people or institutions to account. We seek to present — but not adjudicate — the facts in hand. We reveal all the facts we can uncover; we don’t present evidence to support a case. We uncover wrongdoing; we don’t declare guilt or innocence”.
domenica 1 Febbraio 2026
Qualche mese fa i media internazionali avevano scoperto una storia francese assai nota ai parigini, quella dell'”ultimo strillone”: un venditore di giornali stradale della Rive gauche, Ali Akbar, molto popolare e amato. Ed era stata annunciata la scelta del presidente Macron di attribuirgli un’onorificenza nazionale, e questa settimana c’è stata la cerimonia.
domenica 1 Febbraio 2026
In una puntata del programma televisivo Otto e mezzo , giovedì, è stato ospite Leonardo Maria Del Vecchio, ricchissimo imprenditore che ha ottenuto varie notorietà negli ultimi mesi, e nelle ultime settimane per il suo ingresso nell’editoria giornalistica: ha infatti acquistato la maggioranza della società che pubblica i quotidiani Nazione, Resto del Carlino e Giorno, e il 30% di quella che possiede il Giornale. C’era quindi interesse per questa sua presentazione televisiva, da cui non sono uscite grandi chiarezze o visioni, fin qui, e che gli ha procurato commenti piuttosto severi online (si sono molto astenuti dal commentare i quotidiani tradizionali, più attenti ai rapporti di potere economico italiani).
domenica 1 Febbraio 2026
David Brooks, uno dei più popolari e noti columnist nei media statunitensi, lascerà il New York Times dopo ventidue anni. Brooks è sempre stato un autore con una specifica e rara identità negli spazi delle opinioni giornalistiche, dedicato ad affrontare temi sociologici e a volte intimi e personali sulla popolazione americana da posizioni di “buon senso” e con un orientamento politico di conservatorismo moderato, che nell’ultimo decennio lo ha reso un raro rappresentante dell’elettorato Repubblicano molto critico nei confronti di Trump. Questa newsletter lo aveva citato in un paio di occasioni. Adesso, con un lungo articolo sulle condizioni degli Stati Uniti e con i suoi consueti toni sconfortati e ottimisti insieme, ha annunciato di avere accettato una docenza universitaria a cui dedicarsi nella speranza che quello possa essere un ambito costruttivo. Il New York Times lo ha ringraziato e salutato con molti elogi. Nel frattempo però la testata dell’ Atlantic ha fatto sapere che Brooks diventerà un proprio collaboratore fisso, passaggio che Brooks non ha finora spiegato (sia il New York Times che l’ Atlantic hanno posizioni liberal ed estesamente critiche dell’amministrazione Trump).
domenica 1 Febbraio 2026
In una contraddizione piuttosto frequente nei quotidiani italiani, il Corriere della Sera ha promosso ed enfatizzato un paragone sulla enorme frana di Niscemi, in corso in questi giorni, e la frana del Vajont del 1963, salvo criticare quel paragone il giorno seguente. Quello che si nota in questi casi è la differenza di priorità tra chi titola degli articoli privilegiando ogni possibile sensazionalismo, esagerazione e drammatizzazione, e chi in redazione è capace di conoscenza e lucidità nella valutazione esperta delle cose (in questo caso Gian Antonio Stella, storico reporter del giornale sui casi di cronaca italiana). Nel primo caso si sceglie di usare in un titolo un virgolettato che aumenta ulteriormente l’allarme e la dimensione della catastrofe («peggio del Vajont»), forzando una dichiarazione tra l’altro molto più fattuale e delimitata (« tecnicamente siamo quasi una volta e mezza la quantità di montagna e di territorio e di massa franosa che è caduta rispetto a quella del Vajont »). Nel secondo si interviene 24 ore dopo citando en passant il paragone come una sciocchezza, ma con un titolo che di nuovo investe sulla polemica, opposta.


domenica 1 Febbraio 2026
Benché le repressioni dell’amministrazione Trump nei confronti dei mezzi di informazione che non gli sono fedeli rischino di non sorprendere più, quello di venerdì scorso è stato uno sviluppo che ha superato un’ulteriore asticella di rispetto del giornalismo e della libertà di espressione. Agenti della Homeland Security hanno arrestato due reporter, uno dei quali è un famosissimo ex giornalista televisivo di CNN (da cui è stato licenziato non bene un paio di anni fa), Don Lemon.
Lui e Georgia Fort sono stati arrestati e successivamente rilasciati per essere stati presenti a una manifestazione di protesta contro un parroco accusato di collaborare con gli agenti ICE in una chiesa in Minnesota lo scorso 18 gennaio. Sia Trump che la ministra della Giustizia Pam Bondi hanno festosamente celebrato l’arresto di Lemon, che è stato attaccato spesso da Trump in passato. L’accusa contro di loro è di avere partecipato a quella manifestazione violando una legge che protegge le riunioni nei luoghi di culto: Lemon e Fort hanno risposto alle accuse molto battaglieramente, spiegando di essersi trovati nella chiesa a fare il loro lavoro e accusando l’intimidazione dell’amministrazione. Altre proteste sono state diffuse da molti loro colleghi e altre testate, compresa CNN (Lemon lavora oggi con un suo progetto di informazione online).
domenica 1 Febbraio 2026
Nel frattempo l’ex deputata Melania Rizzoli ha cancellato da Instagram l’avventato post sulla trattativa tra SAE e GEDI intorno alla Stampa, di cui avevamo scritto la settimana scorsa. Qualcuno si è evidentemente preoccupato di restituire una soglia minima di serietà ad affari di questa importanza e delicatezza.
domenica 1 Febbraio 2026
Una preoccupazione ulteriore circolata nell’ultima settimana nella redazione della Stampa è che la proprietà sia poco chiara sui conti del giornale e che abbia intenzione di sfruttare le sinergie con Repubblica – i due quotidiani appartengono entrambi al gruppo GEDI – per rendere più rassicuranti i bilanci di quest’ultima a scapito di quelli della Stampa, e favorire la cessione ritenuta più importante e preziosa, quella trattata col gruppo greco Antenna. Questo timore si aggiunge a una non nuova impressione che la vendita pubblicitaria della concessionaria del gruppo abbia spesso dato maggiori priorità a Repubblica e ai suoi conti. E in queste settimane in cui stanno saltando tutte le diplomazie, tutto è stato esplicitato in un comunicato del Comitato di redazione della Stampa pubblicato sabato.
“Ieri a fronte di una foliazione nazionale di 32 pagine abbiamo contato una sola pagina intera di pubblicità: come il giorno prima, come tanti altri giorni di questa settimana, di questi mesi, di questi anni potremmo anche dire. Ancora domenica scorsa 48 pagine di foliazione nazionale ed una sola pagina intera di pubblicità, idem l’ultimo numero di Tuttolibri. Se invece guardiamo Repubblica, con una accelerazione in questa fase decisamente sospetta, escono tutt’altri conteggi. Lo squilibrio è evidente e per noi decisamente avvilente visto che la Stampa, sia in termini di vendite in edicola sia come qualità del prodotto, non merita questo trattamento. Come Cdr lo abbiamo segnalato più volte.
Questo è un fatto che ci ferisce, che ci indigna profondamente, che riconferma un dato di fatto per noi incontrovertibile, ovvero che la nostra concessionaria di pubblicità – ma crediamo che in ultima analisi la responsabilità sia del gruppo editoriale nella sua interezza – non valorizza come secondo noi dovrebbe fare il “prodotto la Stampa”.
Le trattative in corso porteranno al definitivo smantellamento di quello che era stato presentato come il più grande gruppo editoriale del Paese: sia l’azionista Exor, che lascia il campo in maniera ai nostri occhi indecorosa per come si è sviluppata la vicenda, sia Gedi hanno evidentemente fallito la loro missione. Saranno anche stati anni difficili per il nostro settore (pubblicità compresa) ma siamo convinti che il lavoro di centinaia di giornalisti e poligrafici non venga valorizzato a sufficienza” .
domenica 1 Febbraio 2026
“L’annunciata vendita del gruppo Gedi, intero o a pezzi, continua ad essere avvolta nel mistero […] Questo a ridosso del 31 gennaio, data in cui dovrebbe concludersi la già rinnovata trattativa esclusiva tra Exor e Antenna group che va avanti da ben cinque mesi”.
L’inizio del comunicato di venerdì del Comitato di redazione di Repubblica riassume esattamente la spaesante confusione che prosegue intorno alla vendita del gruppo editoriale GEDI. Gennaio è passato, e non solo l’ipotesi di cessione alla società greca Antenna non si è concretizzata, ma non è emerso nessun nuovo dettaglio o sviluppo sul suo percorso e sulle sue prospettive, con entrambe le società estranee a un dibattito pubblico che è costituito solo da disorientati comunicati delle redazioni (nel frattempo non c’è stata nessuna evoluzione nemmeno sull’ancora più goffa e recente ipotesi di vendita del quotidiano La Stampa alla società italiana SAE).
domenica 1 Febbraio 2026
Le cose stanno mettendosi molto male al Washington Post, uno dei giornali più famosi del mondo e uno dei quattro quotidiani “nazionali” degli Stati Uniti, che per qualche anno era sembrato potesse essere un modello di resurrezione e ritrovati ruolo e competitività tra le testate tradizionali.
Quello che è successo è che gli investimenti del ricchissimo editore Jeff Bezos, assieme ai battaglieri impegni del giornale contro Donald Trump, hanno permesso una grande crescita di abbonamenti e di ricavi che si è però arrestata a un certo punto, due anni fa, avendo forse raggiunto una saturazione del suo possibile pubblico. A quella prima crisi si è aggiunta l’esibita richiesta di Bezos di capovolgere gli atteggiamenti del giornale nei confronti di Trump, richiesta dispiegata in modi maldestri e ulteriormente controproducenti. Con grosse perdite di abbonati e di ricavi, e ridimensionamenti delle ambizioni del giornale. Che oggi resta in gran parte critico dell’amministrazione Trump ma con inserimenti diffusi di posizioni più indulgenti o favorevoli, in particolare nella redazione delle opinioni.
Niente di tutto questo sta facendo bene alla salute economica del giornale, e in questi giorni circolano sostanziose anticipazioni di grandi riduzioni dei costi e delle redazioni (quella sportiva e quella degli esteri, sicuramente), con preoccupazioni e proteste. Ne hanno scritto il popolare giornalista Nate Silver sulla sua newsletter e il New York Magazine.
domenica 1 Febbraio 2026
I conflitti tra il sistema di regole giuridiche che avevamo costruito fino a quarant’anni fa e le imprevedibili fattispecie e occasioni che si sono create con le trasformazioni digitali continuano a essere in gran parte irrisolti. Le comprensibili e umane insistenze a ricondurre a quelle regole contesti e cambiamenti radicali, e a voler giudicare le cose di quest’epoca con i criteri e i precedenti di un’altra mostrano continui fallimenti. Questa difficoltà è alla base delle riflessioni fatte dagli avvocati Carlo Melzi d’Eril e Giulio Vigevani sul Sole 24 Ore a proposito dei problemi giuridici relativi al provvedimento con cui un giudice milanese ha vietato a Fabrizio Corona – indescrivibile personaggio del circense panorama pubblico italiano – di pubblicare online qualunque contenuto che riguardi il direttore editoriale del settimanale Chi, Alfonso Signorini, che lo aveva denunciato e aveva richiesto l’intervento.
Ma rispettando le giuste considerazioni di Melzi d’Eril e Vigevani sul rispetto delle regole così come esistono, si può comunque aggiungere un paio di pensieri su quelle regole e sul senso di alcune idee condivise che riguardano il giornalismo.
La prima, segnalata giustamente in conclusione dagli autori di quell’articolo, riguarda l’esistenza stessa di un Ordine dei giornalisti e un’idea anacronistica su chi svolga un lavoro di informazione. La pretesa di alcuni responsabili di quell’Ordine che chi ne faccia parte goda di esenzioni e protezioni esclusive rispetto alle valutazioni sulla diffamazione e sull’accuratezza non ha oggi più nessun senso, se lo ha mai avuto. Significherebbe che se Corona avesse un regolare tesserino da giornalista – possibilità piuttosto accessibile e realistica per una persona con la sua biografia – il giudizio sulla sua censura dovrebbe essere ribaltato. Significa che il valore diffamatorio di quello che si dice, o la sua falsità, non determinano le decisioni di un giudice: le determinano chi sia che dice quelle cose (e non sosterremo che gli iscritti all’albo dei giornalisti non siano capaci di falsità o diffamazione, vero?). E che, viceversa, una persona che svolga un accurato e utile occasionale compito di informazione sia più debole nei confronti dei team legali di una grande società rispetto a una che sia iscritta all’Ordine.
Il secondo pensiero lo abbiamo descritto altre volte qui: come tutte le libertà, anche la libertà di informazione conosce dei limiti. Che le istituzioni democratiche – parlamenti, magistrature – non possano intervenire a limitarla è una sciocchezza: avviene in alcuni casi nel nostro ordinamento (si pensi al segreto di stato) e in molti altri in diversi ordinamenti (nel Regno Unito i giudici vietano di frequente la pubblicazione di nomi e informazioni relativi a indagini in corso o a processi, per oculata tutela di persone coinvolte o del pubblico). Non c’è niente di scandaloso in questo: la si può pure chiamare suggestivamente “censura”, ma è una censura legittima e saggiamente prevista dagli ordinamenti. Poi sulla sua applicazione corretta in questo caso si può discutere (come sul potere legale di certe grandi aziende), ma non c’è nessuno scandalo nel valutare gli equilibri tra diritto di informazione e tutela delle persone.
Fine di questo prologo.
domenica 25 Gennaio 2026
La Corte d’appello di Firenze ha annullato una sentenza di due anni fa che aveva dato ragione al senatore Matteo Renzi in una causa per diffamazione contro il Fatto, sostenendo che la successione di insulti che il giornale gli aveva rivolto “costituisce espressione della libertà di informazione”. La sentenza ritiene che quelle definizioni siano state usate in senso tecnico zoologico: “l’accostamento alla cozza (o mollusco) quale microrganismo avente la funzione nell’ecosistema di assorbire sostanze tossiche e trattenerle”.
domenica 25 Gennaio 2026
Un giudice statunitense ha ordinato che i funzionari del governo si astengano dall’indagare il contenuto degli apparecchi sequestrati a una giornalista del Washington Post nell’ambito di un’indagine su un uomo che l’aveva contattata: ne avevamo scritto domenica scorsa. Gli avvocati del Washington Post hanno chiesto che sia restituito tutto, una decisione è attesa per la fine del mese prossimo, ma intanto il giudice ha ritenuto che il giornale abbia buoni argomenti per chiedere che non sia toccato nulla.
domenica 25 Gennaio 2026
Il fact checker è un ruolo di storica importanza all’interno delle redazioni, connaturato alle funzioni stesse del giornalismo. Chi “controlla i fatti” ha la responsabilità di verifiche finali sugli articoli che vengono pubblicati: è un ruolo che è sempre stato raro nelle testate italiane (in parte interpretato da quelli che da noi sono detti “correttori”, destinati soprattutto a verifiche sulla forma) e che oggi è scomparso quasi del tutto, mentre diverse tra le più autorevoli testate internazionali ne mantengono funzioni e importanza. Queste funzioni sono molto preziose e negli scorsi decenni sono state spesso assunte da siti o esperti esterni a valle della pubblicazione, per supplire appunto a verifiche insufficienti all’interno di alcune redazioni. Proprio per la loro indiscutibile importanza, connaturata al giornalismo stesso, è interessante da segnalare la rivendicazione in senso opposto di un articolo di commento pubblicato sabato sul Giornale.

domenica 25 Gennaio 2026
Steve Scherer ha lavorato come giornalista per l’agenzia di stampa Reuters per ventotto anni, con un lungo periodo in Italia: poi è diventato capo dell’ufficio di corrispondenza in Canada e poco dopo è stato licenziato in un piano di riduzione dei costi. Oggi fa l’autista per Uber in Virginia: ha raccontato la sua storia su Substack.
domenica 25 Gennaio 2026
Sabato un articolo di Repubblica ha riferito di una nuova accusa (è ancora aperta un’indagine di cui si era parlato negli anni scorsi) nei confronti di Leonardo Maria Del Vecchio, nuovo editore dei quotidiani del gruppo Monrif e socio del Giornale .
“La sequenza risale alle 12.49 del 16 novembre scorso. La Ferrari Purosangue 222 continua ad accelerare e a mangiarsi la Tangenziale est di Milano a tutta velocità in direzione sud. Il guidatore ha fretta e decide di oltrepassare il traffico intenso procedendo a zig-zag. Sorpassi a sinistra e a destra finché, durante uno dei salti dalla corsia di sinistra a quella centrale, il muso del bolide non urta con il posteriore di una Bmw 530 e innesca una carambola, con le due auto che sbattono più volte contro il guard-rail prima di riuscire ad accostare in corsia di emergenza. I sanitari dell’ambulanza bussano prima al finestrino della Ferrari: i due uomini all’interno stanno bene, il guidatore (un giovane dai lunghi capelli neri con barba folta) chiede di sincerarsi delle condizioni dell’altra autista: è la 58enne Rosangela P., al volante della Bmw, ad essere ammaccata. Finirà al San Raffaele in codice verde.
Ma quando arriva la volante della Polstrada, mezz’ora dopo il botto, lo scenario è cambiato. Nell’abitacolo della Ferrari gli agenti trovano un signore coi capelli a spazzola e il viso rasato: si chiama Daniele O., ha 53 anni, ha lavorato fino a due anni fa come “asset protection” a Luxottica e non riesce a mettere in moto — il pulsante premuto aziona i tergicristalli — né a recuperare dal cruscotto il libretto. La targa rimanda al proprietario, Leonardo Maria Del Vecchio, e così il racconto dell’infermiere, che poi riconoscerà in foto il conducente. La visione delle telecamere rivelerà il resto: l’arrivo di Daniele O. pochi minuti dopo l’incidente, la sua auto posteggiata momentaneamente cento metri più avanti, il soccorso dell’ambulanza e infine la discesa dei due uomini dalla Ferrari Purosangue. Lasciano il posto a Daniele O. e salgono sulla Bmw. Poi ripartono, senza aver mai allertato il 112″.
domenica 25 Gennaio 2026
Sempre avendo presente la precarietà di alcuni degli scenari che abbiamo descritto, vediamo anche come sarebbero raffigurabili le proprietà delle maggioranze dei primi dieci quotidiani italiani per diffusione se venissero confermate le ipotesi attuali.
Corriere della Sera – Urbano Cairo, con posizioni filogovernative per ragioni di opportunità economicaRepubblica – società greca Antenna, in buone relazioni con Donald Trump e con Mohammed bin SalmanStampa – SAE, in amichevoli e fruttuose relazioni con gli establishment editoriali e politici di centrodestraSole 24 Ore – ConfindustriaResto del Carlino – Leonardo Del Vecchio, socio del Giornale del deputato leghista Antonio AngelucciMessaggero – Franco Caltagirone, costruttore e banchiere di grandi poteri e accorte relazioni col centrodestraGazzettino – Franco Caltagirone, costruttore e banchiere di grandi poteri e accorte relazioni col centrodestraNazione – Leonardo Del Vecchio, socio del Giornale del deputato leghista Antonio AngelucciDolomiten – Famiglia Ebner, protagonista dello storico partito di potere altoatesino, SVPGiornale – Antonio Angelucci, deputato della Lega, e Leonardo Del Vecchio
domenica 25 Gennaio 2026
Gli scenari – ancora suscettibili di sovversioni – che si mostrano in questo momento sono di un’ulteriore estensione del già diffuso modello italiano che vede come editori dei maggiori quotidiani imprenditori di fortune economiche legate ad altri settori e privi di competenze e attenzioni sia sulla natura dei giornali e del giornalismo, che del loro ruolo di servizio pubblico, che delle trasformazioni delle loro funzioni e dei loro business, che delle prospettive dell’innovazione nell’ambito delle aziende giornalistiche e della loro sostenibilità economica. Per farsi un’idea: nessuno dei nuovi editori di quotidiani dell’ultimo decennio ha portato nel panorama giornalistico italiano una sola novità rilevante, promettente, di qualche visione intorno ai cambiamenti di questi decenni. L’espressione ormai antica “digital first” nel 2026 non è stata concretizzata da nessuna delle grandi testate tradizionali.
Per farsi un’altra idea: nessun editore italiano ha spostato le priorità di ricavo dalla pubblicità verso gli abbonamenti, direzione in cui si sono mossi o si stanno muovendo quasi tutti i maggiori progetti internazionali. Nei migliori dei casi – rari – si sono protette le fragili e novecentesche economie di progetti giornalistici straordinariamente tradizionali e conservatori. Che può non essere necessariamente un approccio del tutto fallimentare, in un paese anagraficamente anziano e culturalmente resistente all’innovazione sia nel suo pubblico che nel suo mercato, ma di sicuro non contribuisce ad attenuare questa resistenza o a creare modelli economicamente o giornalisticamente moderni, capaci di invertire i presenti declini.
domenica 25 Gennaio 2026
Una assai simbolica implicazione collaterale dell’operazione di vendita a Del Vecchio dei quotidiani del gruppo Monrif è che Andrea Riffeser Monti, il capo della federazione degli editori di giornali FIEG – ovvero il maggiore rappresentante degli interessi delle aziende giornalistiche italiane, attivo soprattutto nella frequente richiesta di contributi pubblici –, la propria azienda giornalistica ha deciso di venderla.
domenica 25 Gennaio 2026
Nelle spaesanti settimane di queste trattative è successo di tutto, dal racconto di un nuovo giornale di cui diverrebbe direttore l’ex portavoce del M5S Rocco Casalino alle più varie voci e ipotesi dietrologiche sulle seconde e terze intenzioni delle trattative in questione. A un certo punto è entrato tra i protagonisti anche un altro imprenditore, inaspettato benché abitualmente assai visibile nelle pagine economiche e non solo dei giornali: Leonardo Maria Del Vecchio, ricchissimo erede delle fortune imprenditoriali costruite da suo padre con l’azienda che oggi si chiama EssilorLuxottica, e titolare di altre imprese finanziarie (condizioni che condivide con l’attuale editore di GEDI). Del Vecchio si era prima candidato ad acquistare GEDI ma Exor lo aveva ignorato, e allora aveva comprato il 30% del Giornale, quotidiano la cui maggioranza è posseduta dal deputato leghista Antonio Angelucci. E poi aveva rivelato una trattativa per comprare la maggioranza della società Monrif (dalla famiglia Riffeser Monti) che possiede i quotidiani Resto del Carlino, Nazione e Giorno, e la testata nazionale che condividono, Quotidiano Nazionale. L’acquisizione è stata data per conclusa questo giovedì. Monrif aveva lasciato la quotazione in borsa un anno fa.
domenica 25 Gennaio 2026
Un dettaglio assai rappresentativo di un approccio alle trattative non esattamente professionale e rassicurante da parte di SAE è arrivato mercoledì da un post su Instagram di Melania Rizzoli, vedova dell’editore Angelo Rizzoli, ex deputata di Forza Italia e membro del consiglio di amministrazione del Giornale, quotidiano di proprietà del deputato leghista Antonio Angelucci (nel post precedente Rizzoli si era mostrata a pranzo col direttore del Giornale Tommaso Cerno). Con trattative e valutazioni ancora del tutto in corso Rizzoli ha pubblicato una propria foto assieme a un sorridente Leonardis raccontando di una festosa cena tra amici in un elegante ristorante milanese per celebrare l’acquisizione della Stampa – ancora da avvenire – da parte del suo amico Alberto Leonardis (che in un altro post ha indicato come “presidente della Stampa“).
“Ieri sera cena con brindisi in onore di ALBERTO LEONARDIS
Presidente e Ad di SAE che in giornata ha concluso l’acquisizione de LA STAMPA, lo storico quotidiano appartenuto alla famiglia Agnelli, e da ieri passato al Gruppo SAE, già proprietario di testate locali come Il Tirreno e La Nuova Sardegna .
La trattativa esclusiva dell’acquisto portata avanti da un editore di mestiere include gli asset collegati e le rotative ed aggiunge una prospettiva a lungo termine di un progetto industriale solido […]
Grazie all’editore #AlbertoLeonardis per l’operazione e per aver condiviso l’evento con i 12 amici presenti alla cena.
Buon lavoro e lunga vita ai quotidiani!
L’Editoria è nel Dna della Storia Italiana ed un vanto del settore industriale e culturale nazionale.
Grazie ad Arturo Artom per l’organizzazione dell’evento al ristorante VOCE di piazza della Scala a Milano”.
domenica 25 Gennaio 2026
La redazione di Repubblica ha ormai una più lunga bibliografia di comunicati, e quindi è arrivata a un punto in cui ha concretizzato qualche richiesta più definita: martedì ha proposto che per il giornale si crei una struttura societaria che coinvolga una fondazione indipendente e anche gli stessi giornalisti, citando alcuni casi europei, assai diversi tra loro: considerate le condizioni storiche assai differenti e decisamente più avvedute dei paesi che ospitano quei giornali e quelle culture giornalistiche, appare poco realistico che benintenzionate strutture di quel genere possano costituirsi in Italia. Ma appare ancora meno realistico che Exor e l’eventuale acquirente greco prendano in considerazione proposte così radicali e lontane dai propri interessi.
domenica 25 Gennaio 2026
Il secondo quotidiano di GEDI (che negli anni scorsi aveva venduto tutti gli altri, con l’eccezione del piccolo quotidiano di Ivrea, la Sentinella del Canavese, ora in corso di vendita a un editore pugliese) è la Stampa, storica testata torinese con ondivaghe ambizioni e inclinazioni nazionali. Ragioni poco spiegate – in parte un disinteresse dei greci di Antenna, in parte una condizione finanziaria e di diffusione più problematica, in parte le proposte di altri interessati – hanno portato a scorporare la vendita della Stampa da quella delle altre proprietà ( Repubblica, HuffPost, Radio Deejay, Radio Capital, m2o). Una trattativa è stata condotta – con impressioni di concretezza e serietà – con il gruppo editoriale veneto che si chiama NEM, creato qualche anno fa per acquisire proprio da GEDI diversi quotidiani locali del Nordest. NEM ha come soci alcuni potenti imprenditori veneti guidati da Enrico Marchi, e malgrado visioni ancora da chiarire e definire sul futuro dell’informazione e dei propri giornali, ha una sua solidità economica e imprenditoriale.
Ma questa settimana, all’improvviso, Exor ha annunciato di avere spostato i suoi favori verso un altro acquirente interessato, la società SAE guidata da Alberto Leonardis. Anche SAE si era creata per acquistare delle testate locali da GEDI, ma la sua solidità è molto più dubbia e le sue competenze sull’editoria giornalistica ancora più fragili: col maggiore dei quotidiani acquistati – il Tirreno di Livorno – l’azienda è in uno scontro che dura da mesi, ricevendone accuse piuttosto sostanziate di mancanza di progetti e sventatezza di scelte (oltre che di comportamenti antisindacali) che hanno portato il Tirreno a essere il quotidiano con i maggiori declini di diffusione in tutta Italia e ad avere cambiato quattro direttori in quattro anni (probabilmente per attenuare questa cattiva impressione il direttore del Tirreno ha pubblicato venerdì un editoriale improvvisamente ottimista sulle prospettive del giornale). A capo di SAE c’è Alberto Leonardis, imprenditore che finora ha mostrato soprattutto efficaci capacità relazionali, aggregando intorno a sé investitori e soci nei suoi progetti, spesso a partire da reti di amicizie e rapporti più o meno interessati.
La decisione di Exor di scaricare NEM a favore di SAE sembra derivi da un’esigenza di NEM di maggiori garanzie e chiarezze sulle condizioni economiche della Stampa, che avrebbero convinto John Elkann ad affidarsi alle molto più vaghe offerte di SAE o a usarle per accelerare le cose: offerte che SAE deve ancora dimostrare di poter sostanziare con le risorse economiche e bancarie per acquistare la Stampa . E venerdì, con serietà e distacco più piemontesi, le fondazioni bancarie di cui si era fatto il nome a sostegno dell’operazione hanno fatto sapere di non voler essere coinvolte (il sottosegretario all’editoria Barachini, ex giornalista del Tirreno, aveva invece subito appoggiato il “piano di sviluppo concreto e ambizioso” di SAE).
Intanto Marchi si sarebbe molto irritato di essere stato scaricato, riferiscono diverse fonti in NEM, e non è escluso che la sua società resti coinvolta più o meno visibilmente nelle cose che succederanno.
Nel frattempo la redazione della Stampa è da oltre un mese completamente spiazzata e, come quella di Repubblica, ha diffuso successivi comunicati di allarme senza sapere bene cosa desiderare e cosa chiedere, in questo circo di padelle e di braci. Un ultimo comunicato è stato diffuso sabato sera dopo un incontro del Comitato di redazione con Leonardis.
“La redazione de La Stampa non firma cambiali in bianco a nessun compratore, chiunque sia, in una situazione di grande opacità della vendita, e non conoscendo i conti reali della Stampa e i reali bilanci determinati dalla presente proprietà. L’Assemblea delle giornaliste e dei giornalisti registra la trattativa esclusiva di Gedi con Sae e chiede che siano date garanzie scritte sul fatto che qualsiasi nuova proprietà non proceda ad alcuna cassa integrazione, rispetti tutti gli accordi aziendali in essere e non chiuda nessuna redazione.
L’Assemblea si aspetta che da parte della società acquirente venga presentato un progetto finanziario solido per garantire sia la fase iniziale sia lo sviluppo futuro. Chiediamo il rispetto della storica indipendenza e autorevolezza della testata e progetti credibili di sviluppo su carta, online e eventi con chiara distinzione tra contenuti e pubblicità. Inoltre, occorre avere chiarezza a proposito della compagine societaria con cui Sae intende rilevare la testata, al momento non ancora comunicata.
La redazione chiede di poter esser messa a conoscenza dei dati di bilancio degli ultimi anni de La Stampa che emergeranno dalla due diligence. Per tutte queste attività abbiamo deciso di rivolgerci a uno studio legale specializzato.
Per questo l’Assemblea dei redattori resta vigile e attenta e conferma al Cdr lo stato di agitazione e il pacchetto di 5 giorni di sciopero votato nelle scorse settimane” .
Su SAE le redazioni di Repubblica e Stampa si erano rispettivamente espresse in questi termini, nei propri comunicati:
– «le “imprese” italiane di Sae sono purtroppo note ai più»;
– «le nostre perplessità sulla solidità finanziaria di lungo periodo del gruppo Sae».
domenica 25 Gennaio 2026
Da ormai alcuni mesi è ufficiale l’intenzione di Exor di sbarazzarsi del gruppo GEDI, rivelatosi non solo un progetto economicamente fallimentare — col concorso della stessa inadeguata gestione di Exor — ma anche una complicazione sotto molti altri aspetti, malgrado una sostanziosa disciplina dei due quotidiani maggiori del gruppo nel promuovere gli interessi economici di Exor più espliciti. Ma all’annuncio di una trattativa molto avanzata e concreta con una grossa società greca, Antenna, non è seguito nessun aggiornamento ormai da alcune settimane: si era molto parlato di una chiusura entro la fine di gennaio, passate le celebrazioni per i cinquant’anni di Repubblica (la maggiore testata di GEDI), quindi potrebbero esserci sviluppi nei prossimi giorni. La dirigenza e la proprietà di GEDI hanno abituato a lunghi silenzi e riservatezze seguiti da annunci drastici e improvvisi, a cose fatte.
domenica 25 Gennaio 2026
Quando la società Exor controllata dalla famiglia Agnelli Elkann acquisì la maggioranza del gruppo editoriale GEDI il Post spiegò quello che era successo in un articolo intitolato “La storia più grossa in mezzo secolo di giornali italiani”. Quella storia, sei anni fa, si rivelò poi solo l’inizio di una storia destinata a diventare ancora più grossa e che oggi sta prendendo pieghe sia letterarie che preoccupanti: per l’apparente inadeguatezza di gran parte dello scenario editoriale intorno ai quotidiani italiani, e per l’impressione che un sistema molto carente in termini di qualità e rigore giornalistico, e bisognoso di progressi e investimenti in quella direzione, si stia muovendo invece in direzioni opposte, di incompetenza sull’innovazione e sulla contemporaneità e di dipendenza da logiche di potere economico e politico anacronistiche e che niente hanno a che fare con il bisogno di giornalismo qualificato che ha una democrazia, bisogno ancora maggiore in questi tempi difficili per le democrazie.
Questo prologo è insomma una giustificazione non richiesta per il fatto che Charlie – abitualmente attento soprattutto alle trasformazioni e alle vicende giornalistiche internazionali, assai più significative e illuminanti di quelle nazionali – oggi si occuperà molto di quello che sta succedendo convulsamente nelle proprietà delle maggiori testate giornalistiche italiane: è diventata una storia grossa, a prendere ancora sul serio le storie di questo paese.
Fine di questo prologo.
domenica 18 Gennaio 2026
Come aveva fatto già per la sua rivista Cose spiegate bene, il Post ha raccontato i numeri e i risultati del suo progetto editoriale Altrecose.
“Come avrete capito, stiamo descrivendo un settore – la non fiction straniera di divulgazione e informazione giornalistica e saggistica – che oggi ottiene una quota assai limitata delle attenzioni di chi compra libri, all’interno della già limitata quota di lettori di non fiction. Tra gli editori che pubblicano più spesso questo genere di libri, le aspettative di vendita sono solitamente tra le duemila e le seimila copie nei casi migliori, con rarissime eccezioni che le superano. Per fare qualche esempio tra i più noti di quest’anno: il libro postumo della protagonista del “caso Epstein” Virginia Giuffre è arrivato vicino alle ottomila copie; il dialogo tra Thomas Piketty e Michael Sandel tradotto da Feltrinelli ne ha vendute cinquemila; l’autobiografia di Anthony Hopkins ha venduto quattromila copie e quella di Bjorn Borg poche meno; il libro del regista Werner Herzog più di duemila; il discusso e molto promosso libro che si chiama Ipnocrazia è arrivato quasi a novemila copie”.
domenica 18 Gennaio 2026
Come abbiamo accennato parlando d’altro, è stata inaugurata a Roma una mostra dedicata ai cinquant’anni del quotidiano Repubblica: in questi giorni l’anniversario sta venendo estesamente celebrato anche sul quotidiano stesso, con molte pagine dedicate al racconto della sua storia e al recupero di contenuti dall’archivio (sabato una pagina ha messo insieme gli editoriali con cui si presentarono gli ultimi tre direttori – Calabresi, Verdelli, Molinari – che condividono anche di essere stati estromessi piuttosto brutalmente, soprattutto i primi due). Sempre sabato il giornalista Francesco Merlo ha intervistato Antonio Gnoli, titolare di una storica e ammirata rubrica di interviste sul supplemento culturale Robinson. Gnoli ha commentato con una sintesi piuttosto critica il recente prosperare su molti quotidiani del formato delle lunghe interviste a personaggi di longeve notorietà.

domenica 18 Gennaio 2026
Venerdì il quotidiano Messaggero ha pubblicato un editoriale molto aggressivo nei confronti di Pietro Salini, amministratore delegato della società Webuild, che già nel titolo era chiamato “ometto”. Mario Ajello, autore dell’articolo, tra gli altri attacchi nei confronti di Salini, gli ricordava che “il posto è occupato da chi opera da molto tempo prima. Ma lui non lo vede. O finge di non vederlo”, e se la prendeva anche con chi “sui giornali e nei media fabbrica incessantemente la sua gloria ed espande il suo io”.
L’anomala dimensione dell’attacco in prima pagina e queste particolari citazioni erano rese ancora più anomale – o più sfacciate – da un particolare essenziale: il Messaggero è un quotidiano di proprietà di Franco Caltagirone, famoso e potente costruttore romano concorrente di Webuild e protagonista delle più importanti vicende di potere finanziario italiano di questi tempi.
A spazientire l’editore Caltagirone, secondo un articolo del Fatto, sarebbe stata una celebrazione di Salini pubblicata dal Sole 24 Ore.
domenica 18 Gennaio 2026
È uscito mercoledì – al prezzo di due euro – il nuovo quotidiano cartaceo che si chiama ItalyPost, che era stato annunciato lo scorso ottobre, e di cui Charlie aveva così sintetizzato la genesi.
“ItalyPost è una società che attraverso diversi suoi brand e aziende pubblica alcuni siti di news soprattutto veneti, si occupa dell’organizzazione di eventi pubblici e convegni, di servizi alle imprese, e ha di recente acquistato una storica rivista di libri ed editoria, L’indice dei libri del mese. La società ha dichiarato un fatturato di 3 milioni e 300mila euro nel 2024 e un utile lordo “che supera il milione”: la sua maggioranza è di proprietà del fondatore Filiberto Zovico. La maggioranza del ramo che si occupa di eventi e festival, Post Eventi, è invece stata acquisita un anno fa dal gruppo editoriale NEM, lo stesso di cui si parla abbondantemente qui sopra (la vendita ha contribuito cospicuamente all’utile).
Tre settimane fa ItalyPost ha annunciato l’intenzione di creare un nuovo quotidiano, con lo stesso nome, di cui Zovico sarà direttore. Il primo numero dovrebbe uscire il 14 gennaio 2026″.
Il quotidiano si presenta come dedicato in particolare all’economia e a “imprese e territori”, ha 32 pagine, e per esempio venerdì aveva in prima pagina notizie di accordi economici europei sulla produzione di mezzi militari, su incentivi sull’energia, su un’azienda marchigiana di macchine da caffè e sull’azienda di moda di Alberta Ferretti (con una libertà nel descrivere la gravità di una crisi nel settore della moda piuttosto rara, per i quotidiani italiani abituati a riferire solo successi e celebrazioni del settore in questione).
domenica 18 Gennaio 2026
Ci sono cambiamenti e agitazioni a Politico, uno dei più importanti e riusciti progetti di informazione digitale americani di quest’epoca, oggi di proprietà della multinazionale editoriale tedesca Axel Springer. All’inizio della settimana è stato comunicato il licenziamento di una ventina di persone (Politico ha 750 dipendenti). E giovedì il direttore – e cofondatore – John Harris ha annunciato alla redazione che diventerà presidente della società e che il giornale sta cercando un nuovo direttore.
domenica 18 Gennaio 2026
Sono state pubblicate le motivazioni della sentenza che a novembre aveva ridotto la pena per Alessia Pifferi, condannata per la responsabilità nella morte della figlia di 18 mesi, avvenuta nel 2022. Nel testo delle motivazioni i giudici descrivono con grande severità le scelte dei media nella copertura della storia e il clima creato intorno a casi di cronaca come questo, che finisce per condizionare i processi stessi e la corretta applicazione della giustizia.
“Il «caso-Alessia-Diana-PIifferi» è divenuto per lo più oggetto di quel malvezzo contemporaneo, approdato a vette parossistiche con i moderni mezzi di comunicazione, chiamato processo mediatico, che ha fatto del processo penale un genere televisivo di svago e intrattenimento, dove — comprensibilmente curando più le esigenze dei palinsesti che il rispetto delle regole e dei diritti (delle vittime principalmente ma non solo) — esibendo una “sapienza” giuridica e “intuizioni” investigative di qualità facile da immaginare — si è adusi a condannare o assolvere, secondo pregiudizio e secondo copione, discettando di innocenza e colpevolezza; ecc ecc
Ignari o, peggio, dimentichi che le sentenze vengono emesse in nome del Popolo italiano, non dal Popolo italiano, e che in un moderno ordinamento giuridico è, forse, meglio una “erronea” sentenza di assoluzione del matricida Oreste, epperò emessa dall’Areopago, il tribunale del mondo greco, piuttosto che una sentenza di “giusta” condanna, lasciata alla furia vendicatrice delle Erinni” .
“Ignari o, peggio, dimentichi che, senza rilevanti eccezioni, il processo massmediatico viola costantemente l’art. 6 della Convenzione-EDU ed anche se non viene sanzionato dal giudice sovranazionale europeo, in quanto tale, cioè quale fenomeno sociale e di costume, può essere comunque sanzionato quello Stato che non sa proteggere i suoi cittadini da una spettacolarizzazione che fa strame dei principi di civiltà giuridica, che non sa garantire a tutti i consociati, siano essi indagati, imputati, vittime o cittadini comuni, lo svolgimento del processo penale nelle aule giudiziarie e non sui media, rispettando i precetti contenuti dal precitato articolo 6 CEDU. Nella fattispecie, il processo-televisivo-Pjfferi — non quello sui social, ma sol perché l’imputata, da persona detenuta, non ha avuto a disposizione devices idonei allo scopo anche se è quasi certo che perniciosa eco le sia pervenuta, compresa quella del processo-televisivo-Pifferi-bis — ha avuto ricadute deleterie e devastanti sulla sua condotta processuale; ha esercitato interferenze sul paradigma di assunzione delle prove di carattere tecnico e scientifico; ha condizionato la spontaneità di molte testimonianze, prima fra tutte quella della Parte Civile Maria ASSANDRI, trasformandola obtorto collo in inflessibile accusatrice della figlia per non essere, a sua volta, investita dalla pubblica esecrazione” .
domenica 18 Gennaio 2026
Secondo una società di analisi di traffico web, nel Regno Unito Google starebbe togliendo visibilità ai contenuti dei giornali anche sulla sua sezione Discover, che è quella che negli ultimi tempi ha mantenuto un ruolo più importante nell’indirizzare visite alle pagine dei giornali stessi. Anche su Discover la priorità si starebbe spostando sulla promozione di video di YouTube, di contenuti dei social network o prodotti dai software di “intelligenza artificiale”.
“Google Discover is no longer a publisher-first surface. It’s becoming an AI platform with YouTube and X absorbing real estate that once went to newsrooms”.
domenica 18 Gennaio 2026
Sui giornali statunitensi – e in particolare sul Washington Post, protagonista della storia – si è molto scritto nei giorni scorsi della perquisizione dell’FBI a casa di una giornalista del Washington Post, Hannah Natanson. La perquisizione ha a che fare con un’inchiesta – citata nei giorni scorsi da membri del governo statunitense e dallo stesso Donald Trump – su un tecnico informatico che è accusato di avere scaricato e stampato documenti governativi riservati e che avrebbe contattato la giornalista (che non è accusata di niente). La direzione del Washington Post ha criticato la perquisizione, ma non è finora intervenuto in nessun modo l’editore Jeff Bezos, di recenti grosse vicinanze con Donald Trump. La perquisizione è stata una scelta molto inusuale per via delle estese protezioni che vengono abitualmente accordate al lavoro giornalistico negli Stati Uniti, soprattutto nei casi in cui non ci sono accuse di scorrettezze o illegalità nei confronti dei giornalisti. Altre testate e organizzazioni per la difesa della libertà di informazione hanno ipotizzato che queste protezioni possano venire intaccate dalle pratiche dell’amministrazione Trump, che dal suo insediamento è in sistematica polemica e repressione nei confronti di diversi giornali. Natanson si è molto occupata nei mesi scorsi dei licenziamenti e delle riduzioni di ruolo nelle agenzie federali, decise dall’amministrazione.
domenica 18 Gennaio 2026
Nel frattempo GEDI ha ricevuto un’offerta per la Stampa da un nuovo interlocutore, ma di minore credibilità di quelli con cui sono già in corso contatti (soprattutto il gruppo veneto NEM): il produttore cinematografico Andrea Iervolino, entrato di recente nelle conversazioni sulle proprietà giornalistiche per il suo progetto di creare un nuovo giornale assieme all’ex portavoce del M5S Rocco Casalino.
domenica 18 Gennaio 2026
Il Comitato di redazione di Repubblica ha pubblicato giovedì un altro polemico comunicato contro l’editore John Elkann, nel contesto delle trattative per la vendita del giornale e del gruppo editoriale GEDI di cui fa parte. In questo caso a essere contestata – con toni che raramente si vedono anche nei rapporti più complicati tra redazioni ed editori – è stata la presenza stessa dell’editore a un evento legato alla mostra per i 50 anni di Repubblica che è stata di recente inaugurata a Roma: secondo il CdR i comportamenti di Elkann in queste settimane avrebbero imposto che si astenesse dal partecipare.
“La presenza di John Elkann ieri all’inaugurazione della mostra sui 50 anni di Repubblica è un vergognoso schiaffo al giornale e alle sue lavoratrici e lavoratori. Un epilogo incredibile: colui che ha comprato il gruppo Espresso sei anni fa, e che lo ha fatto a pezzi anno dopo anno, concludendo l’opera con l’annunciata vendita di “Repubblica” e della “Stampa”, colui che si è detto nauseato del mondo dell’editoria, ha avuto il cattivo gusto di presenziare con tutti gli onori all’evento che ripercorre la storia gloriosa di cui siamo orgogliosi”.
Una delegazione della redazione si è presentata all’evento con uno striscione per protestare contro la situazione di poca chiarezza per le prospettive del giornale (la protesta è stata riportata da altre testate, mentre Repubblica ha mostrato giovedì la felice immagine di un gruppo di giornalisti alla mostra con il titolo “La visita della redazione”).
domenica 18 Gennaio 2026
Sono stati pubblicati i dati ADS di diffusione dei quotidiani nel mese di novembre 2025. I dati sono la diffusione media giornaliera*. Tra parentesi la differenza rispetto a un anno fa.
Corriere della Sera 148.826 (-6%)
Repubblica 73.565 (-14%)
Stampa 51.883 (-12%)
Sole 24 Ore 47.672 (-7%)
Resto del Carlino 41.857 (-11%)
Messaggero 37.676 (-9%)
Gazzettino 29.605 (-5%)
Nazione 26.720 (-13%)
Dolomiten 24.568 (-8%)
Giornale 23.787 (-6%)
Fatto 22.489 (-10%)
Messaggero Veneto 21.724 (-2%)
Unione Sarda 18.714 (-10%)
Verità 18.661 (-6%)
Eco di Bergamo 18.210 (-10%)
Giornale di Brescia 17.025 (-8%)
Libero 16.381 (-7%)
Secolo XIX 16.350 (-15%)
Altri giornali nazionali:
Manifesto 14.028 (+7%)
Avvenire 13.858 (-2%)
ItaliaOggi 5.266 (-5%)
(il Foglio e Domani non sono certificati da ADS).
La media dei cali percentuali anno su anno delle prime quindici testate a ottobre è dell’8,5%: per il secondo mese consecutivo è un declino minore rispetto ai mesi precedenti quando aveva superato il dieci per cento. Rispetto a questo, tra i nazionali, continuano quindi ad andare meglio il Corriere della Sera e il Sole 24 Ore (ma anche i tre quotidiani a sostegno della maggioranza di governo Libero, Giornale e Verità ). Mentre è di nuovo particolarmente robusto il calo di Repubblica e Stampa, e anche quello del Secolo XIX di Genova.
Tutto questo ha generato qualche scambio di posizioni: la Verità è tornata davanti all’ Eco di Bergamo, il Giornale è tornato davanti al Fatto, Libero è tornato davanti al Secolo XIX. Continuano ad andare meglio il Messaggero Veneto di Udine e soprattutto il Manifesto, come da molti mesi.
Tra i giornali locali anche questo mese continuano a perdere di più la Gazzetta di Parma (-13%) e il Tirreno di Livorno (-13%), in mezzo a una crisi non solo di diffusione.
Se guardiamo i soli abbonamenti alle edizioni digitali – che come diciamo sempre dovrebbero essere “la direzione del futuro” – l’ordine delle testate è questo (sono qui esclusi gli abbonamenti venduti a meno del 30% del prezzo ufficiale, che per molte testate raggiungono numeri equivalenti o persino maggiori: il Corriere ne dichiara più di 40mila, il Sole 24 Ore più di 32mila, il Fatto più di 30mila, Repubblica più di 17mila). Le percentuali sono la variazione rispetto a un anno fa, e quelle tra parentesi sono invece le variazioni degli abbonamenti superscontati di cui abbiamo detto.
Corriere della Sera 46.693, +4,1% (-15,5%)
Sole 24 Ore 21.772, -1,9% (-4,3%)
Repubblica 16.702, -21,9% (+14,1%)
Manifesto 7.723, +10,1% (non offre abbonamenti superscontati)
Stampa 6.509, -2,5% (-3,8%)
Fatto 6.176, -2,7% (+11,2%)
Gazzettino 5.864, +2,9% (+4,7%)
Messaggero 5.612, +3% (+6,4%)
I dati qui continuano a essere piuttosto deludenti rispetto alle necessità e opportunità di crescita di questa fonte di ricavo: che è invece la più promettente tra le testate internazionali negli ultimi anni. Pur nell’ambito di crescite piccole e lontane dal compensare le perdite di copie cartacee, anche qui c’è un aspetto positivo per il Corriere della Sera che sta un po’ attenuando la sproporzione tra abbonamenti pagati e abbonamenti superscontati, benché ne perda molti della seconda categoria. Mentre vale il contrario per Repubblica, che anche questo mese perde un numero davvero cospicuo di abbonati, con un insufficiente compensazione di quelli poco paganti. C’è poi anche qui il caso unico e ammirevole del Manifesto, che rispetto a un anno fa aumenta gli abbonamenti digitali di una misura che rassicurerebbe qualunque testata. È anche migliore di quel che sembra il dato del Fatto, che da mesi sta facendo crescere i suoi abbonamenti scontati, ma gli sconti non raggiungono i prezzi quasi inesistenti di altri giornali, e un ricavo più sensibile lo generano.
Ricordiamo che si parla qui degli abbonamenti alle copie digitali dei quotidiani, non di quelli – solitamente ancora più economici – ai contenuti dei loro siti web.
(Avvenire, Manifesto, Libero, Dolomiten e ItaliaOggi sono tra i quotidiani che ricevono contributi pubblici diretti, i quali costituiscono naturalmente un vantaggio rispetto alle altre testate concorrenti)
*Come ogni mese, quelli che selezioniamo e aggreghiamo, tra le varie voci, sono i dati più significativi e più paragonabili, piuttosto che la generica “diffusione” totale: quindi escludiamo i dati sulle copie distribuite gratuitamente, su quelle vendute a un prezzo scontato oltre il 70% e su quelle acquistate da “terzi” (aziende, istituzioni, alberghi, eccetera). Il dato è così meno “dopato” e più indicativo della scelta attiva dei singoli lettori di acquistare e di pagare il giornale, cartaceo o digitale (anche se questi dati possono comunque comprendere le copie acquistate insieme ai quotidiani locali con cui alcune testate nazionali fanno accordi, e che ADS non indica come distinte).
Quanto invece al risultato totale della “diffusione”, ricordiamo che è un dato (fornito anche questo dalle testate e verificato a campione da ADS) che aggrega le copie dei giornali che raggiungono i lettori in modi molto diversi, grossomodo divisibili in queste categorie:
– copie pagate, o scontate, o gratuite;
– copie in abbonamento, o in vendita singola;
– copie cartacee, o digitali;
– copie acquistate da singoli lettori, o da “terzi” (aziende, istituzioni, organizzazioni) in quantità maggiori.
Il totale di questi numeri di diversa natura dà delle cifre complessive di valore più grossolano, e usate soprattutto come promozione presso gli inserzionisti pubblicitari, mostrate nei pratici e chiari schemi di sintesi che pubblica il sito Prima Comunicazione, e che trovate qui.
domenica 18 Gennaio 2026
Per quel che vale ciò che ha detto una dirigente di Google a una commissione parlamentare britannica, Google sembra pochissimo disponibile ad accontentare le richieste degli editori di giornali relative all’uso dei loro contenuti da parte dei software di intelligenza artificiale di Google stessa. Google ritiene infatti ci siano diritti d’autore da considerare solo quando le informazioni fornite dai suoi testi prodotti dalle intelligenze artificiali – quelli in testa ai risultati delle ricerche -rimandino a link o fonti esplicite; e rifiuta di ipotizzare compensi per l’accesso dei propri software di AI ai contenuti dei siti di news.
Molti editori di giornali in tutto il mondo stanno sperando di poter replicare i moderati risultati che avevano già ottenuto negli anni scorsi in confronti legali nazionali e internazionali con Google a proposito dei loro contenuti citati e linkati nelle pagine di Google: ricevendone compensi preziosi in tempi di difficili sostenibilità. Anche allora Google era partito su posizioni rigide, ma poi aveva un po’ perso il possesso del manico del coltello a causa di interventi delle istituzioni politiche pubbliche a favore degli editori, e aveva scelto di trattare.
domenica 18 Gennaio 2026
I fatti non sono mai separati dalle opinioni, sui giornali. Nel momento stesso in cui qualunque giornale decide di pubblicare un articolo su un fatto, su una notizia, su una storia, sta applicando una propria opinione. Altri giornali non lo pubblicheranno, avendo opinioni diverse. Le opinioni di ogni giornale e di ogni giornalista con delle responsabilità influenzano la decisione di che articoli pubblicare, e poi di quale evidenza dare loro, e poi di quali elementi e tagli mettere nel titolo: e sono tutte scelte, mai universali, mai le sole possibili, anzi. E le opinioni di ogni giornalista incaricato di scrivere influenzano i fatti che ci mette dentro e quelli che no, e lo spazio che dà a ciascun fatto, e di quali parla prima e di quali parla dopo.
Il risultato è che di un fatto – un fatto – verranno a sapere i lettori di un giornale, e non quelli di un altro. O che i lettori di uno lo riceveranno come molto importante e quelli di un altro come poco importante. O che i lettori di uno leggeranno che la cosa più importante di quel fatto è una e quelli dell’altro che è un’altra. Anche se stiamo sempre parlando di fatti: ma la cui descrizione, a cominciare dalla decisione di descriverli o no, è il risultato di un’opinione.
Nessun giornale ha i fatti separati dalle opinioni.
Fine di questo prologo.
domenica 11 Gennaio 2026
La promozione a pagamento sui media italiani di regimi dittatoriali e repressivi della libertà di informazione è un antico e delicato argomento: ci sono stati discussi precedenti in cui sono state con disinvoltura offerte pagine pubblicitarie alla propaganda di simili regimi destinata a presentare i paesi relativi in una luce favorevole e che rimuova i loro aspetti più riprovevoli; e ci sono tuttora casi frequenti persino di intese ufficiali in questa direzione. Tutti casi in cui i criteri di sostenibilità economica prevalgono sia su valutazioni etiche che di accuratezza giornalistica.
Due settimane fa il quotidiano Repubblica ha deciso di ospitare nella sua sezione “Le Guide” – quella presentata mimeticamente come a cura della redazione – una pagina di grande celebrazione dell’Arabia Saudita e delle sue attrattive per le imprese italiane, tacendone le informazioni più importanti.
domenica 11 Gennaio 2026
Un’ultima cosa sulla copertura giornalistica dell’operazione venezuelana, per non abituarsi a trascuratezze che si ripetono. Nelle ore notturne dell’attacco statunitense sono circolate online diverse foto del dittatore Maduro catturato dai militari americani. A oggi nessuna è stata confermata in modo credibile, alcune sono state dimostrate false, e sono tutte ritenute quindi probabilmente inaffidabili: con l’eccezione di quella pubblicata dal presidente Trump, il quale ha però ricchi precedenti di falsificazioni sui social. Neanche quella foto ha avuto finora conferme risolutive, e i più seri giornali statunitensi continuano a citarla soltanto come “diffusa dal presidente Trump”.
Ma tornando a quelle più decisamente false oppure assai dubbie, alcuni siti di news italiani ne hanno precipitosamente pubblicate alcune senza verifiche e senza lo scetticismo necessario.

domenica 11 Gennaio 2026
Un articolo del Washington Post ha attaccato venerdì i “detective online da divano” che hanno cercato di ricostruire l’identità dell’agente anti immigrazione che giovedì ha sparato a una donna a Minneapolis, uccidendola, in una reazione palesemente eccessiva e criminale per come è stata finora mostrata da molti video. L’articolo spiega e mostra come alcuni utenti dei social network abbiano ritenuto di poter individuare l’agente – che aveva gran parte del volto coperto – dalle immagini dei video e con l’aiuto dei software di “intelligenza artificiale”, con risultati fallimentari e pericolosi. Tra i media americani è ancora ricordata la storia dell’errata identificazione del responsabile dell’attentato alla maratona di Boston nel 2013: ma quello descritto è un rito che si è ripetuto in altre recenti occasioni, spesso mettendo a rischio le esistenze di persone del tutto estranee ai fatti in questione.
“Using AI to reveal the identities of people pictured in grainy or incomplete photos is becoming a reflex response after high-profile acts of violence. But AI-manipulated or AI-generated faces are untethered to reality. The altered images are misleading the public and in some cases have fueled conspiracy theories or led law enforcement officials to waste energy on chasing false leads.
“All AI tools can do is to reconstruct reality based on the past. It’s not reality,” said Matt Moynahan, CEO of AI detection company GetReal Security. “If you’re not an AI expert, you’re probably going to do more harm than good”” .
domenica 11 Gennaio 2026
Un articolo equilibrato del New Yorker ha affrontato un argomento molto attuale nei dibattiti sul “futuro del giornalismo”: ovvero lo spostamento del grosso dell’informazione – soprattutto quella ricevuta dalle generazioni più giovani – dal giornalismo tradizionalmente inteso a nuove forme di racconto sui canali digitali in cui i principi e rigori giornalistici sono spesso sovvertiti o trascurati. È chiaro che quella direzione è già stata presa e ormai la conoscenza dei fatti da parte di moltissime persone è composta da un misto di realtà, “narrazione” e tratti tipici della “fiction”: ed è una direzione di cui prendere atto e su cui fare valutazioni più lucide e lungimiranti rispetto agli sterili allarmi, o alle opposte rese a questi formati, che prevalgono nel giornalismo tradizionale.
Il Post ha affrontato lo stesso argomento con un articolo su come viene raccontato su YouTube il “caso Garlasco”.
domenica 11 Gennaio 2026
Il governo italiano ha deciso di eliminare uno storico e significativo contributo economico nei confronti di Radio Radicale, a cui da decenni è affidata con una convenzione la copertura giornalistica di eventi e sedute parlamentari e istituzionali. Nel rituale “decreto milleproroghe” o nella legge di bilancio non sono presenti i dieci milioni di euro considerati negli anni passati. Nella conferenza stampa “di fine anno”, venerdì, la presidente del Consiglio Meloni ha promesso che saranno attribuiti nel decreto milleproroghe soltanto due milioni per la digitalizzazione dell’archivio di Radio Radicale.
domenica 11 Gennaio 2026
Ha annunciato la chiusura uno dei giornali locali storici degli Stati Uniti, il Pittsburgh Post-Gazette (che come altri americani deve il suo nome composto alla fusione di due testate preesistenti: ma è spesso chiamato PG), ex quotidiano passato nel 2018 a due edizioni cartacee settimanali accanto al sito web, che serviva i circa 300mila abitanti della città in Pennsylvania e i due milioni e mezzo della sua area metropolitana. La proprietà – la famiglia Block – ha sostenuto che il giornale non possa affrontare i costi di welfare per i propri dipendenti che è stata condannata a pagare da una sentenza della Corte suprema dello stato, dopo un lungo e polemico confronto con i sindacati. Il giornale uscirà fino al 3 maggio: la prima testata risaliva al 1786, la fusione e l’attuale nome erano del 1927, 99 anni fa. Il giornale ha una diffusione pagata di circa 83mila copie e aveva spostato molto a destra le sue posizioni nell’ultimo decennio, sostenendo l’elezione di Donald Trump nel 2020.
domenica 11 Gennaio 2026
Un articolo di venerdì sul quotidiano ItaliaOggi ha dato notizia di un’intenzione dell’editore dello storico settimanale Grazia di passare a una periodicità quindicinale. Grazia è stata venduta da Mondadori a un gruppo francese, Reworld, nel 2023. ItaliaOggi ha anche citato le diffusioni dei principali periodici femminili italiani.
“Dal punto di vista delle vendite, secondo le rilevazioni di Ads sullo scorso mese di ottobre, Grazia registra un totale diffusionale pagato che sfiora le 47 mila copie, in calo anno su anno del 5,4%. Tanto per avere un termine di paragone, nel segmento editoriale dei femminili, alcuni esempi vedono Intimità sulle quasi 77 mila copie, in contrazione del 12,6%, Diva e Donna sulle 62 mila (-13,4%), Vanity Fair poco sopra le 56 mila (-5,2%), Elle vicino alle 48 mila ma col segno positivo davanti (unico caso al momento emerso) e su del 9,3%. Seguono poi F con 44,8 mila copie (-12,4%), Donna Moderna con 42,2 mila copie (-11,5%) e infine Confidenze con 20,3 mila copie (-13,2%)”.
domenica 11 Gennaio 2026
È stato il giornale online Semafor a rivelare un altro aspetto laterale dell’attacco statunitense in Venezuela, assai rilevante per le riflessioni sull’etica giornalistica e i limiti che si deve o non deve dare l’informazione. Stando a delle fonti citate da Semafor, infatti, il New York Times e il Washington Post – ma non è spiegato nella persona di chi – avrebbero avuto informazione dell’attacco poco prima del suo sviluppo, ma avrebbero acconsentito a non rivelarlo immediatamente per tutelare la sicurezza dell’operazione e dei militari americani coinvolti. La notizia dell’operazione stessa sarebbe stata data nel corso della notte man mano che ne arrivavano visibili testimonianze e poi con le comunicazioni sui social dello stesso presidente Trump.
Una prima vistosa contraddizione della eventuale scelta delle sue testate (non c’è stata finora nessuna conferma o ulteriore dettaglio rispetto alle rivelazioni di Semafor) è segnalata in un lungo articolo della Columbia Journalism Review: lo stesso New York Times ha infatti definito l’operazione venezuelana “illegale” già nel titolo di un suo immediato editoriale, ma allora la decisione di non compromettere l’operazione renderebbe il giornale complice o almeno consenziente a un’iniziativa “illegale” in cui sono state uccise decine di persone.
I due giornali sono poi stati molto severi sulle fragilità legali e politiche della cattura di Maduro (pur ospitando nella loro distinta sezione dei commenti anche degli articoli più indulgenti), ma nello sforzo di trasparenza del New York Times che abbiamo raccontato qui sopra non c’è stato finora spazio per spiegare o rispondere al racconto di Semafor.
domenica 11 Gennaio 2026
Il sito di news americano Semafor è assai noto agli iscritti a questa newsletter: perché ne abbiamo molto raccontato la genesi, perché lo citiamo spesso come fonte sulle cose che riguardano i media americani e perché il Post ha tradotto e pubblicato il libro del suo direttore Ben Smith, Traffic, ospitandolo in incontri pubblici italiani nei due anni passati.
Semafor si è presentato da subito come una testata rivolta a un’élite di classi dirigenti e di lettori e lettrici culturalmente privilegiati o curiosi piuttosto che a grandi numeri da raggiungere in qualsiasi modo, investendo molto sulle newsletter e sugli eventi pubblici (ovvero su una scelta molto attiva di informazione, appunto). Così facendo ha raccolto attenzioni, sponsorizzazioni e investimenti preziosi e ha chiuso il 2025 in attivo, pur non essendo tra le testate più citate nel dibattito e nell’informazione mainstream. Mercoledì il Wall Street Journal ha raccontato che Semafor ha raccolto altri trenta milioni di dollari di investimenti, con una valutazione di 330 milioni di dollari. Tra i nuovi investitori c’è anche il gruppo greco Antenna, di recente fama italiana per via del suo interesse nell’acquisto dell’azienda editoriale italiana GEDI.
domenica 11 Gennaio 2026
La storia più grossa dell’editoria giornalistica italiana – lo è da alcuni anni – non ha avuto visibili sviluppi durante queste tre settimane: la vendita della società GEDI è ancora realisticamente imminente, ma non è chiaro con quali tempi, quali tappe, e con quali destinazioni di alcune delle sue testate. GEDI è il gruppo dentro cui sono rimasti – dopo molte cessioni – i quotidiani Repubblica e Stampa (e la Sentinella del Canavese di Ivrea), il sito di news HuffPost, le radio Deejay, Capital e m2o: è posseduto dalla multinazionale Exor, controllata dalla famiglia torinese Agnelli-Elkann, che a sua volta è azionista di maggioranza – tra le altre – dell’azienda automobilistica Stellantis, della Ferrari, della squadra di calcio della Juventus, del settimanale britannico Economist.
Scontenta dei risultati – economici e pubblici – dell’acquisizione del gruppo sei anni fa, Exor (ovvero il suo CEO John Elkann) ha deciso di liberarsi di GEDI e ha trovato un acquirente interessato nella società greca Antenna . Malgrado le intenzioni fossero note da alcuni mesi, le redazioni – in particolare quella di Repubblica – hanno espresso le loro preoccupazioni sull’operazione a cose quasi fatte (complice anche un limitato dispiacere per l’abbandono di un editore che si è fatto poco amare), e ora stanno cercando di fare pressione per avere garanzie sul futuro dei giornali e dei loro dipendenti, ma con armi piuttosto spuntate. Il comitato di redazione di Repubblica ha comunicato mercoledì di avere avuto rassicurazioni verbali dalla attuale proprietà, ma di fidarsene poco: con buone ragioni, considerato il curriculum della dirigenza GEDI nel negare scelte e progetti poi rivelatisi assai reali.
“I fatti degli ultimi anni non aiutano in alcun modo ad aver fiducia. La trasparenza da noi richiesta rimane ancora un miraggio. Per questo permane lo stato di agitazione votato dall’assemblea, con i cinque giorni di sciopero affidati al Cdr”.