Estratti della newsletter sul dannato futuro dei giornali.
domenica 1 Marzo 2026
Rinnovando dei risultati convincenti che durano dal suo primo numero, il nuovo Cose spiegate bene – la rivista del Post – dedicato al cinema è entrato (da sedicesimo) nella classifica dei venti più venduti della categoria “saggistica” (qui ripresa dalla Lettura del Corriere della Sera), risultato senza eguali per i prodotti editoriali di questo genere.

domenica 22 Febbraio 2026
La rassegna stampa pubblica “I giornali spiegati bene”, prodotta dal Post sugli argomenti contigui a quelli di questa newsletter, si terrà sabato prossimo a Firenze all’interno della fiera Testo, a cui il Post partecipa con diversi altri incontri.
domenica 22 Febbraio 2026
A proposito del suo progetto di informazione giornalistica attraverso i libri e in collaborazione con l’editore Iperborea, che ha chiamato Altrecose, il Post ha raccontato una parte del lavoro relativo raramente descritta dagli editori: i libri che non ha pubblicato, per cause di forza maggiore, ma avrebbe voluto.
domenica 22 Febbraio 2026
Come richiesto dalla sentenza stessa, il Corriere della Sera ha pubblicato un estratto della recente sentenza di condanna nei confronti del giornalista Mario Giordano – noto oggi soprattutto per la conduzione di un programma televisivo su Rete 4 -, dichiarandolo responsabile di diffamazione nei confronti di un imprenditore pugliese in un suo libro del 2023 pubblicato dall’editore Rizzoli. La condanna prevede un risarcimento di 40mila euro e il pagamento di circa 15mila euro di altre spese.
domenica 22 Febbraio 2026
Il Foglio ha intervistato sabato l’ex portavoce del partito M5S Rocco Casalino sul suo progetto di creare e dirigere un nuovo quotidiano finanziato dal produttore cinematografico Andrea Iervolino. Tra altre risposte un po’ confuse Casalino ha alluso alla possibilità di fare un’offerta per acquistare il sito di news HuffPost dal gruppo GEDI.
“Al momento ho quattro giornalisti di spessore”. Chi? “Un ex quirinalista settantenne di Repubblica, un giornalista con ruoli apicali per anni al Messaggero…”. Caspita. Chi? “…Un’altra persona che ha avuto un ruolo importante al Corriere della Sera, e poi un’altra che scrive per la Verità”. La “sintesi” della carta stampata. Ma non ci dice chi? “Mmm. Meglio di no, dai. Così stuzzichiamo la curiosità”. […] Quanti siete al momento? “Una decina, ma conto di arrivare a venti”. Qualcuno insinua che userà molto l’Ai. “Io sono molto moderno, ma per il momento l’intelligenza artificiale non è prevista”. Si sente a buon punto? “Sì. Anche se ho sottovalutato molti aspetti burocratici. Ora, comunque, sono ansioso di vedere le persone sul campo. All’inizio lavoreremo tanto. Faremo i turni”. Come dei veri giornalisti. “Lavoreremo mattino, pomeriggio e sera”. Ma la sede dove sarà? “Le sedi. Una sarà a Milano, l’altra a Roma, in centro, probabilmente in piazza del Popolo. Ma questo dipende dall’editore”. Andrea Iervolino. Che tipo è? “Interessante. Molto particolare. Adesso sta lavorando a un progetto sullo spazio, è in contatto con Elon Musk”. Bello. Potrebbe intervistare anche Elon, allora. “Ci sarà occasione, sicuramente”. Che invidia. Ma torniamo alla sede. E’ in dubbio, mi ha detto. “Sì. Dipende da Iervolino. Se compra o meno altri giornali. Magari ci spostiamo in una sede già esistente”. Quale? “Magari all’HuffingtonPost, chissà”.
Direttore Casalino, chi è il suo direttore ideale? “Mi piace molto Open. E poi m’ispiro ai giornali stranieri. Alla Frankfurt Allgemeine Zeitung”. Cosa le piace? “La sintesi, appunto. Quando leggo i giornali italiani, vedo che per riempire le pagine ci sono una marea di contenuti che non rappresentano la notizia, che non aggiungono niente. Sul mio giornale si potranno acquisire tutte le informazioni in mezzora”.
domenica 22 Febbraio 2026
Qualche anno fa il Post spiegò in un articolo il lavoro delle agenzie giornalistiche, il cui tradizionale ruolo di intermediazione le rende meno familiari al pubblico (oggi grazie a internet hanno anche una visibilità pubblica analoga a quella di altre testate). Ma ancora oggi lettori e lettrici difficilmente percepiscono che un articolo provenga da un’agenzia di stampa o ne sia un’elaborazione. Su Facebook Mario Tedeschini Lalli, giornalista di lungo curriculum, ha raccontato un aneddoto di vecchio giornalismo che è un buon esempio di chiarezza di questa relazione.
“In Italia – si sa – i giornali usano i testi delle agenzie di stampa facendoli propri, senza indicare la fonte. Non è che si limitino a usarne le informazioni nei loro articoli, spesso utilizzano/copiano anche interi brani – in alcuni casi, come questo, l’intero pezzo, senza mutare neppure una virgola”.
domenica 22 Febbraio 2026
Lunedì è morto a 95 anni il famoso attore statunitense Robert Duvall, che aveva avuto ruoli importanti in due film ambientati nel giornalismo: Quinto potere (1976) e Cronisti d’assalto (1994). Ma aveva interpretato lui stesso un giornalista nel film Il migliore, responsabile di un breve monologo assai efficace ancora oggi nel raccontare le ragioni del più solido e duraturo dei poteri, quello dei giornalisti.
– Voi andate e venite, Hobbs. Andate e venite. Io sarò qui più a lungo di te o di chiunque altro qui dentro. Io sono qui per proteggere questo sport.
– Già, per conto di chi?
– E lo faccio costruendo o demolendo tipi come te.
– Hai mai giocato a baseball, Max?
– No, mai. Ma vedi, io lo rendo un po’ più divertente. E dopo di oggi, che tu esca un brocco o un eroe, mi avrai dato una grande storia. Ci vediamo in giro.
domenica 22 Febbraio 2026
In un’intervista al mensile specializzato Prima Comunicazione, Alberto Leonardis – presidente del gruppo SAE che possiede diversi quotidiani locali ed è in trattative per l’acquisto della Stampa di Torino – ha descritto ipotesi di riduzione dei dipendenti al quotidiano livornese Il Tirreno, seppur con formulazione eufemistica: «C’è una sproporzione tra copie vendute e numero di giornalisti e dipendenti. Stiamo intervenendo con un piano di riorganizzazione e riduzione dei costi. Credo che anche questo nodo verrà risolto».
domenica 22 Febbraio 2026
In questa newsletter abbiamo ricordato spesso le frequenti limitazioni alla diffusione di informazioni su indagini e processi in corso che sono previste e applicate dai sistemi giuridici di altri paesi, e in particolare nel Regno Unito. La loro mancata conoscenza ha generato un’ipotesi complottista in un titolo e un articolo di Repubblica sull’arresto dell’ex principe Andrew Mountbatten-Windsor, giovedì. Nel Regno Unito, infatti, la polizia non comunica l’identità di persone arrestate fino a che non ci sia una formale incriminazione, salvo specifiche ragioni di pericolo. Era quindi ordinaria amministrazione che – pur essendo chiaro cosa fosse avvenuto – inizialmente l’arresto fosse stato riportato come quello di “a man in his sixties”.

domenica 22 Febbraio 2026
Sempre a Professione Reporter ha parlato Filiberto Zovico, fondatore e direttore del nuovo quotidiano veneto – ma con ambizioni nazionali – che si chiama ItalyPost, con un precoce bilancio del primo mese del giornale.
” In che senso, tutto secondo le previsioni?
“Nel senso che noi, inizialmente, avevamo deciso di non spingere, tant’è vero che non abbiamo fatto alcuna campagna promozionale di lancio, perché volevamo prima mettere a punto il prodotto. Chi fa questo mestiere sa che i primi numeri sono sempre un po’ zoppicanti, da un punto di vista tecnico, per il numero dei refusi, per i ritardi, le solite cose che possono capitare”.
Ma a un mese dall’uscita nelle edicole, qual è il bilancio? Siete soddisfatti?
“Pian pianino, giorno dopo giorno il giornale siamo riusciti a migliorarlo e in questo primo mese di vita siamo arrivati a un prodotto che all’80% corrisponde alle nostre aspettative e in qualche modo ci soddisfa. Anche se l’importante è che soddisfi il lettore”.
Riscontri in edicola? Copie?
“Abbiamo assetato la tiratura intorno alle 7.500-8 mila copie e stiamo vendendo intorno alle 400 copie al giorno, che è la base che ci eravamo dati con l’obiettivo di arrivare alle mille reali. La cosa interessante è che giorno dopo giorno conquistiamo copie. Il prodotto si sta facendo conoscere per conto proprio, con il passaparola. Stanno poi arrivando anche firme importanti e qualificate a supporto: Marcello Zacchè, opinionista del Giornale ed ex capo dell’Economia, Roberto Galullo dal Sole 24 Ore, si occupa di imprese e criminalità, come opinionista è arrivato Corrado Chiominto, capo dell’Economia dell’Ansa, Natascia Ronchetti, che per il Sole copriva l’Emilia, poi è arrivato Roberto Annichiarico, sempre dal Sole. Diciamo che una parte di giornalisti qualificati sta pian pianino aggiungendosi e rafforzando la struttura”.
E gli abbonamenti da raccogliere tra gli imprenditori, la vostra base economica e sociale, che dovevano costituire il punto di forza dell’impresa?
“Siamo saliti sopra quota 850 – dice Zovico – per un obiettivo di 2.000 a 300 euro l’uno. Ora ci occuperemo della promozione. Siamo pronti per un fitto tour d’incontri in giro per l’Italia per presentare la testata alle imprese. Si parte da metà febbraio. Sul fronte degli imprenditori il giornale viene accolto molto bene. L’obiettivo è mille copie di venduto in edicola ogni giorno”.
Ed è sufficiente?
“Gli obiettivi sono da raggiungere entro i sei mesi”. Ma quanto carburante avete nel serbatoio? “Posso solo dire che la struttura del gruppo ItalyPost è tale da reggere anche l’eventuale mancato raggiungimento degli obiettivi per i primi tre anni”.
domenica 22 Febbraio 2026
Non ci sono state neanche questa settimana novità a proposito delle trattative per la vendita del gruppo GEDI e delle sue priorità (soprattutto i quotidiani Repubblica e Stampa). Ma il sito Professione Reporter ha riferito di un litigio tra il direttore di Repubblica Mario Orfeo e il Comitato di redazione del giornale, a proposito dell’intenzione di Orfeo di organizzare un evento sponsorizzato legato al supplemento Affari&finanza. La redazione aveva però deciso a dicembre uno sciopero delle iniziative speciali, per protesta contro il rifiuto dell’azienda di confrontarsi con i giornalisti sui progetti di vendita.
Intanto, per quanto riguarda la Stampa, quello che sembrava l’acquirente più probabile e che è stato sorprendentemente estromesso in favore di un’altra più fragile proposta, ne ha parlato per la prima volta laconicamente. Enrico Marchi, presidente del gruppo NEM che da GEDI aveva già comprato alcuni quotidiani e che stava discutendo dell’acquisto della Stampa prima che Exor (la società che possiede GEDI) dichiarasse una trattativa esclusiva col gruppo SAE, ha risposto così a una domanda, riferisce l’agenzia di stampa Radiocor: « Mi pare che ci sia un’esclusiva, quindi per il momento non è un tema che ci poniamo».
“A chi gli chiedeva se Nem potrà tornare a guardare il dossier in caso di fallimento delle trattative in corso, Marchi ha quindi replicato: ‘Io direi di andare per ordine, vediamo che cosa succede’” .
domenica 22 Febbraio 2026
Deutsche Welle, la rete radiotelevisiva pubblica tedesca dedicata alle trasmissioni internazionali, ha annunciato che eliminerà il suo servizio in greco ed eliminerà circa 160 posizioni in conseguenza della riduzione di contributi decisa dal governo federale, che la costringe a risparmiare 21 milioni di euro. Deutsche Welle esiste dal 1953 con l’obiettivo di promuovere la cultura tedesca e l’informazione libera in tutto il mondo (venendo censurata da molti regimi autoritari), e trasmette oggi in 32 lingue. L’eliminazione del servizio in greco è stata spiegata con “la stabilità della sua democrazia e la solida appartenenza all’Unione Europea”.
domenica 22 Febbraio 2026
Il giornale online Open, fondato nel 2018 dal popolare giornalista televisivo Enrico Mentana, è esemplare di un percorso di equilibrio tra le varie esigenze descritte a proposito delle forme contrattuali: è nato assumendo giornalisti attraverso il contratto alternativo e meno oneroso ANSO, e nel 2025 ha convertito le assunzioni in contratti FIEG.
domenica 22 Febbraio 2026
Qualche informazione in più sulle reazioni alle due vicende specifiche di cui sopra, invece.
Fanpage, che da qualche anno si è impegnata in battagliere inchieste contro la maggioranza di governo, è di conseguenza diventata obiettivo di attacchi da parte dei giornali e dei programmi televisivi più vicini al governo. La contestazione dell’INPS era stata molto promossa dal quotidiano Libero – posseduto da un deputato della maggioranza – che nei giorni scorsi ha molto celebrato la sanzione nei confronti di Fanpage. Fanpage e il suo direttore si sono proclamati vittime di un tentativo di censura politica, mentre l’editore – Ciaopeople – ha diffuso un comunicato assai critico:
“L’editore applica un regolare Contratto collettivo nazionale, ha sempre adempiuto ai propri obblighi in materia retributiva e contributiva e ha sempre tenuto fede agli accordi raggiunti con la controparte sindacale aziendale. Per questi motivi, presenterà un formale ricorso contro il provvedimento dell’INPS, facendo valere le proprie ragioni in tutte le sedi competenti.
Il contratto Uspi-Figec Cisal applicato in azienda, lungi dall’essere un contratto pirata, è stato ritenuto lo strumento più adatto per un mercato editoriale sempre più complesso e articolato, coniugando le necessità degli editori con le giuste tutele per i lavoratori.
A tal proposito, si segnala che le cifre diffuse dai giornali in relazione agli stipendi dei giornalisti di Fanpage.it risultano totalmente sbagliate, considerando che l’editore non applica i minimi tabellari previsti dal contratto, ma accordi di secondo livello a cifre sensibilmente superiori”.
Il sindacato dei giornalisti FNSI ha obiettato ad alcune delle ricostruzioni di Fanpage .
Citynews ha scelto invece di non rispondere (neanche al Post, che aveva contattato i suoi responsabili), pur contestando la decisione in una comunicazione interna:
“Contrariamente a quanto è stato scritto, la vicenda è ancora aperta. Infatti, le nostre ragioni non sono ancora state ascoltate da INPS ed abbiamo 3 mesi per presentare memorie difensive ed essere ascoltati. Crediamo che nel verbale ci siano errori di diritto ed anche errori materiali. Successivamente a questa fase potrà esserci anche un ricorso in tribunale che si concluderà nel 2027.
Ribadiamo che la vicenda ha effetti solo nella componente previdenziale dei dipendenti giornalisti, dato che gli stessi ispettori hanno riconosciuto la validità dal punto di vista retributivo e giuslavoristico del contratto di lavoro in uso presso i giornalisti “.
(Disclaimer: Citynews possiede la concessionaria che vende la pubblicità sul Post , e nella stessa comunicazione ha alluso a non meglio definiti presunti errori nell’articolo del Post ).
domenica 22 Febbraio 2026
Una multa decisa dall’INPS nei confronti di due aziende editrici di siti di news molto seguiti ha dato attenzione a una serie di questioni che riguardano il funzionamento del business e della professione giornalistica in Italia nel 2026. Spiega il Post:
“I gruppi editoriali Ciaopeople e Citynews, editori rispettivamente del sito di informazione Fanpage e del network di siti locali che per la maggior parte hanno nel nome la parola Today (MilanoToday, RomaToday e altre decine di siti locali), hanno ricevuto una multa complessiva di 8 milioni di euro perché accusati di applicare ai loro giornalisti contratti nazionali di categoria considerati scorretti dall’INPS, l’Istituto nazionale di previdenza sociale. I contratti prevedono stipendi e contributi previdenziali inferiori a quelli stabiliti invece dal contratto giornalistico più tradizionale e rappresentativo, negoziato tra la FIEG, il principale rappresentante degli editori, e l’FNSI, il principale sindacato dei giornalisti.
I due gruppi applicano un contratto negoziato tra l’associazione degli editori USPI e il sindacato dei giornalisti FIGEC, affiliato alla confederazione di sindacati CISAL. Questo contratto viene usato prevalentemente nel settore dell’informazione periodica locale, online e nazionale non profit. Dopo due ispezioni, tuttavia, l’INPS ha ritenuto che, per il tipo di impiego effettivo, ai giornalisti delle due testate si sarebbe dovuto attribuire il contratto FNSI-FIEG, in particolare nella parte relativa ai contributi previdenziali”.
Al di là delle due specifiche vicende – che hanno loro definite singolarità e su cui ci saranno ancora ricorsi e revisioni -, la decisione ha dato attenzione ad alcune questioni assai rilevanti nel funzionamento dei giornali. Una è che in questo secolo le condizioni di retribuzione di molti giornalisti e collaboratori di giornali sono diventate molto disordinate, in limitati casi conservando privilegi e costi anacronistici legati a periodi di maggiori ricchezze, e in molti altri creando consuetudini di compensi poverissimi e sfruttamenti di precariato, soprattutto per i lavoratori più giovani (con inevitabili conseguenze anche sulla qualità del lavoro giornalistico). Un’altra è che le rigidità dei maggiori rappresentanti dei giornalisti – in parte corporative e in parte protettive contro i rischi di discriminazione – nel difendere lo status quo e le condizioni contrattuali novecentesche hanno limitato e limitano le possibilità di creare progetti giornalistici nuovi e condizioni più estesamente eque per i giornalisti più giovani, e costringono i progetti nuovi a cercare soluzioni di sostenibilità alternative (alcuni se ne approfittano a scapito di dipendenti e collaboratori, altri costruiscono forme contrattuali legittime ed equilibrate). Una terza osservazione, sintesi delle due precedenti, è che ci sono editori che possono fare informazione soltanto trovando alternative ragionevoli alle forme contrattuali tradizionali, e altri editori che usano queste alternative per proporre irragionevoli forme di sfruttamento.
C’è un’evidente e crescente distanza tra le forme della professione e della produzione giornalistica contemporanea e la natura superata della loro strutturazione contrattuale (e forse dello stesso ordine dei giornalisti: giornalista è chi giornalista fa). Ma al tempo stesso c’è un palese rischio di abusi e sfruttamenti da parte di alcuni editori laddove questa strutturazione consenta deroghe. E su questo la distinzione non è certamente tra testate tradizionali e nuovi progetti online: il lavoro sottopagato è assai distribuito in entrambi gli ambiti, come anche la scarsa qualità del risultato giornalistico.
(nota: la società editrice del Post applica fin dalla sua nascita ai giornalisti assunti il contratto tradizionale FNSI-FIEG, per semplice osservanza delle condizioni esistenti)
domenica 22 Febbraio 2026
Il contratto giornalistico tradizionale è quello trattato dal maggiore sindacato dei giornalisti – la FNSI – con la maggiore federazione di editori, la FIEG. È un contratto che – con assestamenti vari – risale a tempi più floridi per il business delle aziende giornalistiche, e che offre ai professionisti assunti condizioni mediamente buone (tra molte variabili) con costi onerosi per le aziende, ma che fino al secolo scorso ottenevano cospicui margini dal lavoro dei dipendenti.
In questo secolo sono successe due cose: una è che quei tempi floridi si sono esauriti, e gli editori hanno minori disponibilità economiche (e quindi anche maggiori inclinazioni ad aggirare le regole contrattuali e a sfruttare collaboratori e precari). L’altra è che le trasformazioni digitali hanno creato occasioni e opportunità per creare nuovi progetti giornalistici piccoli e con investimenti ridotti.
Le due cose hanno reso eccessivamente oneroso per alcune aziende assumere o mantenere giornalisti col contratto tradizionale, e questo ha portato – con passaggi ed equilibri che trascuriamo in questa sintesi – alla legittimazione di forme di contratti alternativi, più o meno esplicitamente destinati a progetti piccoli, locali, digitali o in fase di startup (oggi uno si chiama “contratto USPI” e un altro “contratto ANSO”).
Quando alcuni di questi progetti hanno preso delle dimensioni cospicue e sono diventati concorrenziali – spesso superandoli in traffico e diffusione – nei confronti delle testate tradizionali, FIEG e FNSI hanno ritenuto che quelle alternative contrattuali non dovessero più essere consentite, e ne hanno contestato l’applicazione.
È una situazione confusa, in cui – come diciamo qui sotto – è difficile definire esattamente la distribuzione delle ragioni: da una parte il contratto tradizionale è diventato anacronistico e costoso, e limitante per molti progetti giornalistici e per le loro possibilità di assunzione, dall’altra resta una forma di protezione rispetto ai rischi concreti di sfruttamento e sottopagamento di chi fa un lavoro giornalistico.
domenica 22 Febbraio 2026
Il magazine GQ ha nominato un nuovo direttore della sua edizione originale statunitense, che è anche direttore globale di tutte le versioni internazionali, compresa quella italiana: si chiama Adam Baidawi, è australiano, ed era finora responsabile dell’edizione britannica della rivista, posseduta dalla grande multinazionale editoriale Condé Nast. In Italia lo “head of editorial content” di GQ è Federico Sarica, fondatore ed ex direttore del mensile Rivista Studio.
domenica 22 Febbraio 2026
Sono stati pubblicati i dati ADS di diffusione dei quotidiani nel mese di dicembre 2025. I dati sono la diffusione media giornaliera*. Tra parentesi la differenza rispetto a un anno fa.
Corriere della Sera 147.804 (-7%)
Repubblica 70.536 (-16%)
Stampa 51.941 (-11%)
Sole 24 Ore 47.143 (-7%)
Resto del Carlino 41.694 (-10%)
Messaggero 36.962 (-9%)
Gazzettino 29.113 (-7%)
Nazione 27.000 (-12%)
Dolomiten 24.804 (-7%)
Giornale 24.104 (-3%)
Fatto 22.597 (-8%)
Messaggero Veneto 21.762 (-3%)
Unione Sarda 18.682 (-7%)
Eco di Bergamo 18.100 (-11%)
Verità 17.706 (-10%)
Giornale di Brescia 17.018 (-8%)
Secolo XIX 16.408 (-13%)
Adige 15.996 (-2%)
Libero 15.072 (-14%)
Altri giornali nazionali:
Manifesto 14.539 (+9%)
Avvenire 13.436 (-7%)
ItaliaOggi 5.615 (-4%)
(il Foglio e Domani non sono certificati da ADS).
La media dei cali percentuali anno su anno delle prime quindici testate a dicembre è di nuovo dell’8,5%, come nei due mesi precedenti: un declino minore rispetto a prima, quando aveva superato il dieci per cento. Rispetto a questo, tra i nazionali, continuano quindi ad andare un po’ meglio il Corriere della Sera e il Sole 24 Ore (ma tra i nazionali va bene per il secondo mese anche il Giornale ). Invece è più grave ancora del solito il calo di Repubblica (il peggiore tra i primi trenta quotidiani), ed è molto alto anche quello di Libero , la cui diffusione scende persino sotto quella dell’ Adige , quotidiano di Trento. Tanto che a Libero si sta avvicinando il Manifesto , caso unico in crescita ormai da alcuni anni.
Tra i giornali locali c’è l’unico altro quotidiano in crescita, il Corriere delle Alpi di Belluno (+1,1%), mentre le perdite maggiori sono per la Gazzetta del Sud (-16%), il Tempo di Roma (-15%) e il Tirreno di Livorno (-15%), i cui problemi sono diventati particolarmente significativi rispetto alle intenzioni del suo editore SAE di acquistare la Stampa (gli altri quattro quotidiani SAE perdono tra l’8% e il 14% delle copie rispetto a un anno fa).
Se guardiamo i soli abbonamenti alle edizioni digitali – che come diciamo sempre dovrebbero essere “la direzione del futuro” – l’ordine delle testate è questo (sono qui esclusi gli abbonamenti venduti a meno del 30% del prezzo ufficiale, che per molte testate raggiungono numeri equivalenti o persino maggiori: il Corriere ne dichiara più di 40mila, il Sole 24 Ore più di 32mila, il Fatto più di 33mila, Repubblica più di 17mila; il Fatto ha promosso questo mese un abbonamento al giornale a circa 28 centesimi la copia). Le percentuali sono la variazione rispetto a un anno fa, e quelle tra parentesi sono invece le variazioni degli abbonamenti superscontati di cui abbiamo detto.
Corriere della Sera 46.523, +3,6% (-13,1%)
Sole 24 Ore 21.718, -1,6% (-4,4%)
Repubblica 16.502, -29,7% (+26,6%)
Manifesto 8.023, +14,1% (non offre abbonamenti superscontati)
Stampa 6.756, -0,8% (-5,7%)
Fatto 6.225, -0,3% (+23,4%)
Gazzettino 5.713, 0% (-0,5%)
Messaggero 5.510, -0,3% (+0,5%)
I dati qui continuano a essere piuttosto deludenti rispetto alle necessità e opportunità di crescita di questa fonte di ricavo: che è invece la più promettente tra le testate internazionali negli ultimi anni. Pur nell’ambito di crescite piccole e lontane dal compensare le perdite di copie cartacee, anche qui c’è un aspetto positivo per il Corriere della Sera che sta un po’ attenuando la sproporzione tra abbonamenti pagati e abbonamenti superscontati, benché ne perda molti della seconda categoria. Mentre vale il contrario per Repubblica, che anche questo mese perde un numero davvero cospicuo di abbonati, ma con una quasi compensazione di quelli poco paganti. C’è poi anche qui il caso unico e ammirevole del Manifesto, che rispetto a un anno fa aumenta gli abbonamenti digitali di una misura che rassicurerebbe qualunque testata. Come dicevamo, cresce ancora molto il dato degli abbonamenti superscontati del Fatto, che comunque creano un ricavo complessivo che supera i tre milioni di euro l’anno, non insignificante.
Ricordiamo che si parla qui degli abbonamenti alle copie digitali dei quotidiani, non di quelli – solitamente ancora più economici – ai contenuti dei loro siti web.
(Avvenire, Manifesto, Libero, Dolomiten e ItaliaOggi sono tra i quotidiani che ricevono contributi pubblici diretti, i quali costituiscono naturalmente un vantaggio rispetto alle altre testate concorrenti)
*Come ogni mese, quelli che selezioniamo e aggreghiamo, tra le varie voci, sono i dati più significativi e più paragonabili, piuttosto che la generica “diffusione” totale: quindi escludiamo i dati sulle copie distribuite gratuitamente, su quelle vendute a un prezzo scontato oltre il 70% e su quelle acquistate da “terzi” (aziende, istituzioni, alberghi, eccetera). Il dato è così meno “dopato” e più indicativo della scelta attiva dei singoli lettori di acquistare e di pagare il giornale, cartaceo o digitale (anche se questi dati possono comunque comprendere le copie acquistate insieme ai quotidiani locali con cui alcune testate nazionali fanno accordi, e che ADS non indica come distinte).
Quanto invece al risultato totale della “diffusione”, ricordiamo che è un dato (fornito anche questo dalle testate e verificato a campione da ADS) che aggrega le copie dei giornali che raggiungono i lettori in modi molto diversi, grossomodo divisibili in queste categorie:
– copie pagate, o scontate, o gratuite;
– copie in abbonamento, o in vendita singola;
– copie cartacee, o digitali;
– copie acquistate da singoli lettori, o da “terzi” (aziende, istituzioni, organizzazioni) in quantità maggiori.
Il totale di questi numeri di diversa natura dà delle cifre complessive di valore più grossolano, e usate soprattutto come promozione presso gli inserzionisti pubblicitari, mostrate nei pratici e chiari schemi di sintesi che pubblica il sito Prima Comunicazione , e che trovate qui.
domenica 22 Febbraio 2026
Nel più generale contesto delle repressioni dell’amministrazione Trump nei confronti dell’informazione, è il caso di citare una storia più laterale ma che è stata protagonista sui media americani nei giorni scorsi. Riguarda il popolare show televisivo di Stephen Colbert, uno dei più battaglieri contro Donald Trump insieme a quelli di Jimmy Kimmel e Jon Stewart. Martedì sera Colbert aveva previsto di ospitare un parlamentare Democratico, ma la rete CBS (che è stata già protagonista di assai discusse scelte di sudditanza nei confronti dei desideri dell’amministrazione, compresa la chiusura del programma di Colbert dal prossimo maggio) gli avrebbe chiesto di rinunciare: le versioni sono un po’ divergenti su quanto fosse una richiesta e quanto un divieto. L’appiglio per la richiesta è una sorta di norma sulla “par condicio” abitualmente molto trascurata, ma che l’ente che disciplina il sistema radiotelevisivo (FCC) ha fatto sapere di voler invece far diventare più rigorosa. Il capo di FCC, Brendan Carr, ha vistosi precedenti di esecutore delle intenzioni censorie di Donald Trump, soprattutto quello famoso che riguardò Jimmy Kimmel.
L’aspetto della storia più discusso, però, è stata l’obbedienza di CBS nei confronti dei desideri di Carr e Trump, prima ancora che divenissero in questo caso delle intimazioni. Colbert – forte della sua popolarità e dell’avere comunque un contratto in via di estinzione – ha fatto lo stesso l’intervista, mettendola su YouTube – dove FCC non ha giurisdizione – e accusando e sfottendo la rete che lo ospita nella puntata del programma andato in onda e nelle successive. L’intervista ha avuto più visualizzazioni di qualunque altra precedente.
domenica 22 Febbraio 2026
Il più diffuso e autorevole quotidiano irlandese, l’ Irish Times, ha spiegato al sito britannico Press Gazette che i propri 150mila abbonamenti – digitali e cartacei – sono diventati sufficienti a sostenere economicamente il giornale. L’articolo che lo racconta usa una frase preziosa per capire la più fortunata direzione di sostenibilità di questi anni, che abbiamo espresso spesso con parole simili su Charlie: “la redazione è passata da pensare di dover diventare digital first a pensare di dover diventare audience first o subscriber first“.
“Everything we’ve been doing for the last number of years has been about reinforcing that relationship with our subscribers,” he said, adding: “I think journalistically having a subscriber model, or working with subscribers in mind, is a more appealing proposition for a journalist than working purely for reach.
Mac Cormaic said: “We have the largest number of digital subscribers of any news publisher in Ireland, but we also have the highest revenue because we don’t discount heavily. We attach real value to the work we do” .
domenica 22 Febbraio 2026
Negli Stati Uniti ci sono state critiche e polemiche intorno a un articolo sull’ Atlantic, storico e autorevole mensile e da diversi anni anche protagonista dell’informazione online col suo sito web. Un articolo sull’epidemia di morbillo di una stimata e premiata giornalista ha immaginato la storia della madre di due bambini contagiati dalla malattia, uno dei quali ne morirà, e l’ha raccontata come se fosse la storia dell’autrice, scritta in seconda persona (“tua figlia di cinque anni entra correndo nella stanza…”). Ma la storia era inventata, benché tutte le informazioni fornite, le spiegazioni scientifiche e i fatti descritti derivassero da un accurato lavoro di indagine giornalistica: e una nota della rivista sul fatto che si trattasse di una “fiction” è stata aggiunta solo dopo la pubblicazione, e con una formula a sua volta non del tutto chiara. Molti lettori e lettrici hanno raccontato di aver preso la storia per vera, e di essere stati molto impressionati dalla tragedia di cui la giornalista sarebbe stata protagonista.
L’autrice ha rivendicato la scelta di usare formati narrativi non convenzionali per promuovere la conoscenza dei fatti e della realtà, ma ha ricevuto molte obiezioni: in particolare molti si sono detti preoccupati che la scelta rafforzi le diffidenze nei confronti della credibilità del giornalismo, in particolare da parte degli avversari dei vaccini, e che trasmetta l’idea che l’informazione inganni le persone sulle conseguenze dei vaccini, raccontando loro storie false.
domenica 22 Febbraio 2026
È una storia a parte quella dei finanziamenti pubblici per Radio Radicale, che svolge da decenni un indiscutibile e peculiare servizio pubblico di informazione sul funzionamento e sul lavoro delle istituzioni: e il suo valore è testimoniato dalle preoccupazioni molto estese e trasversali sul suo futuro dopo che il governo ha deciso di ridurre sensibilmente il contributo pubblico nei confronti del lavoro della radio (ne avevamo parlato un mese fa). Ha scritto sabato Mattia Feltri, nella sua rubrica quotidiana sulla Stampa:
“Immaginate una radio che non manda in onda un secondo di pubblicità, non manda in onda una canzonetta, trasmette i lavori della Camera e del Senato, le riunioni del Consiglio superiore della magistratura, i congressi dei partiti, di destra, di sinistra e di centro, quelli dei sindacati, le assemblee della magistratura e delle camere penali, i convegni di natura politica, filosofica, letteraria, presentazioni di libri, rassegne stampa dei giornali italiani, rassegne dei giornali internazionali, approfondimenti sull’America e sulla Cina, sul carcere e sull’immigrazione, processi in tribunale, in appello, in corte d’assise, inaugurazioni dell’anno giudiziario, dibattiti, rubriche di cinema e di libri, cioè una radio totalmente fuori dal mercato, impegnata a rendere conto di tutto quanto non rendono conto gli altri che invece puntano a share e ricavi, e per questo, per il servizio pubblico altrimenti offerto da nessuno, è così indispensabile alla democrazia e riceve dallo Stato otto milioni di euro l’anno, con cui paga gli stipendi, ora però ridotti a quattro milioni per risparmiare un po’, ovvero per far risparmiare a ogni italiano l’equivalente di sei centesimi, quando tutti gli anni la Rai attraverso il canone riceve circa un miliardo e ottocento milioni di euro, più la pubblicità” .
domenica 22 Febbraio 2026
Il governo italiano ha escluso dal “decreto milleproroghe” il rinnovo di una serie di agevolazioni fiscali per le società editrici di giornali cartacei. La decisione non è ancora definitiva perché l’approvazione del decreto da parte delle camere è prevista nella prossima settimana, e quindi gli editori e i quotidiani stessi stanno facendo molte pressioni per dei ripensamenti (e alcuni dei quotidiani sono molto vicini al governo, o sono persino posseduti da parlamentari della maggioranza), che però sembrano improbabili. Il sottosegretario Barachini – che ha la delega “all’informazione e all’editoria” – ha promesso agli editori altre forme di sostegno.
domenica 22 Febbraio 2026
Questa newsletter ha difeso più volte il fondamento teorico del contributo economico pubblico a un servizio di informazione accurato, servizio essenziale per il buon funzionamento delle democrazie. Ma ha anche ricordato quanto questo sia di fatto impossibile da applicare nella pratica, perché – a differenza di altri servizi pubblici essenziali – la qualità dell’informazione non ha modo di essere misurata in modi universali e condivisi: e qualunque sostegno pubblico finisce quindi per premiare indistintamente prodotti di buona o di pessima qualità (si veda la assai varia lista dei beneficiari dei contributi maggiori in Italia).
Per questa ragione i contributi di stato all’editoria giornalistica devono essere considerati rispetto al loro unico legittimo scopo concreto: proteggere un settore in crisi e il lavoro delle persone in quel settore, soprattutto nelle aziende più deboli. Né più né meno di ogni settore di occupazione.
Gli argomenti degli editori dei giornali di carta rispetto alla richiesta che simili contributi siano mantenuti o persino aumentati (vedi sotto) perdono quindi ogni credibilità quando si riferiscono ai rischi di limitazione della qualità dell’informazione e del buon funzionamento delle comunità. Perché quei contributi raggiungono prodotti di informazione di ogni genere e contribuiscono a preziosi impegni giornalistici come a deleterie derive di disinformazione e disgregazione sociale. E perché – simmetricamente – quei contributi non raggiungono invece altri prodotti di informazione di ogni genere e non contribuiscono a preziosi impegni giornalistici come a deleterie derive di disinformazione e disgregazione sociale. Non esiste infatti una corrispondenza tra giornali di carta e qualità, o tra progetti online e disinformazione; e nemmeno tra giornalismo professionale e accuratezza. E ci sono prodotti ufficialmente giornalistici il cui lavoro quotidiano non produce meno pericoli di quelli di cui vengono accusati abitualmente i social network.
Per non dire della limitazione alla concorrenza – in tempi in cui i giornali di carta sono anche giornali online – determinata da contributi erogati a testate che pubblicano anche su carta, a discapito di quelle che no. E a testimoniare che l’assegnazione di aiuti dipende più da logiche di potere che di attenzione al “pluralismo”, non è un caso che a ottenere maggiore ascolto per le proprie richieste – e a rinnovarle in questi giorni – siano stati finora grandi e ricchi gruppi economici, e non piccole testate cooperative.
Le eventuali agevolazioni fiscali o di altro genere concesse ai giornali di carta sono quindi da prendere in considerazione – e lo sono – solo in quanto sostegni all’occupazione, compresa quella di tutta la filiera, edicolanti e altri compresi. L’informazione di qualità e utile alla democrazia deve essere capace di convincere i propri lettori e lettrici, non i partiti di governo.
Fine di questo prologo.
domenica 15 Febbraio 2026
La puntata di questa settimana del podcast Wilson di Francesco Costa, direttore del Post, è dedicata a riassumere, spiegare e mettere nel contesto la storia della vendita del gruppo editoriale GEDI e del quotidiano Repubblica.
domenica 15 Febbraio 2026
Sul Corriere della Sera di oggi, con tanto di avvocati, si è posta una questione di anzianità dei direttori dei quotidiani italiani.
“Caro direttore, in riferimento alla pagina pubblicata il 24 gennaio 2026, nella quale si indicava il direttore Pierluigi Magnaschi come il più anziano d’Italia, si precisa, su richiesta del diretto interessato, che le informazioni di tale pagina non corrispondono al vero. Il direttore italiano più anziano è Carlo Alberto Tregua, nato 18 novembre 1940.Inoltre, Tregua è fondatore, editore e direttore del Quotidiano di Sicilia fin dal 1979, ricoprendo tale carica da un periodo ben più lungo rispetto a quello indicato per altri colleghi. A tal proposito si evidenzia che il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, in persona del presidente Carlo Bartoli, in data 29 agosto 2025 gli ha conferito il titolo di «Direttore decano dei quotidiani italiani».Avvocati Elena Leone e Andrea ScuderiCarlo Alberto Tregua
L’intervista con Pierluigi Magnaschi cominciava con il seguente periodo:«Pare che sia il più anziano direttore di giornale sulla faccia del pianeta». E invece pareva: siamo infatti lieti di apprendere che Carlo Alberto Tregua è nato 85 giorni prima di Magnaschi. Un segnale incoraggiante sulla longevità degli italiani, dei giornali e anche dei direttori. «Ad multos annos».(s. lor.)”

domenica 15 Febbraio 2026
È stata fissata tra esattamente un anno la prima udienza del processo a Miami per la denuncia di Donald Trump contro BBC , denuncia ritenuta inconsistente da molti esperti e relativa a un montaggio ingannevole poi ammesso da BBC in un servizio sull’assalto armato al Campidoglio del 2021. BBC chiederà di archiviare la denuncia prima di arrivare al processo.
domenica 15 Febbraio 2026
Uno degli aspetti più quotidianamente visibili della gran parte della scrittura giornalistica italiana è un suo ricorrere al pigro uso di frasi fatte o metafore superflue e posticce, che concorrono a un linguaggio generale estraneo a quello più comune e familiare ai lettori, e che spesso è stato chiamato “giornalese”. Nella rubrica delle lettere su Repubblica di oggi il curatore Francesco Merlo fa autocritica sull’uso dell’espressione “accendere un faro”: «Il faro acceso è uno dei tic linguistici più abusati, e più saputi, peggio di “i giovani di oggi non leggono” e “pieno come un uovo”». Poche pagine dopo, sullo stesso giornale, compare questo titolo.

domenica 15 Febbraio 2026
Col nuovo anno la Stampa ha chiuso senza spiegazioni o comunicazioni la sezione satirica del giornale diretta da Luca Bottura, il Giornalone.
domenica 15 Febbraio 2026
Un gran numero di siti di news italiani grandi e piccoli ha presentato come “rivendicazione” di un sabotaggio a una linea ferroviaria un messaggio pubblicato lunedì su un blog anarchico. In realtà – come hanno riferito più correttamente pochi altri – si trattava di un testo di approvazione di quell’attentato che non suggeriva in nessun modo una dichiarazione di responsabilità. L’inclinazione a promuovere esagerazioni dei fatti e allarmismi preventivi ha così capovolto una consuetudine prudente e ragionevole in questi casi, ovvero quella di diffidare delle frequenti rivendicazioni false, dichiarando invece “rivendicazione” un messaggio che non pretendeva di esserlo. Il Corriere della Sera ha scelto anche di usare la “rivendicazione” per promuovere la fondatezza di un’ipotesi pubblicata il giorno prima sul giornale.
(un successivo messaggio su un differente blog ha usato il termine “rivendicazione”, ancora da verificare e confermare)
domenica 15 Febbraio 2026
Il New York Times ha pubblicato il video di una breve intervista – assieme – alle due persone più importanti della grande testata di moda Vogue: la storica ex direttrice Anna Wintour – diventata direttrice editoriale globale – e la nuova direttrice Chloe Malle, in carica da cinque mesi.
domenica 15 Febbraio 2026
Con una scelta rivelatrice del candore con cui una parte di editoria giornalistica – soprattutto quella che ha a che fare con la moda e con il lusso – concepisce le proprie limitazioni di indipendenza, il direttore dell’edizione italiana di Vanity Fair Simone Marchetti ha annunciato di essere entrato a far parte di una struttura di investimenti in nuovi talenti della grande multinazionale del lusso Kering, che possiede molti brand che sono importanti inserzionisti di Vanity Fair.
domenica 15 Febbraio 2026
Da alcune settimane i giornali italiani si stanno comportando disordinatamente rispetto a un’indagine che ipotizza che al tempo dell’assedio di Sarajevo alcuni cittadini italiani abbiano raggiunto gli aggressori della città per il gusto di sparare sui civili dalle colline. L’ipotesi ha naturalmente trovato spazi cospicui sui giornali, malgrado la sua apparente fragilità, per le opportunità di sensazionalismo e indignazione che offriva. Poi, nei giorni scorsi, i magistrati l’hanno resa più sostanziosa comunicando che ci sono alcuni indagati: e ottenendo così una rinnovata attenzione, ma accanto a perduranti scetticismi (per esempio da parte del curatore della rubrica delle lettere di Repubblica, Francesco Merlo). Sulla Stampa di mercoledì, poi, Mattia Feltri ha criticato le sguaiatezze giustizialiste di alcuni giornalisti nei confronti degli indagati.
“Del resto, nei giorni scorsi, qualcuno dei nostri colleghi era andato a citofonare a casa dell’indagato per chiedergli, più o meno: scusi lei volava a Sarajevo per abbattere donne e bambini? Persino meglio del Matteo Salvini che, nella periferia di Bologna, aveva suonato al citofono della famiglia di immigrati per chiedere: scusi lei spaccia? Salvini era un fetente, noi un pilastro della democrazia” .
domenica 15 Febbraio 2026
Al processo londinese contro l’azienda editrice del tabloid Daily Mail – accusato di pratiche illegali di spionaggio e violazione della privacy nei confronti di alcuni personaggi pubblici – ha deposto l’ex direttore Paul Dacre, tuttora direttore generale della società che possiede il Daily Mail, tra grandi attenzioni dei media britannici. Paul Dacre era ritenuto (è stato direttore tra il 1992 e il 2018) uno degli uomini più potenti nei media britannici, ed era noto il suo disprezzo per gran parte dell’establishment pubblico del paese, da posizioni conservatrici. Sotto la sua direzione il Daily Mail ha prosperato, con il giornalismo sensazionalista e spesso volgare tipico dei tabloid britannici, e per un periodo Dacre è stato il direttore più pagato del paese.
Nelle udienze di questa settimana è stato ancora una volta aggressivo e battagliero, negando con vigore e indignazione le accuse dei querelanti (tra cui ci sono e ci sono stati il principe Harry, Elton John, Hugh Grant).
domenica 15 Febbraio 2026
In un post sul suo blog, il direttore editoriale del Post Luca Sofri ha commentato le indulgenze anomale di media e politici italiani nei confronti del regime dittatoriale cinese: di cui abbiamo spesso – riguardo ai media – scritto su Charlie.
domenica 15 Febbraio 2026
L’unico fatto nuovo di questa settimana nella trattativa per la vendita del gruppo GEDI sono stati due giorni in cui il quotidiano Repubblica non è uscito, per impegno in assemblea dei giornalisti e per una decisione di sciopero.
“Le nostre richieste di garanzie, occupazionali e democratiche, sono ad oggi cadute nel vuoto di fronte a un silenzio ostinato e irrispettoso di chi, per il ruolo che ricopre, dovrebbe darcele. L’editore John Elkann, infatti, si rifiuta di incontrare le rappresentanze sindacali” .
domenica 15 Febbraio 2026
Si continua a scrivere molto intorno al grande numero di licenziamenti al Washington Post e al ridimensionamento delle ambizioni del giornale, e in particolare alla scelta di sacrificare la copertura sullo sport e sui libri. Su questi ultimi ha pubblicato un articolo il settimanale New Yorker, firmato da Becca Rothfeld, ex critica della non fiction per la sezione Books del Washington Post appena eliminata.
domenica 15 Febbraio 2026
Il quotidiano Domani ha dedicato venerdì una pagina ad Alberto Leonardis, l’editore di giornali diventato uno dei protagonisti delle confuse vicende intorno alla vendita del gruppo editoriale GEDI per essere stato scelto come interlocutore prioritario della vendita della Stampa, il quotidiano di Torino. L’articolo di Domani non aggiunge molto a quanto è già stato raccontato su Leonardis, se non un’elencazione di esempi della sua capacità di ottenere investimenti e prestiti da imprenditori amici e da banche, ben riassunta nella sintesi “pochi soldi, ma tanti amici”.
“Certo, resta aperta la decisiva questione dei soldi, quei 22 milioni che servono per prendersi la Stampa. L’esclusiva concessa da Gedi al gruppo Sae (Sapere aude editore) di Leonardis per trattare l’acquisizione scade ad aprile. E nel frattempo, tra l’altro, i manager di Elkann dovranno anche chiudere il cerchio su Repubblica. Nei giorni scorsi il negoziato con i greci di Antenna sull’altro grande giornale targato Gedi si è incagliato su alcuni punti in apparenza marginali che riguardano numeri e tempi dei prepensionamenti che serviranno a ridurre i costi del personale. Un tema su cui il gruppo ellenico chiede garanzie precise alla controparte” .
Intanto sabato la redazione della Stampa ha pubblicato un altro comunicato per chiedere nuovamente maggiori chiarezze e rassicurazioni sulle prospettive della vendita del giornale. Il comunicato allude a notizie che sono circolate sulle possibili intenzioni dell’editore di attribuire alla Stampa una quota cospicua di debiti del gruppo sollevandone l’altro quotidiano in vendita, Repubblica, in modo da facilitare la vendita di quest’ultimo.
“La redazione de La Stampa non accetta più la totale mancanza di trasparenza e informazione attorno alla vendita del Gruppo Gedi, un atteggiamento inqualificabile dell’attuale proprietà, che rischia di danneggiare anche l’esordio di un eventuale compratore nei rapporti con le giornaliste e i giornalisti. Tutto questo nel contesto di notizie sempre più inquietanti che emergono dalla due diligence effettuata sui conti di Gedi da parte dell’acquirente, il gruppo greco Antenna.
Per questo l’Assemblea chiede all’Azienda di fornire chiarimenti sullo stato delle trattative e sugli eventuali rinnovi dell’esclusiva e di chiarire se la cessione de La Stampa sia in qualsiasi modo condizionata alla conclusione dell’operazione di vendita dell’intero gruppo” .
Infine si sono comprensibilmente lamentati anche i più trascurati di tutti, ovvero la redazione dello HuffPost, il sito di news che GEDI aveva rilevato completamente dopo l’apertura in partnership con l’azienda americana creatrice della testata.
“La redazione di HuffPost, al pari di quella di Repubblica, della Stampa, di Gedi Visual, delle radio, è rimasta totalmente al buio. Dall’azienda non sono mai arrivate informazioni né aggiornamenti e ogni notizia è stata veicolata solo da articoli di stampa, peraltro mai confermati in via ufficiale. Così come non è stata comunicata la proroga della trattativa tra Gedi e Antenna fino al mese di marzo, dal momento che in base alle informazioni a noi pervenute sarebbe dovuta scadere a fine gennaio.
Q uesta totale chiusura dei canali di comunicazione tra azienda e redazioni è motivo di estremo allarme per i giornalisti di HuffPost, tra i quali prevale ormai lo scetticismo sulla possibilità di avere un dialogo franco, costruttivo, leale e soprattutto trasparente con gli attori coinvolti” .
domenica 15 Febbraio 2026
Secondo un articolo del sito americano The Information, Amazon starebbe progettando la creazione di una piattaforma che faciliti la vendita di contenuti alle aziende di intelligenza artificiale da parte dei produttori di informazione online. La questione è attualissima da un paio di anni, con i siti di news divisi tra chi ritiene prezioso mantenere il possesso e l’esclusiva sull’uso della propria produzione giornalistica e chi sceglie di monetizzarla e venderla – alle società di AI interessate alla formazione dei propri software – ottenendone risorse economiche per la propria sostenibilità.
domenica 15 Febbraio 2026
Il sito britannico Press Gazette, che si occupa di media e giornalismo, ha consultato alcuni esperti di traffico e visite sui siti di news a proposito del timore che il traffico da Google si stia avvicinando al cosiddetto “Google zero”, in conseguenza delle risposte fornite dalle “intelligenze artificiali” sul motore di ricerca, che dissuadono da ulteriori clic verso i siti elencati. Nell’esperienza delle persone sentite la tendenza è sicuramente reale, ma al momento non ha le conseguenze così drammatiche che sono state ipotizzate. È infatti vero che quel genere di risposte alle ricerche limitano molto la scelta di visitare i siti di news e informazione, ma è anche vero che quel genere di risposte al momento sembra comparire in un numero contenuto di ricerche, che viene indicato con percentuali diverse intorno al 20%. Questo perché le AI di Google sono efficienti nel caso di domande o ricerche la cui risposta sia disponibile e condivisa, ma non possono esserlo su richieste più complesse o particolari, e soprattutto su quelle relative a fatti o servizi di recente aggiornamento (si fa l’esempio di “cosa c’è stasera in tv”).
Un altro fattore citato di un possibile calo di traffico dalle ricerche è la stessa consapevolezza della tendenza: in una sorta di “profezia autoavverante” i siti di news starebbero disinvestendo dal SEO e dalle attenzioni a comparire nei risultati di ricerca, e questo ovviamente genera meno risultati e meno traffico (è un po’ quello che è avvenuto in questi anni con i giornali cartacei e le edicole: il calo della diffusione suggerisce di risparmiare sulla distribuzione, raggiungendo meno edicole, e questo aggrava il calo di diffusione, eccetera).
domenica 15 Febbraio 2026
Un articolo del sito americano Semafor ha raccontato come tra le tante storie che si vanno scoprendo negli “Epstein files” ci sono anche le insistenze di Epstein e dei suoi collaboratori presso i giornali per ottenere la rimozione di articoli relativi alle sue prime condanne. E le disponibilità di alcuni dei giornali contattati.
È facile farsi un giudizio negativo di queste scelte, trattandosi di Epstein, il cui nome è diventato più radioattivo di qualunque altro in questi mesi. Ma quel genere di richiesta arriva ai giornali quotidianamente da parte dei soggetti più vari, quasi sempre in nome del “diritto all’oblio“, ovvero di un concetto a cui abbiamo convenuto di dare rispetto e legittimazione giuridica, persino (per quanto piuttosto confusa e sfuggente). Creando moltissime inevitabili contraddizioni: la prima delle quali è la necessità di fare convivere nelle nostre società il valore della “memoria”, la pubblica conoscenza del passato, l’accesso alle informazioni, e il diritto individuale alla privacy e alla tutela rispetto a una serie di conseguenze indesiderate che il primo valore comporta.
Come abbiamo raccontato altre volte, gran parte di queste contraddizioni ricade sulle redazioni (anche sugli uffici e consulenti legali dei grandi giornali, che tendono a far prevalere la prudenza e la censura) che devono scegliere – a prescindere dalla presentabilità morale del richiedente – come tenere in equilibrio un’inclassificabile varietà di fattori tra cui la notorietà dei citati, il loro ruolo nei fatti descritti, gli sviluppi successivi, l’utilità pubblica delle informazioni, e altri ancora. Nel caso di Epstein era facile individuare la scelta eticamente e giornalisticamente giusta, ma nella gran parte dei casi è tutto molto più complicato.
Fine di questo prologo.
domenica 8 Febbraio 2026
Per contribuire ulteriormente a un longevo lavoro di spiegazione degli argomenti legati alla “giustizia” e di comprensione delle notizie e dei fatti che coinvolgono aspetti del sistema giudiziario italiano, spesso trattato con trascuratezza – quando non con ignoranza degli elementi fondamentali – da parte dei mezzi di informazione, il Post ha progettato una serie di incontri dedicati, a partire dal suo format delle “Dieci lezioni” online.
“Dieci lezioni sulla giustizia” si occuperanno di raccontare a tutti come funzionano processi, rapporto coi giornali, giustizia dei minori, carcere, processi civili, lavoro dei giudici e naturalmente di spiegare la riforma protagonista del prossimo referendum. Ci si iscrive qui.
domenica 8 Febbraio 2026
Negli Stati Uniti è stata piuttosto seguita la storia della scomparsa di una donna di 84 anni, Nancy Guthrie, anche perché sua figlia Savannah Guthrie è una nota giornalista televisiva di NBC News, coconduttrice del popolare programma Today Show. Una serie di indizi suggeriscono che Nancy Guthrie possa essere stata sequestrata da casa sua, a Tucson, per ottenere il pagamento di un riscatto: Savannah Guthrie e i suoi fratelli hanno pubblicato degli appelli accorati sui social network per avere informazioni.
Il mistero ha naturalmente incuriosito e preoccupato un gran numero di persone che conoscono Savannah Guthrie, e mobilitato molto sia i social network che gli influencer, giornalisti o aspiranti tali che si occupano di true crime. Tra di loro c’è una seguita giornalista che si è molto occupata di questi argomenti e da qualche anno ha un proprio podcast, Ashleigh Banfield, che ha ritenuto di annunciare che la polizia avrebbe come principale sospetto il genero di Nancy Guthrie, marito della sorella di Savannah. I responsabili della polizia hanno subito smentito che ci siano ipotesi definite e criticato severamente Banfield e chiunque diffonda informazioni in modo incosciente in questi momenti delicati e drammatici; e Banfield è stata anche criticata da molti suoi colleghi. Ma lei ha insistito di avere delle fonti e di essersi limitata a dire che il genero, Tommaso Cioni, “potrebbe essere” un principale sospettato.
Se raccontiamo questa storia è perché è un buon esempio degli usi irresponsabili e strumentali dei condizionali, che riguardano anche l’informazione italiana. Capita molto spesso di leggere che delle cose “potrebbero succedere”: è una formula che non fa correre rischi – quasi tutto potrebbe succedere – e che però al tempo stesso è molto suggestiva. Potremmo titolare ogni settimana questa newsletter “Charlie potrebbe chiudere” (di fatto è vero, per mille ragioni: ma non è realistico né probabile al momento), e questo metterebbe in allarme senza ragione quelli di voi che la apprezzano. Il lavoro giornalistico corretto è di dare a chi legge un’idea di probabilità delle cose, non della loro possibilità.
domenica 8 Febbraio 2026
Un estratto di sentenza pubblicato oggi su Repubblica – come imposto dalla sentenza stessa, risalente al maggio scorso – mostra due risultati frequenti e non casuali nelle cause per diffamazione. Uno è che il condannato sia Maurizio Belpietro, direttore ed editore del quotidiano La Verità. L’altro è che una denuncia per diffamazione venga accolta con ampia soddisfazione quando il denunciante è un magistrato, che ha ottenuto oltre centomila euro tra risarcimenti e rimborsi.
(un terzo elemento consueto è che la sentenza sia stata formulata dopo cinque anni dalla denuncia)
domenica 8 Febbraio 2026
Il network di siti di informazione locale Citynews – che ne comprende molte decine, quelli che si chiamano in molti casi ParmaToday, TarantoToday … – ha comunicato di avere raggiunto i 40mila abbonati alla propria sezione Dossier “dedicata al giornalismo d’inchiesta, approfondimento e analisi”. Il progetto Dossier era stato creato da Citynews proprio con l’obiettivo di aggiungere alla propria offerta di informazione locale un prodotto giornalistico di maggiore originalità e attrattiva che permettesse l’attivazione di un sistema di abbonamenti, e di allinearsi così alle opportunità di quest’ultimo modello di business, divenuto prioritario per tutti i siti di news nell’ultimo decennio. Citynews – come complesso di siti – è da anni la testata che ottiene maggior traffico online in Italia.
“L’iniziativa si colloca nell’ambito di una strategia più ampia di Citynews che mira a consolidare l’ecosistema editoriale, combinando informazione gratuita di prossimità e contenuti premium a valore aggiunto. L’accesso alla sezione Dossier infatti, avviene tramite abbonamento, che può essere disdetto in qualsiasi momento e offre vantaggi esclusivi: accesso completo ai contenuti di Dossier, fruizione del sito senza pubblicità, newsletter settimanale con il meglio degli approfondimenti.
In questo percorso, il paywall rappresenta un elemento centrale, pensato per sostenere un giornalismo di qualità, indipendente e approfondito. Puntare sull’abbonamento significa investire in tempo, competenze e risorse dedicate alle inchieste e ai reportage, valorizzando il lavoro delle redazioni locali e offrendo ai lettori contenuti esclusivi e affidabili. Un modello che rafforza il rapporto di fiducia con la community e garantisce la sostenibilità di un’informazione che va oltre la notizia, mettendo al centro il valore del racconto e dell’analisi”.
domenica 8 Febbraio 2026
NewsGuard è un progetto online che si occupa di certificare l’affidabilità e l’indipendenza dei siti di news. Charlie l’ha citata in passato:
“NewsGuard è un progetto americano di verifica dell’accuratezza e della trasparenza dei siti di informazione, che negli anni scorsi ha iniziato a coprire molti altri paesi del mondo con un suo sistema di “pagelle” basato su diversi criteri di giudizio: i risultati sono discontinui, per la fragilità di alcuni di questi criteri, e spesso le sue certificazioni si limitano ad aggiungersi alle altre che le testate tradizionali usano per attribuirsi patenti di credibilità non sempre fondate. Più convincenti sono i report meno schematici e più argomentati, come quelli sugli inserzionisti che sostengono i siti di disinformazione, o come la lista dei più influenti siti di disinformazione in Italia pubblicata a fine anno”.
Adesso NewsGuard ha presentato una denuncia contro l’agenzia governativa statunitense che si occupa di concorrenza e di tutela dei consumatori, sostenendo che stia introducendo regole per danneggiarla, per ritorsione contro le valutazioni negative che NewsGuard ha fatto di siti e giornali vicini all’amministrazione Trump.
domenica 8 Febbraio 2026
A Londra sta proseguendo il processo contro il tabloid Daily Mail e il suo editore che ha tra gli accusatori diverse persone di notorietà pubblica che sostengono che il giornale abbia utilizzato strumenti e pratiche illegali per sorvegliarle e spiare le loro conversazioni (dentro uno scandalo più esteso che dura da vent’anni). Tra loro ci sono il principe Harry, il cantante Elton John – che ha deposto venerdì – l’attrice Elizabeth Hurley, e Doreen Lawrence, celebrata attivista contro il razzismo e madre di Stephen Lawrence, ucciso in un drammatico e celebre caso di violenza razzista nel 1993. Nella sua deposizione Lawrence ha raccontato di avere scoperto solo molto tardi che il Daily Mail, che riteneva un alleato nelle sue campagne, l’aveva fatta spiare e registrare illecitamente nelle sue conversazioni private per ottenere informazioni che poi pubblicava attribuendole a fonti della polizia.
domenica 8 Febbraio 2026
AFP (“aefpé”) è una delle più importanti agenzie di stampa internazionali: sta per Agence France-Presse, è stata fondata a Parigi alla fine della Seconda guerra mondiale per prendere il posto della più antica agenzia di stampa di sempre, che esisteva persino dal 1835. Ha una costituzione speciale e uno statuto che le garantiscono indipendenza e impediscono che possa venire acquistata, ma malgrado una quota assai cospicua di contributi da parte dello stato francese si trova dall’inizio del secolo in una crisi finanziaria che ha avuto momenti molto gravi, legata alle più generali crisi che riguardano le agenzie di stampa e che hanno fatto perdere loro molti contratti e abbonamenti da parte delle testate di tutto il mondo.
Giovedì il quotidiano Le Monde ha pubblicato una accurata e chiara lettera di forti preoccupazioni da parte dei giornalisti dell’agenzia per il progetto della dirigenza di ridurre sostanziosamente il numero di corrispondenti nel mondo, e in particolare quello dei giornalisti francesi dislocati in rotazione nelle sedi estere.
domenica 8 Febbraio 2026
Andrea Bozzo, disegnatore e collaboratore della Stampa, ha inaugurato su Twitter (o come si chiama ora) una divertente ed esauriente serie di storie su “A che punto è la vendita della Stampa“: uno, due e tre.
domenica 8 Febbraio 2026
Le trattative per la vendita di GEDI – il gruppo editoriale che possiede Repubblica e Stampa – si sono inabissate in luoghi invisibili, dopo le concitazioni delle settimane scorse. Alcuni giornalisti di Repubblica hanno tenuto una conferenza stampa a Roma, giovedì, dove tutto quello che hanno saputo raccontare è di non avere notizie, e di non avere interlocutori, perché «il management di GEDI è in vendita pure lui e quindi non sa o ha mandato di non dire». Gli stessi giornalisti hanno detto di avere ricevuto notizie vaghe sul fatto che la scadenza della trattativa con il gruppo greco Antenna sarà aggiornata nei prossimi giorni (la precedente era il 31 gennaio), e di ritenere che questo significhi tempi ancora lunghi, altrimenti non ci sarebbe bisogno di stabilirne una nuova: «parliamo sicuramente di altri mesi».