Estratti della newsletter sul dannato futuro dei giornali.
domenica 12 Aprile 2026
E a proposito dell’uso dei software di “intelligenza artificiale” nelle redazioni, c’è stato un altro spettacolare incidente in un quotidiano italiano (qui un precedente), legato all’uso più facile e pigro, quello di affidare ai software la scrittura integrale degli articoli, senza una revisione finale da parte dei giornalisti (che in questo caso avevano apparentemente dato “indicazioni” a un testo precedente). Il risultato è che nelle pagine di Catania del quotidiano La Sicilia, una settimana fa, un articolo di cronaca iniziava così.

domenica 12 Aprile 2026
Mercoledì c’è stato il primo sciopero della storia della redazione di ProPublica , la testata online americana di inchieste giornalistiche che ha guadagnato grande autorevolezza (e premi) nei quasi vent’anni della sua storia. I giornalisti hanno da tempo rivendicazioni sul contratto, e richieste che vengano stabilite regole sull’uso dei software di “intelligenza artificiale” e sulle conseguenze sull’occupazione. La dirigenza sostiene che sia troppo presto per stabilire regole, considerata la fluidità dei progressi dei software stessi e dei loro possibili usi.
domenica 12 Aprile 2026
È arrivata dopo la mezzanotte italiana, quando era già mercoledì, la notizia che Donald Trump aveva accettato di discutere un cessate il fuoco con l’Iran, accantonando le sue minacce apocalittiche delle ore precedenti. L’orario è stato particolarmente sfortunato per i maggiori quotidiani italiani, che abitualmente “chiudono” prima di mezzanotte e rendono disponibili le edizioni digitali tra mezzanotte e mezzanotte e mezza. Dei due principali, il Corriere della Sera aveva aspettato e ha poi pubblicato una frettolosa prima pagina con la nuova notizia, mentre Repubblica era già uscita con una versione della prima pagina, che ha poi modificato nel suo titolo maggiore.

domenica 12 Aprile 2026
Dieci giorni fa diversi interventi di utenti statunitensi di social network si erano scatenati contro un errore di titolazione del New York Times, piuttosto vistoso: il giornale aveva sbagliato il significato dell’acronimo NATO, confondendo “Atlantic” con “American”. L’errore era stato molto probabilmente una distrazione piuttosto che un’ignoranza, e il giornale aveva provveduto a correggerlo e a segnalare la correzione. Diversi giornalisti sono intervenuti nei giorni successivi per criticare gli eccessi aggressivi nei confronti dello sbaglio.
La storia è interessante per aiutare a cercare un equilibrio di giudizio tra il lavoro giornalistico che si impegna per cercare di non sbagliare, ma qualche volta inevitabilmente gli capita, e quello che sbaglia perché si impegna poco. In questo senso, la differenza la mostrano i dati e la quantità: un raro errore in una testata solerte nel correggerlo è una cosa diversa da uno di molti errori in una testata che trascura di correggerlo e trarne lezioni di maggiore attenzione.
domenica 12 Aprile 2026
Quasi tre anni fa, citando il numero della rivista del Post dedicato ai giornali e al giornalismo, scrivemmo su Charlie di un antico luogo comune.
“Un vecchio modo di dire del giornalismo predica che una notizia sia «uomo morde cane» e non lo sia invece «cane morde uomo». Ma non è vero: le notizie possono essere tali per la loro eccezionalità imprevista, ma lo sono altrettanto in molti casi in cui confermano un fenomeno, una storia, una questione eterna che si può approfondire e spiegare”.
È stato l’effetto “uomo morde cane”, spiega un articolo del New York Times, a indurre un anno fa molti giornali – soprattutto britannici, ma non solo – a credere a una notizia poco verosimile, proprio perché sembrava smentire i fatti più noti: quella di una crescita della fede cristiana e della frequentazione delle funzioni religiose nel Regno Unito, soprattutto tra i giovani. Ma la ricerca su cui si basava la notizia si è rivelata sballata: il sito YouGov che l’aveva compiuta ha dovuto chiedere scusa, la società di ricerche bibliche che l’aveva commissionata si è detta stizzita e delusa, decine e decine di siti di news hanno dovuto correggersi, mentre molti altri non lo faranno e quei dati errati continueranno a circolare.
In Italia la notizia infondata era stata pubblicata dai quotidiani Avvenire e Foglio, e con maggiore scetticismo da Repubblica.
domenica 12 Aprile 2026
Sabato il Comitato di redazione di Repubblica ha pubblicato un comunicato sul giornale per annunciare che i primi confronti con la nuova proprietà erano stati sufficientemente promettenti da far rinunciare al blocco delle “iniziative speciali” (progetti editoriali orientati soprattutto alla raccolta pubblicitaria, e preziosi per i bilanci) deciso a suo tempo per protesta contro la poca chiarezza delle trattative di vendita. Al tempo stesso il comunicato descriveva quei primi confronti come non ancora abbastanza rassicuranti da far abbandonare le preoccupazioni e le mobilitazioni della redazione.
domenica 12 Aprile 2026
Riprendiamo da Charlie di quasi quattro anni fa:
“Libération è il quotidiano ormai “storico” (tra pochi mesi avrà cinquant’anni) della sinistra francese: per semplificare molto diremmo che sta a metà tra il Manifesto e Repubblica (nato più simile al primo, divenuto poi meno radicale), perché in Francia c’era già – quando nacque Libération – un grosso quotidiano di posizioni progressiste più moderate, che è ancora il più letto di tutti, Le Monde. La sua storia è ricca di episodi importanti e di sviluppi, che hanno riguardato spesso anche la sua sostenibilità economica, con difficoltà molto gravi in più occasioni, e passaggi proprietari e societari. Adesso è di una sorta di fondazione creata nel 2020 dal suo precedente proprietario, il ricchissimo imprenditore di nascita marocchina Patrick Drahi. Il suo direttore si chiama Dov Alfon, ha 61 anni, è nato in Tunisia ed è franco-israeliano (a lungo ha lavorato al quotidiano israeliano Haaretz). Libération è il quinto quotidiano nazionale per diffusione, e dichiara circa 90mila copie vendute e 60mila abbonati digitali, con una soddisfacente crescita negli ultimi tre anni dopo un lungo declino”.
Mercoledì Alfon ha annunciato le sue dimissioni: il suo successore sarà probabilmente – se la redazione approverà la sua nomina – Nicolas Barré, che era stato fino al 2023 direttore del quotidiano economico e finanziario Les Échos, prima di esserne allontanato dalla nuova proprietà, il gruppo del lusso LVMH.
domenica 12 Aprile 2026
Nella sua newsletter Mediastorm, dedicata ai media e all’informazione, Lelio Simi ha pubblicato un consueto consuntivo sulle vendite dei quotidiani italiani, relativo ai dati del 2025.
“Cosa ne possiamo dedurre? L’analisi andrebbe ampliata ma direi che il dato porta a pensare che la contrazione dell’universo dei quotidiani italiani, in particolare nel canale edicola, avviene sostanzialmente in maniera “armonica” e che, insomma, non c’è alcun travaso apprezzabile, numericamente, da una testata all’altra.
Il declino non genera una competizione interna, ma un impoverimento dell’intero sistema.
E questo ci dice un’altra cosa ancora più importante: una volta che una testata rompe il patto di fiducia con un lettore, questi non si sposta su un’altra, smette semplicemente di comprare giornali in edicola. Il lettore abbandona il mezzo, non un singolo editore”.
“Le copie digitali pesano sul volume di venduto “individualmente” per il 28%, un deciso balzo in avanti rispetto al 2021 quando complessivamente valevano solo il 19% del totale.
C’è però da precisare che, nel concreto, il loro aumento è soltanto di 17mila copie medie nel confronto con il 2021 (niente più che un +5%). Il deciso incremento del peso percentuale del digitale sul totale di copie vendute è caratterizzato da due elementi che ne ridimensionano il valore: 1) il rapido declino delle vendite cartacee che incide molto più che non la crescita netta del digitale; 2) l’ascesa delle sole copie digitali a prezzi più economici.
L’aumento delle copie digitali vendute si è sempre più assottigliato nel confronto anno su anno per diventare praticamente nullo tra 2025 e 2024 (un impercettibile +0,04%) con le copie digitali più economiche che, per la prima volta, superano quelle vendute a prezzi più alti.
Il totale della vendita di copie digitali è sostanzialmente stabile in questi ultimi cinque anni (e negli ultimi tre anni praticamente nullo, l’incremento anno su anno è sotto il punto percentuale) ma va tenuto conto che c’è stato un travaso di copie digitali “premium” verso quelle super economiche, con una evidente perdita di valore complessiva” .
domenica 12 Aprile 2026
C’è dell’agitazione negli ambienti giornalistici statunitensi intorno alla tradizionale “White House correspondents’ association dinner”, ovvero la cena dei giornalisti che si occupano della Casa Bianca e a cui abitualmente partecipano esponenti politici, membri del governo, e soprattutto il presidente degli Stati Uniti (che per tradizione tiene un discorso pieno di battute, quasi da comico). Donald Trump, fedele alla sua polemica quotidiana contro gran parte dei giornali, non ha invece mai partecipato da presidente (ma è stato preso in giro dall’allora presidente Obama, una volta), e ha spesso invitato a boicottare la cena: ma quest’anno ha annunciato che ci sarà, il 25 aprile, e ai tavoli delle varie testate saranno invitati anche diversi politici dell’amministrazione. CBS News, per esempio, ospiterà il ministro della Difesa Pete Hegseth, che è stato denunciato da gran parte delle maggiori testate per le censure e le limitazioni nei confronti dei loro giornalisti. E ci sono in giro molte irritazioni rispetto a questa occasione conviviale tra le redazioni e l’amministrazione più violentemente repressiva nei confronti del lavoro giornalistico, ma anche preoccupazioni per quello che Trump potrà dire dei propri ospiti.
domenica 12 Aprile 2026
La cosa scritta nel prologo va tenuta presente anche quando leggiamo di risultati comunicati dalle aziende giornalistiche: di rado sono numeri certificati da enti terzi e da bilanci, spesso sono dati non verificati di cui bisogna fidarsi. In questo caso l’interesse a pubblicarli comunque non deriva da ragioni economiche ma da una quota di implicita fiducia data alle fonti, e all’idea che quei dati possano essere interessanti, a patto di chiarire le cautele relative. Che è un po’ quello che abbiamo fatto con questa premessa prima di citare i risultati esposti dalla responsabile del digitale del Times, storico quotidiano e sito di news britannico. Anna Sbuttoni ha detto al sito Press Gazette che il giornale avrebbe ridotto il numero di articoli pubblicati del 25% (da 200 a 150 al giorno, in media) senza che questo abbia diminuito il traffico sul sito, che anzi sarebbe aumentato nell’ultimo mese del 13% e addirittura del 29% sull’anno prima.
Secondo Sbuttoni la diminuzione della quantità si sta accompagnando a un lavoro sulla qualità fatto da cinque criteri: scrivere più articoli che non si trovano altrove; raccontare, per le storie coperte anche da altri, cose che non si trovano altrove; seguire le storie in corso, usando molto i live blog; usare i dati per dare concretezza e interesse agli articoli e rimuovere tutto il testo inutile; titolare e presentare gli articoli in modo che i lettori sappiano “perché dovrebbero cliccare”.
domenica 12 Aprile 2026
Diverse analisi recenti hanno confermato un dato sul traffico dei siti di news che era stato già anticipato da Elon Musk quando aveva acquistato Twitter, cambiandogli nome in X: ovvero che a ricevere maggiori “engagement”, e quindi attenzioni e promozioni, siano i tweet in cui non compaiono dei link. E questo, naturalmente, è un problema per i siti di news, che contano ancora sui social network per ottenere delle quote di traffico verso le proprie pagine, per quanto sempre più ridotte: ma dice anche che i siti di news sono sempre meno protagonisti della diffusione delle notizie sullo stesso Twitter (o X).
domenica 12 Aprile 2026
Nella sua newsletter, il giornalista statunitense di tecnologia Karl Bode ha chiamato questo formato di articolo “il CEO dice che”, spiegando che è così diffuso e frequente che non facciamo più caso alla sua inconsistenza e distanza dai più elementari criteri giornalistici. Succede molto anche sui giornali italiani, sono quegli articoli fondati unicamente sulle dichiarazioni di importanti dirigenti d’azienda, dichiarazioni i cui contenuti non sono verificati in nessun modo e che spesso non hanno nemmeno i tratti essenziali di una notizia.
Se a volte il manager o l’amministratore delegato in questione può avere una competenza – per il suo ruolo – che rende un suo parere potenzialmente rilevante (ma è un parere che andrebbe appunto verificato), altre volte le sue parole riportate nei titoli non hanno nessun particolare valore (è il caso, per quanto peculiare, dei frequenti articoli del Sole 24 Ore sulle dichiarazioni del presidente di Confindustria).
Altre volte manager e dirigenti vengono citati come fonte dei risultati delle rispettive aziende, senza nessuna ulteriore indagine se i risultati annunciati – o i termini in cui vengono descritti – siano fondati e rivelino esattamente gli andamenti delle aziende stesse.
È nelle cose da sempre, che alcuni giornali in particolare dedichino spazio giornalisticamente insignificante alle aziende che sono inserzioniste pubblicitarie o sponsor, o alle banche di cui sono debitori: e di certo serve alla loro sostenibilità economica, al fatto che esistano. Ma da lettori, è utile tenere presenti queste ragioni.
Fine di questo prologo.
domenica 5 Aprile 2026
Sul Corriere della Sera di sabato un articolo celebrava il brand del lusso Bulgari e un altro promuoveva quello che si chiama Falconeri. L’uno e l’altro avevano acquistato spazi pubblicitari sul quotidiano nei giorni precedenti.
domenica 5 Aprile 2026
All’inizio di questa settimana i giornali italiani hanno scritto degli sviluppi di un’indagine giudiziaria che riguarda l’ex sottosegretario Delmastro e i suoi rapporti con un uomo condannato per attività mafiose, Mauro Caroccia. Non è noto quando fosse stata avviata l’inchiesta, ed è quindi possibile che fosse già in corso quando il Fatto ha ospitato il primo articolo di Alberto Nerazzini che ha rivelato pubblicamente gli accordi societari tra Delmastro e Caroccia, diversamente da quanto Charlie aveva ritenuto la settimana scorsa.
domenica 5 Aprile 2026
Dopo tre mesi di ricerche che avevano fatto contattare importanti giornalisti americani, il sito di news statunitense Politico ha scelto come nuovo direttore un “interno”, Jonathan Greenberger. Politico, che è nato nel 2007, è uno dei più longevi successi giornalistici digitali americani, sopravvissuto alle crisi di altri progetti suoi coetanei, e acquisito nel 2021 dalla multinazionale editoriale tedesca Axel Springer. Greenberger, che ha 42 anni, è a Politico dal 2024, finora con un ruolo di promozione e monetizzazione del capitale giornalistico del sito, e quindi competenze sia editoriali che commerciali.
domenica 5 Aprile 2026
Nei quotidiani molto grandi, con tante pagine e diverse sezioni, capita che le diverse redazioni non comunichino tra loro, e che le scelte di alcuni articoli minori non siano condivise tra i responsabili: così può succedere che certe notizie appaiano due volte, perché ciascuna delle sezioni l’ha ritenuta degna di essere pubblicata per una ragione o per l’altra (spesso accade con comunicati di stampa promozionali), e non c’è stata una revisione complessiva dell’impaginato finale che se ne accorgesse.
È stato così sul Corriere della Sera venerdì, quando i nomi dei vincitori di un premio giornalistico sono stati pubblicati due volte a poche pagine di distanza, nelle Cronache e nella Cultura.
domenica 5 Aprile 2026
La società di investimenti nel digitale della casa editrice Zanichelli – che è una delle più importanti d’Italia nel campo dell’editoria scolastica – ha acquisito una quota di maggioranza del progetto di news Factanza, che diffonde i propri contenuti soprattutto attraverso i social network, rivolgendosi in particolare a un pubblico giovane.
“ZNext, la società controllata dalla casa editrice Zanichelli che investe in aziende tecnologiche nei settori della formazione, del lavoro e del benessere, ha comprato la maggioranza delle quote di Factanza Media. Quest’ultima ha detto che ZNext ha speso 5,1 milioni di euro per rilevare il 53 per cento delle quote e fare alcuni investimenti. Factanza è stata fondata nel 2020 da Bianca Arrighini e Livia Viganò: è nata come pagina di informazione su Instagram e nel tempo ha aggiunto altri prodotti di informazione come le newsletter, i podcast e i video, ma anche una scuola di formazione, con cui fa corsi ad aziende e a privati, e un’agenzia per l’organizzazione di eventi. Factanza Media ha 11 dipendenti più alcuni collaboratori.
Viganò e Arrighini hanno detto che rimarranno a guidare l’azienda e che l’investimento di ZNext è un modo per accelerare il suo processo di crescita. Nell’operazione hanno ceduto le loro quote Primo Capital e PranaVentures, che avevano inizialmente investito in Factanza Media”.
domenica 5 Aprile 2026
Il New York Times ha pubblicato un annuncio di ricerca di un nuovo direttore per un proprio apprezzato e illustre supplemento, la rivista T Magazine. Tra le altre informazioni fornite c’è quella di uno stipendio annuale tra i 260 e i 290mila dollari. A dirigere la rivista finora era Hanya Yanagihara, scrittrice famosa per l’enorme successo del suo libro Una vita come tante, che ha deciso di lasciare il ruolo nelle settimane scorse per “dedicarsi al teatro” (e che ha messo in vendita il suo appartamento di Soho).
domenica 5 Aprile 2026
Alcuni giornali e siti di news italiani si sono occupati questa settimana del “caso Butera”, ovvero una questione giudiziaria di responsabilità sui contenuti diffamatori pubblicati online che sembra uscita da almeno un decennio fa, quando la confusione su queste materie era molto grande. Ne ha scritto anche il Post.
“Il 10 aprile la Cassazione si pronuncerà sul caso del giornalista Fabio Butera, condannato in primo e secondo grado a pagare 33mila euro per i commenti fatti da altri sotto un suo post pubblicato su Facebook, un post che quelle stesse sentenze hanno giudicato non diffamatorio. Butera aveva criticato un articolo del Giornale di Vicenza su una vicenda che riguardava alcuni richiedenti asilo e che era stata strumentalizzata da molti politici, compreso il ministro e segretario della Lega Matteo Salvini”.
domenica 5 Aprile 2026
La grande società editrice americana Condé Nast, che pubblica tra gli altri Vogue, Vanity Fair, il New Yorker, GQ, Glamour, e molte edizioni internazionali delle stesse testate, ha deciso di chiudere l’edizione cartacea britannica della rivista Wired, dentro un progetto di investimento sugli abbonamenti online che nell’ultimo anno è andato molto bene negli Stati Uniti.
domenica 5 Aprile 2026
Giovedì è morto a sessant’anni il giornalista Roberto Arditti, che era stato direttore del Tempo e autore della trasmissione televisiva Porta a porta, oltre che collaboratore di diverse altre testate. Arditti aveva avuto un infarto due giorni prima, comunicato con molta approssimazione e incoscienza dalla gran parte dei siti di news che ne avevano annunciato pubblicamente la morte anzitempo ( alcuni di quei prematuri articoli sono rimasti online non corretti, anche dopo che la notizia era stata smentita).
domenica 5 Aprile 2026
Il New York Times ha pubblicato i racconti e pareri di alcuni giornalisti sull’applicazione della consuetudine del giornalismo statunitense (in Italia è praticata con discontinuità) di contattare i coinvolti in un’inchiesta o in un articolo per avere una loro reazione o risposta. A volte farlo genera controindicazioni per l’efficacia e completezza dell’articolo, e bisogna saperle gestire, spiegano.
domenica 5 Aprile 2026
L'”assemblea di redazione del Fatto” ha pubblicato sul giornale e sul sito, venerdì, un anomalo comunicato critico nei confronti dell’azienda (il Fatto è un giornale di abituali sintonie tra redazione e azienda, di cui gli stessi direttori del giornale sono azionisti minori), abbastanza oscuro per i lettori e le lettrici del giornale: che mostrava di voler confermare un’appartenenza e condivisione dei destini del Fatto, ma anche qualche scetticismo sulla sua sostenibilità economica e sulle soluzioni previste dall’azienda. A conoscere il contesto, però, il comunicato trasmetteva alcune informazioni:
– la considerazione dell’intensa e costosa campagna per il “no” al referendum come un investimento commerciale che ha in effetti portato a dei risultati in termini di crescita degli abbonamenti, ma che ora ha naturalmente esaurito il suo potere.
– la consapevolezza dei bilanci in difficoltà dell’azienda editrice del giornale, già suggeriti da recenti comunicazioni dell’azienda stessa e dalla scelta di ridurre il numero di pagine;
– l’insoddisfazione della redazione per non essere stata informata delle decisioni sulle riduzioni del numero di pagine e sull’eliminazione di alcune sezioni;
– l’obiettivo – senza scadenze definite – di 100mila abbonamenti digitali (nell’ultima certificazione ADS erano 40mila);
– la necessità di superare una divisione ancora robusta tra giornale di carta e giornale online.
“Come tutta l’editoria italiana, anche noi facciamo i conti con la crisi del settore. L’azienda ha ridotto la foliazione e presentato con la direzione un piano di sviluppo digitale, con l’obiettivo di raggiungere i 100 mila abbonati partner, che ci metterebbero in sicurezza a fronte della trasformazione delle abitudini di lettura, con lo spostamento dalla vendita di copie in edicola a quella di abbonamenti digitali.
Gli ultimi bilanci si sono chiusi in perdita, solo marginalmente per i minori ricavi del settore editoriale, che vale tuttora due terzi del fatturato. La diversificazione delle attività non ha finora garantito i margini necessari. Infine, abbiamo appreso solo all’ultimo di decisioni che riguardano la vita e l’immagine del giornale. Questo non è accettabile, anche al di là del doveroso richiamo alle norme contrattuali che prevedono alcune comunicazioni preventive al Comitato di redazione.
Come redazione siamo molto impegnati, da sempre, allo sviluppo di un giornale che consideriamo prezioso. Per questo da anni chiediamo un piano che definisca meglio il prodotto editoriale che vogliamo fare, l’organizzazione del lavoro che solo molto lentamente sta superando l’anacronistica divisione in due redazioni per la carta e per il web, una coraggiosa strategia espansiva e politiche di prezzo coerenti, oltre che il naturale coinvolgimento della redazione.
La crescita di abbonati e copie digitali, in controtendenza con buona parte del settore, è un’ottima notizia, conferma l’attaccamento della nostra comunità di lettori e il riconoscimento del lavoro di un giornale fieramente indipendente, ma purtroppo non basta. Come non basta la consapevolezza di lavorare in un’azienda libera da condizionamenti politici e finanziari e certamente impegnata a tutelare tutti i suoi dipendenti.
Consapevoli delle potenzialità del giornale e del suo ruolo pubblico, l’assemblea dei redattori chiede alla direzione e all’azienda di dettagliare la strategia per l’integrazione digitale e di creare un tavolo di lavoro ai sensi dell’articolo 34 del Contratto nazionale, che prevede il coinvolgimento dei giornalisti, il cui apporto crediamo sia un vantaggio per tutti, nella risoluzione delle criticità” .
domenica 5 Aprile 2026
Il sito statunitense Nieman Lab ha raccontato l’iniziativa di tre autori di newsletter giornalistiche, che hanno proposto un’offerta di “bundle” per i rispettivi abbonamenti alle newsletter: ovvero un abbonamento che iscriva alle tre diverse newsletter, con uno sconto. La proposta è interessante, perché mostra ulteriori “giornalizzazioni” delle newsletter, che in questi anni sono diventate sempre più un prodotto di informazione competitivo, per cui alcuni lettori e lettrici pagano molte iscrizioni: e anche per gli aspetti commerciali i loro autori devono fare le stesse riflessioni e gli stessi esperimenti dei siti di news.
domenica 5 Aprile 2026
La tentazione di dichiarare un declino dei social media è forte e diffusa da diversi anni, anche tra coloro che ne fanno estesissimo uso (il rapporto è quello che c’è tra tossicodipendenti e sostanze, quando i primi arrivano a chiedere di essere incatenati o rinchiusi). Ma in effetti alcuni dati segnalano dei cambiamenti: i più rilevanti e visibili sono gli interventi proibizionisti nei confronti dei bambini, ragazzi o minori in alcuni paesi. Una recente ricerca di un ente pubblico britannico descritta dal Financial Times sostiene che nell’ultimo anno ci sia stato un sensibile calo nell’uso “attivo” dei social network (ovvero di pubblicazione, condivisione o commento), e riferisce che molti intervistati si dicono più preoccupati o spaventati di un tempo rispetto alle conseguenze dell’uso dei social network.
Che nel frattempo sono drasticamente cambiati, un po’ alla volta. Qualcuno dice che dovrebbero essere chiamati ormai “interest media” piuttosto che “social media”, in considerazione del fatto che la maggior parte dei contenuti che ci raggiungono è legata ai nostri interessi registrati dagli algoritmi piuttosto che alle relazioni e “reti sociali” che abbiamo scelto di seguire. Ma gli algoritmi stessi ci offrono anche molti contenuti pensati per crearlo, un nostro interesse, e mantenerci più a lungo sulle piattaforme relative. In questo senso, i social network stanno tornando indietro verso un funzionamento che è quello della vecchia televisione: vediamo quello che ci viene proposto, con il solo potere di cambiare rapidamente canale, e trovare qualcos’altro che ci viene proposto, ma molto più raramente quello che scegliamo noi.
Tutto è molto in cambiamento, e riguarda anche l’informazione che ci raggiunge attraverso i media in questione, che arrivi dalle testate dichiaratamente giornalistiche o da altre fonti. Le aziende editoriali tradizionali possono pure rallegrarsi di un eventuale declino dell’uso dei loro concorrenti social, ma al tempo stesso dai loro concorrenti social ricevono ancora una quota cospicua di traffico e visibilità: ulteriori cali non sarebbero benvenuti. E per quello che valgono i precedenti e i paragoni, negli scorsi decenni tante cose sono cambiate anche intorno alle tossicodipendenze e al genere di sostanze che le creano, ma di sicuro non sono sparite le tossicodipendenze.
Fine di questo prologo.
domenica 29 Marzo 2026
Lunedì il Fatto aveva pubblicato un nuovo articolo su Alberto Leonardis, l’imprenditore a capo della società che ha comprato il quotidiano torinese La Stampa.
“Lui ci mette la faccia e le relazioni, ma i soldi li mettono soprattutto gli altri. Alberto Leonardis, l’imprenditore nato all’Aquila nel 1965 divenuto proprietario di sei giornali locali con lo smantellamento del gruppo Gedi ad opera di John Elkann, possiede solo il 3% di Sae, la società che ha firmato il contratto preliminare per l’acquisto della Stampa. Resta però da definire un aspetto chiave: chi metterà i soldi? Perché la Sae, con i bilanci tinti di rosso e debiti in crescita, non ha le risorse per un investimento stimato intorno ai 20 milioni di euro per l’acquisto della testata torinese. Al prezzo bisogna aggiungere gli investimenti per garantire la continuità aziendale di un giornale in perdita con 178 giornalisti.
Secondo le visure camerali al 30 giugno 2025 Sae Spa ha 21 azionisti, con interessi che vanno dalle costruzioni alla finanza, dall’informatica al baratto pubblicitario con prodotti di consumo. Leonardis, che si definisce “un aggregatore di capitali”, detiene il 3% attraverso Almi, Srl con appena 10mila euro di capitale posseduta insieme alla moglie, Maria Mihaela Malinci. Alla partenza nel 2020, quando Leonardis ha comprato da Elkann Il Tirreno e le testate emiliane (Gazzetta di Reggio, Gazzetta di Modena, La Nuova Ferrara), il 90% apparteneva a quattro soci guidati dal costruttore livornese Maurizio Berrighi e dal distributore di giornali di Grosseto M & S Srl. Ma con le successive ricapitalizzazioni la platea si è evoluta.
Il passaggio decisivo è nel 2022, quando Leonardis ha comprato da Elkann La Nuova Sardegna e ha trasferito la sede di Sae da Piombino a Sassari. Sae ha figliato una nuova Spa controllata al 51%, Sae Sardegna, nella quale Leonardis ha attirato due potenti locali, Antonello Cabras, ex Psi ed ex Pd, già presidente della Regione, e Maurizio De Pascale, imprenditore delle costruzioni e presidente della Camera di commercio di Cagliari, proprietaria dell’aeroporto. La Fondazione di Sardegna, della quale Cabras è il dominus anche senza più cariche, ha acquisito il 22% di Sae Sardegna per 1,037 milioni. Una quota analoga l’ha presa De Pascale. Cabras e De Pascale hanno forti interessi in Sardegna, in particolare nel controverso piano di concentrazione degli aeroporti in una holding regionale con soci privati come F2i e BlackRock”.
domenica 29 Marzo 2026
Charlie ha raccontato in passato come disattenzioni o mancanza di coordinamento tra le diverse esigenze in un giornale possono portare ad accostamenti imbarazzanti e sgradevoli tra determinati articoli e determinati spazi pubblicitari. Uno di questi incidenti è avvenuto sul Corriere della Sera martedì scorso, con effetti spiacevoli per il giornale e per l’inserzionista: nelle edizioni digitali la pubblicità è stata poi rimpiazzata.
domenica 29 Marzo 2026
Delle coincidenze tra le pagine sui maggiori quotidiani comprate da inserzionisti pubblicitari e gli articoli sugli stessi quotidiani dedicati agli stessi inserzionisti abbiamo scritto meno su Charlie, negli ultimi mesi, perché i ricchi esempi mostrati erano diventati un po’ ripetitivi e la pratica era stata descritta a sufficienza. Ma ogni tanto segnaliamo il suo perdurare: venerdì per esempio Repubblica ha dedicato un articolo al brand del lusso Bulgari, che aveva comprato una pagina di pubblicità su Repubblica martedì.
domenica 29 Marzo 2026
Venerdì il Manifesto ha brevemente riferito che “Andrea Giambruno perde la causa al Manifesto”.
“Lo show fuori onda trasmesso da Striscia la notizia nell’ottobre 2023 con protagonista Andrea Giambruno, allora compagno della presidente del Consiglio (e poi non più, perché per quello show Giorgia Meloni lo lasciò dando la notizia via social), costituisce fatto di «oggettiva gravità», «legittimamente criticabile» sia per «il ruolo pubblico» ricoperto da Giambruno sia «per il linguaggio e le allusioni utilizzate». Il Tribunale di Roma ha respinto la richiesta di risarcimento che Giambruno ha presentato al manifesto (così come al Corriere della Sera e al Fatto), condannando l’ex compagno della premier a pagare le spese legali ai tre quotidiani. Per la giudice di Roma, l’articolo di Alessandra Pigliaru sul manifesto costituisce libero esercizio di critica per il suo «taglio chiaramente politico culturale, con una forte impronta femminista e simbolica»”.
A differenza di altre cause per diffamazione con decisioni favorevoli al denunciante, si nota che Andrea Giambruno non sia un magistrato.
domenica 29 Marzo 2026
L’azienda pubblica britannica di informazione e intrattenimento, BBC, ha scelto come nuovo direttore generale l’ex dirigente di Google Matt Brittin.
domenica 29 Marzo 2026
Priorità simili sono naturalmente esibite con assai maggiore disinvoltura dai quotidiani di proprietà del deputato leghista Angelucci, Libero e Giornale. Il direttore di Libero, la cui professione precedente è stata di portavoce della presidente del Consiglio Meloni, ha per esempio analizzato così per i suoi lettori le scelte della suddetta presidente del Consiglio nella campagna del referendum, mercoledì: “Lei, Giorgia, è stata una leonessa, ha combattuto contro la macchina della menzogna”.
domenica 29 Marzo 2026
L’articolo del Corriere della Sera sull’incontro tra il presidente del Senato La Russa e i genitori dei bambini al centro del caso giudiziario cosiddetto “della famiglia nel bosco”, aveva questo romantico inizio, esemplare di uno stile giornalistico e di una quotidiana disponibilità del Corriere a dare spazio in una luce felice ai leader della maggioranza di governo e ai loro messaggi.
“Sotto le volte di Palazzo Giustiniani anche il cestino di vimini che oscilla graziosamente dal braccio di Catherine, acquista solennità. Pare, infatti, l’accessorio perfetto per raccontare la giornata più insolita del Senato, fra happening di cronisti ed emozioni sincere. L’avventura neorurale dei genitori di Palmoli diventa fiaba istituzionale, appello ufficiale a ricongiungere babbo, mamma e piccoli Trevallion. Magico il luogo, magica la giornata: una tiepida mattina di primavera nel cuore di Roma. Finirà con la lettura commossa di una lettera che è insieme abbraccio e impegno, dopo un incontro durato quaranta minuti con la seconda carica dello Stato, il presidente Ignazio La Russa”.
domenica 29 Marzo 2026
L’Ordine dei giornalisti è intervenuto per criticare – piuttosto sbrigativamente e senza grandi severità – la pubblicazione su diversi siti di news del video che descriveva l’aggressione di un’insegnante da parte di un giovane studente in provincia di Bergamo.
“La pubblicazione del video da parte di molte testate, anche autorevoli, della recente aggressione ad una professoressa, è un fatto grave e ignora le norme deontologiche della professione. Riteniamo che il video dell’accoltellamento nulla aggiunga al racconto dei fatti. Quanto accaduto interpella prima di tutto i giornalisti sull’esercizio responsabile della professione e sulla necessità di non cadere nella spettacolarizzazione. Riteniamo, inoltre, che sia necessario tutelare sia i minori coinvolti che la persona gravemente colpita ed evitare il pericolo di emulazione. L’informazione di qualità si misura anche rinunciando alla caccia dei click”.
Tra le testate più note che hanno pubblicato il video ci sono Repubblica, Corriere della Sera, Adnkronos, Stampa, Fanpage, Tgcom24.
Il Fatto ha pubblicato un breve articolo per comunicare la decisione di non mostrare il video (il Post non ha pubblicato il video).
domenica 29 Marzo 2026
Non è diventata solo una questione giudiziaria e politica, ma anche giornalistica, la citazione su alcuni giornali del nome di un importante parlamentare di Forza Italia, Giorgio Mulè, in relazione a una grossa inchiesta per corruzione che è diventata nota giovedì con alcuni decreti di perquisizione. Il nome di Mulè non è infatti nella documentazione giudiziaria che è stata resa pubblica e Mulè non risulta indagato, e si è molto indignato per essere stato citato: per esempio Repubblica ha scritto che uno degli indagati “rivendica rapporti anche con Giorgio Mulè”. Il Fatto assai più sostanziosamente gli dedica un articolo e sostiene che il nome sia “nelle intercettazioni”: “Dalle intercettazioni (seppur citato de relato) si scopre anche che a Mulè Spalletta si sarebbe rivolto per la nomina a generale di un militare dell’Aeronautica. Questa circostanza è da riscontrare, Mulè non è indagato, ma non è escluso che i pm possano decidere di sentirlo”. Ancora il Fatto, in un altro articolo, dice che il nome di Mulè è stato “trovato poi dai giornalisti con un loro autonomo lavoro”.
Il Manifesto l’ha messa così: “Il politico di cui si parla, riferiscono fonti giudiziarie, è Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera di Forza Italia, già sottosegretario alla difesa del governo Draghi. Il deputato, ad ogni buon conto, non è nell’elenco dei ventisei indagati emerso al momento delle perquisizioni di ieri né risulta aver ricevuto alcun avviso di garanzia”.
Il Corriere della Sera ha aggiunto la risposta di Mulè: “Coppola diventerà generale, grazie anche all’«intervento di un importante esponente politico e rappresentante istituzionale» che da indiscrezioni sarebbe l’onorevole forzista Giorgio Mulè (non indagato). Ma ecco la precisazione di Mulè: «Da sottosegretario alla Difesa il ruolo mi ha portato e mi porta a fare un numero imprecisato di segnalazioni. Aver fatto uscire il mio nome che non compare negli atti di perquisizione e sequestro rappresenta uno sfregio del quale la Procura di Roma, che si è dimostrata incapace di tutelare un cittadino, sarà chiamata a dare giustificazioni”.
In seguito alle polemiche il Fatto ha scritto ancora: “Il politico forzista nemmeno in ipotesi avrebbe commesso un reato ma la sua influenza sarebbe stata millantata o trafficata per dare un’utilità da parte di Spalletta al generale. Non era possibile per la stampa dunque non citare il ruolo di Mulè. La procura di Roma, anzi, ha avuto una cautela istituzionale non inserendo il suo nome per tenerlo fuori dal decreto di perquisizione anche solo come persona citata e non indagata”.
Domenica il Fatto ha rivendicato la correttezza di riportare informazioni di cui un giornale viene in possesso (la questione discutibile sono eventualmente le violazioni grazie alle quali ne è venuto in possesso).
domenica 29 Marzo 2026
Edmund Lee, ex giornalista del New York Times, ha scritto sulla sua newsletter su Substack una riflessione interessante sulla mancanza di fiducia nei confronti dei giornali e dei giornalisti. La sua tesi, tra le altre cose, è che si debba soprattutto alla poca conoscenza all’esterno del lavoro giornalistico, e dell'”umanità” dei suoi processi. E al circolare di luoghi comuni superficiali e che generalizzano quel lavoro immaginandolo al servizio di un unico condiviso interesse. I giornali, dice Lee, dovrebbero raccontare di più il proprio lavoro: altrimenti le persone se ne costruiscono un’idea da soli, attingendo un po’ ai film e alle serie e un po’ alla tendenza contemporanea a vedere tutto in chiavi dietrologiche e diffidenti.
“There is no “the media.” No monthly meetings. No Star Chamber under Eighth Avenue. We’re just a supper club of hungry reporters trying to beat one another on a story. Our shared language is short: This matters and I got it. That’s all we care about. That’s the job. I know earnest mottos won’t quell the riot. You can feel it, the need for a hidden hand. Conspiracy is our new religion. It’s just easier, more legible, to believe newspapers march to the beat of an invisible drum” .
“Because no one understands how this works. The process is opaque, and, worse, counterintuitive. Reporting, editing, headlines, photo choice, social posts, video edits — all invisible to the reader. We sometimes have a secret language: headlines that read “…Is Said to…” means anonymous source. In my last job for The Times, I learned how wide the gap is. One paying subscriber thought the paper was owned by Rupert Murdoch. (He owns The Wall Street Journal and Fox News.) Others thought “bureau chief” meant government agent. This one killed me: anonymous sources are anonymous to us, that information simply drifts in and lands, unchecked, in print.
It doesn’t work that way. Reporters name their sources to editors. They explain how they know what they know. Editors push: What’s the motive? Why not on the record? Can we confirm it?
Sometimes it still doesn’t run. What makes it into print under a veil has usually survived the most scrutiny. The reader never sees that”.
domenica 29 Marzo 2026
Venerdì c’è stato uno sciopero a cui hanno aderito i giornalisti di molte testate italiane, per il rinnovo del contratto: ragione già di un precedente sciopero pochi mesi fa, e di un successivo, annunciato per il 16 aprile. Molti quotidiani non sono quindi stati pubblicati, nelle loro versioni cartacee e digitali, sabato: e diversi siti di news non sono stati aggiornati venerdì. La consuetudine prevalente è che in caso di scioperi con cospicue partecipazioni della maggioranza di una redazione, o approvati dal comitato di redazione di un giornale, la proprietà e la direzione rispettino quella scelta (anche quando ci siano giornalisti che non scioperano) e il giornale non sia pubblicato. Ma non è sempre rispettata, e capita che in alcune testate ci siano polemiche e irritazioni perché il giornale viene comunque fatto uscire malgrado le adesioni allo sciopero. Era successo a novembre col Giornale e con la Gazzetta dello Sport. Stavolta la redazione del Giornale ha accettato l’uscita del quotidiano scegliendo uno “sciopero delle firme” (chi scioperava non ha firmato i propri articoli). La Gazzetta dello Sport è di nuovo uscita malgrado l’alta partecipazione dei suoi giornalisti allo sciopero, e malgrado la scelta diversa del Corriere della Sera, appartenente alla stessa società.
Non hanno scioperato e sono usciti gli altri due quotidiani vicini alla maggioranza di destra, Libero e Verità (nel caso di Libero e del Giornale: di proprietà della maggioranza di destra), così come il Foglio. Non ha scioperato il Manifesto, spiegando la solidarietà con la protesta, e nemmeno il Post, spiegando a sua volta.
Alla vigilia dello sciopero, i due interlocutori della trattativa – FNSI e FIEG – avevano diffuso due comunicati ancora molto polemici l’uno con l’altro.
domenica 29 Marzo 2026
Lunedì è stata infine annunciata la vendita del gruppo GEDI alla società greca Antenna. Dalla vendita è scorporato il quotidiano torinese La Stampa, di cui era già stata comunicata la cessione alla società SAE: quindi Antenna acquisirà il quotidiano Repubblica, le radio di GEDI, lo HuffPost italiano, l’edizione italiana del National Geographic. L’amministratore delegato di Exor, società che possedeva GEDI, ha diffuso comunicazioni un po’ confuse e contraddittorie rispetto alla scelta di vendere. Il gruppo Antenna ha diffuso comunicazioni rituali e piuttosto sommarie sulle proprie intenzioni e aspettative. Il Comitato di redazione ha diffuso comunicazioni ancora preoccupate e diffidenti sulla poca chiarezza di quello che è successo, che sta succedendo e che succederà.
L’unica notizia è stata l’ufficializzazione della scelta della nuova amministratrice delegata, Mirja Cartia D’Asero, che era stata amministratrice delegata del Sole 24 Ore, uscendone un anno fa con qualche polemica e insoddisfazione. È stato anche confermato il direttore di Repubblica Mario Orfeo, ma in questa fase così fluida e incerta è una conferma che avrà bisogno di ulteriori conferme.
Sabato il Foglio ha pubblicato una sua sintesi delle prospettive della vendita, che fornendo alcuni dati ed elementi ripete una lettura ormai consolidata per cui l’interesse maggiore di Antenna fossero le radio del gruppo, mentre la proprietà di Repubblica potrebbe essere più complicata da gestire.
“La situazione di Repubblica è più difficile non solo per la perdita di copie e pubblicità degli ultimi anni, ma per ragioni più strategiche. In dieci anni il giornale ha perso circa tre quarti delle copie vendute e addirittura, secondo gli ultimi Ads di gennaio 2026, vende solo 55mila copie stampate, con un tasso di reso vicino al 50 per cento, cui vanno sommate 15 mila abbonamenti digitali venduti ad almeno il 30 per cento del prezzo pieno. La redazione ha ancora oltre 250 giornalisti, mentre con questi numeri ne potrebbe sostenere meno di cento. Ma immaginando una riduzione del genere, come fare per realizzare con meno risorse un giornale con ambizioni nazionali?
Repubblica è sempre stato un quotidiano poco radicato territorialmente, all’inizio perché nasce come secondo quotidiano d’opinione, un po’ perché quando nasce non ci sono piazze libere in cui radicarsi. Per cui si è sviluppato con molte edizioni locali, ma allo stesso tempo senza essere leader in nessuna città importante. Sia a Milano sia a Roma è secondo, ma con un quarto delle copie del Corriere e metà del Messaggero. A Bologna è secondo, ma con un quarto di copie rispetto al Carlino e a Torino è quarto con un decimo delle copie della Stampa.
Quando il mercato pubblicitario era florido e le diffusioni erano più consistenti, questa mancanza di radicamento territoriale è stata un punto di forza perché Repubblica era il più nazionale dei quotidiani e pubblicitariamente era appetibile anche da solo, ma le copie di oggi sono troppo poche per qualsiasi campagna di taglio nazionale e l’assenza di primati locali è un problema”.
domenica 29 Marzo 2026
Il guaio che ha portato alle dimissioni del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro merita di essere segnalato per il raro e ammirevole percorso giornalistico che lo ha rivelato. Percorso quasi da manuale, ma è un manuale raramente applicato nelle pratiche giornalistiche italiane, un po’ per cultura e un po’ per limitatezza di risorse: e quindi la consuetudine è che le pochissime volte in cui degli articoli giornalistici generano qualche conseguenza politica, la genesi reale siano delle iniziative giudiziarie già avviate di cui viene informato un giornalista, e il suo giornale le rivela.
Stavolta è successa una cosa diversa: non ancora una lunga indagine strutturata che sia stata pubblicata al momento in cui aveva raccolto tutti gli elementi e una ricostruzione completa, come succede nei film. Ma i film sono film, e qui le circostanze erano diverse. Alberto Nerazzini stava lavorando su un libro a proposito di argomenti su cui ha antiche attenzioni e competenze, e studiando le fonti accessibili ha progressivamente scoperto e messo insieme i pezzi della relazione tra un noto condannato per reati legati ad attività mafiose e un sottosegretario alla Giustizia. Ha fatto le verifiche del caso, ha proposto la storia al Fatto, al Fatto hanno riconosciuto il valore di quello che Nerazzini aveva scoperto, studiando e indagando, e hanno pubblicato la sua storia.
Il fatto che ci potessero ancora essere cose da scoprire (le fotografie diffuse su altre testate nei giorni successivi), tra l’altro, ha finito per contribuire a indebolire ulteriormente la posizione e la credibilità di Delmastro, che era precipitosamente intervenuto con spiegazioni dimostrate poi false.
Le dimissioni di Delmastro sono la sanzione puntuale e vistosa della bontà del lavoro di Nerazzini e del Fatto, ma non sono le dimissioni di un sottosegretario l’obiettivo di una buona inchiesta giornalistica: è il rivelare e far comprendere elementi della realtà, che in questo caso sono connessioni di rilevanti esponenti della maggioranza di destra con attività illegali e mafiose, oppure “leggerezze” irresponsabili e pericolose da parte di inadeguati responsabili delle istituzioni (campo in cui gli esempi di questo tipo cominciano ad abbondare). Oppure entrambe le cose.
Fine di questo prologo.
domenica 22 Marzo 2026
La rassegna stampa pubblica del Post, “I giornali spiegati bene”, il prossimo weekend ha un doppio appuntamento all’interno del festival Pensavo Peccioli in Toscana. Sabato 28 e domenica 29 marzo Luca Sofri, Francesco Costa e Luca Misculin racconteranno cose contigue a quelle di cui parla ogni settimana questa newsletter.
domenica 22 Marzo 2026
Domenica scorsa avevamo scritto in una parentesi che il contributo pubblico straordinario per i giornali cartacei si somma per alcuni richiedenti a quello annuale consueto previsto dal “fondo per il pluralismo”: ma era un errore. Le testate che ricevono quest’ultima sovvenzione erano infatti escluse dal fondo straordinario (con effetti paradossali per cui diverse testate hanno ricevuto contributi molto più ricchi “straordinariamente” di quelli che “ordinariamente” ricevono quelle che ne hanno titolo secondo la legge sui contributi pubblici).
domenica 22 Marzo 2026
Il Corriere della Sera ha pubblicato giovedì – come disposto dalla sentenza stessa – un estratto della sentenza dello scorso gennaio che ha condannato per diffamazione il Giornale, il suo giornalista Felice Manti e il suo ex direttore Alessandro Sallusti, imponendo loro il pagamento di un risarcimento di circa 40mila euro e delle spese processuali. La causa era stata promossa da un magistrato, Emilio Sirianni: categoria professionale che, sicuramente con fondate ragioni, vede accolte dai propri colleghi le richieste di questo genere con maggiore frequenza.
domenica 22 Marzo 2026
Non prendetela sul personale, abbonati e abbonate del Post a cui siamo riconoscenti, e nemmeno voi amici e amiche degli abbonati e abbonate. Ma lo raccontiamo perché è un cruccio di diversi progetti di informazione che devono la loro sostenibilità alle newsletter a pagamento, e soprattutto di quelli che sono essenzialmente delle newsletter a pagamento: il cruccio lo ha espresso l’autore della newsletter americana Breaker, dedicata ai media (che abbiamo citato in passato su Charlie), ed è costituito dall’inoltro della newsletter a destinatari non paganti, che quindi non compensano il lavoro giornalistico di cui godono.
Lachlan Cartwright ha spiegato su un’altra newsletter, A Media Operator, che l’ultimo invio di Breaker, che ospitava lo scoop di alcune foto della festa di compleanno del famoso editore Rupert Murdoch, ha registrato 3.200 aperture da un singolo lettore: che ha quindi generato direttamente o indirettamente un numero di inoltri eccezionale. E Cartwright ha raccontato ai propri abbonati cosa significa per il proprio lavoro che così tante persone ne approfittino gratuitamente senza contribuire ai suoi costi: cercando di essere chiaro e fermo, e al tempo stesso di coinvolgerli nel condividere la questione, che è la difficoltà di comunicazione maggiore per chi fonda il proprio business su un rapporto di fiducia e complicità con i propri lettori e lettrici.
“It has been suggested to Cartwright that he name and shame excessive forwarders in the newsletter, but he doesn’t want to violate people’s trust. He has no delusions that this will end the problem entirely but will make good on enforcing the agreement.
That said, he’s going to give it some time after yesterday’s announcement to sink in, “but in the background, I am monitoring, as I have always been, as any good business person would. I am monitoring open rates and seeing activity that is in line with a mass forwarding of emails, and we are tracking that.”
If the behavior continues, expect a call from Cartwright who hopes that people “will do the right thing, but if they decide not to take me up on that offer, and if they continue this, then yes, they will get a first warning, and that will be like, Look, we’re trying to run a business here, and what you’re doing is detrimental to that. And then if they continue it a second time, there’s a second warning, and then you have three strikes, and you’re out.”
“I’m investing a lot of time and resources into creating this original, enterprise reporting and journalism and I have to ensure that the people are paying for it. And it’s also unfair to the users of the subscribers that are doing the right thing””.
domenica 22 Marzo 2026
La grande azienda tecnologica americana Palantir – specializzata nello studio e analisi di “big data” e i cui servizi sono molto usati per fini militari da diversi paesi – sta ricevendo ulteriori critiche in Svizzera per avere avviato un’azione legale contro una rivista locale, Republik.
Republik aveva pubblicato un’inchiesta secondo la quale Palantir – che ha insediato in Svizzera molte attività e uffici – avrebbe ricevuto ripetute diffidenze e rifiuti dalle istituzioni svizzere a cui avrebbe cercato di vendere i propri prodotti. Palantir ha contestato questa versione – che implicherebbe un giudizio negativo dei prodotti in questione – chiedendo che fosse pubblicata su Republik una sua diversa versione: Republik sostiene che il testo inviato fosse troppo lungo e si allontanasse dal merito della questione e ha rifiutato di pubblicarlo, e ora Palantir ha fatto causa per vedere applicato il “diritto di replica”, ma molti giudicano la causa un’intimidazione nei confronti del giornale promossa con le forze sproporzionate dell’azienda.
domenica 22 Marzo 2026
Il gruppo editoriale belga Mediahuis, che possiede testate giornalistiche in diversi paesi europei ma soprattutto in Belgio e in Irlanda, ha sospeso un suo conosciuto giornalista, che era stato a capo di tutte le sue operazioni irlandesi, Peter Vandermeersch. La sospensione è stata decisa dopo che Vandermeersch aveva ammesso di avere usato nella sua newsletter una serie di virgolettati inventati e attribuiti a diverse persone, risultato di informazioni prodotte da ChatGPT e non verificate.
domenica 22 Marzo 2026
L’imprenditore Robert Allbritton fu tra le altre cose il primo finanziatore del sito statunitense Politico, divenuto e rimasto uno dei prodotti giornalistici digitali più solidi e importanti nell’informazione americana. Negli ultimi anni ha ripreso a finanziare progetti nuovi, e ora si sta parlando di un suo progetto di occupare parte dello spazio lasciato libero dal Washington Post soprattutto sulla copertura della città di Washington e della sua politica. Nel 2024 Allbritton aveva creato un nuovo giornale online, Notus, che adesso sta aggregando nuovi collaboratori in questo senso: nei giorni scorsi ha annunciato la sua partecipazione ai nuovi progetti Dana Milbank, finora noto e visibile giornalista politico del Washington Post.
(un articolo in italiano sui progetti di Allbritton è stato pubblicato dal Foglio sabato)
domenica 22 Marzo 2026
Un giudice federale statunitense ha dichiarato incostituzionali alcune delle limitazioni che il ministero della Difesa aveva imposto alla copertura giornalistica delle proprie attività, all’interno delle estese e varie repressioni attuate dall’amministrazione Trump nei confronti del lavoro dei giornali. Il ricorso in gran parte accolto era stato presentato dal New York Times: il giudice ha ordinato che siano restituite le credenziali d’accesso ai giornalisti a cui erano state tolte, sostenendo che in particolare in questi agitati tempi di confronti militari internazionali che coinvolgono gli Stati Uniti sia necessario che l’informazione sia aperta e completa.
domenica 22 Marzo 2026
BuzzFeed è un sito americano che fu protagonista di una temporanea rivoluzione nei prodotti giornalistici online, tra dieci e vent’anni fa, mescolando contenuti “virali” e di informazione, e precorrendo tendenze che oggi sono diventate consuete o che sono state inglobate dentro il nostro quotidiano rapporto con i contenuti online. Per un periodo sembrò l’esempio del prevalere di nuovi progetti digitali sulle aziende giornalistiche tradizionali, poi il suo potere e la sua originalità si diluirono, e le maggiori testate tradizionali seppero riadattarsi e rispondere a una domanda di qualità sopravvissuta. Oggi BuzzFeed è tornato a essere praticamente inesistente nell’influenzare tendenze e opinioni e nel dibattito informativo (questa stessa newsletter non lo citava ormai da due anni), e la sua crisi è arrivata a un’ipotesi di fallimento. Questa settimana i suoi dirigenti hanno annunciato una “mancanza di liquidità” e una difficoltà a pagare i debiti che mettono in dubbio la sua sopravvivenza al 2026.
domenica 22 Marzo 2026
CBS News, la testata giornalistica del network televisivo americano CBS, ha annunciato venerdì il licenziamento del 6% dei suoi dipendenti, ovvero diverse decine di persone. La prospettiva era nota da diversi giorni – e anzi le ipotesi erano di riduzioni anche maggiori – ed è un nuovo sviluppo dei grossi cambiamenti di CBS News che hanno avuto il loro apice nella nomina a capo dell’azienda di Bari Weiss, popolare e discussa giornalista coinvolta dalla proprietà in uno schema generale di maggiore indulgenza verso l’amministrazione Trump. Gli interventi annunciati comprendono la chiusura di CBS News Radio.
domenica 22 Marzo 2026
Sono state comunicate, come ogni sei mesi, le quote di contributi pubblici destinate a diversi giornali italiani sulla base della legge che attinge al cosiddetto “fondo per il pluralismo”. La legge prevede che possano richiedere i contributi i giornali che sono destinati a minoranze linguistiche o posseduti da organizzazioni non profit o da cooperative: questi ultimi criteri sono in molti casi sfruttati da gruppi editoriali che costituiscono formalmente le proprietà in questo senso, pur avendo di fatto dei proprietari reali, quasi sempre imprenditori di cospicue fortune economiche (o istituzioni religiose di una certa solidità finanziaria). La legge crea così anche delle distorisoni della concorrenza tra testate che ricevono i finanziamenti e testate che non li ricevono, pur trattandosi di prodotti equivalenti.
Queste sono le prime quindici testate per contributo totale assegnato per l’anno 2024:
Dolomiten 6.176.996,03 euro
Famiglia Cristiana 6.000.000,00 euro
Avvenire 5.545.649,27 euro
Libero 5.407.119,97 euro
ItaliaOggi 4.062.533,95 euro
Il Quotidiano del Sud 3.696.160,87 euro
Libertà 3.518.184,92 euro
Gazzetta del Sud 3.314.913,71 euro
Il manifesto 3.257.867,63 euro
La Gazzetta del Mezzogiorno 2.432.845,24 euro
Corriere Romagna 2.218.356,97 euro
CronacaQui.it 2.207.300,07 euro
Il Foglio 2.090.200,90 euro
Primorski dnevnik 1.682.992,49 euro
L’identità 1.770.500,59 euro
domenica 22 Marzo 2026
Un miliardario canadese che ha costruito le proprie ricchezze nelle proprietà bancarie e assicurative, Stephen Smith, ha comprato circa un quarto delle quote della società che pubblica il settimanale britannico Economist. Avevamo scritto della vendita lo scorso autunno.
“L’Economist è un illustre e noto settimanale britannico, l’unico magazine di un altro paese a competere internazionalmente a livello di diffusione e autorevolezza con le più famose riviste americane. Esiste da 182 anni e la sua maggioranza è di proprietà della multinazionale Exor, ovvero il gruppo controllato dalla famiglia Agnelli Elkann che ha tra le sue proprietà la società automobilistica Stellantis, l’azienda Ferrari, la squadra calcistica della Juventus, e – tramite la società GEDI – diverse testate giornalistiche italiane (Stampa, Repubblica, HuffPost) assieme a Radio Deejay e Radio Capital. Exor ha acquistato dieci anni fa il 43% dell’Economist, mentre le restanti quote sono divise tra altri azionisti maggiori e decine di piccoli azionisti, tra cui molti dipendenti ed ex dipendenti. Il 21% è della famiglia Rothschild, che ha antiche relazioni con la testata ma che ora – attraverso la titolare Lynn Forester de Rothschild, vedova americana del discendente diretto della famiglia che fu presidente della società nel secolo scorso – ha deciso di vendere la sua partecipazione. Secondo Bloomberg il valore potrebbe essere tra i 200 e i 400 milioni di sterline. L’Economist è una società con altre attività oltre alla pubblicazione della rivista, e nell’ultimo anno ha avuto profitti per 48 milioni di sterline”.